Arco di Luminara

Luisa Adorno

Collana: La memoria
Edizione: 11
Anno edizione: 1990
In commercio dal: 9 aprile 1990
Pagine: 220 p.
  • EAN: 9788838905971
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Recensioni dei clienti

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    simona proietti

    07/11/2012 13:22:15

    Nel titolo 'Arco di Luminaria' è contenuta la forma finita di questi racconti, intessuti insieme a formare un romanzo: un filo teso da un punto all'altro della vita di Luisa Adorno con tante lucine appese, fatte brillare dalla sua scrittura. Mi sono appassionata al suo lessico leggendo 'l'ultima provincia' e torno a voler sapere di lei e della sua famiglia. Qui, come in una serie a puntate, ritrovo i racconti della vita romana, delle vacanze al mare, della casa etnea; stanze popolate dai suoceri, dai figli, dalle domestiche, i bracciati, gli amici e altri personaggi infilati come perline a comporre un gioiello più grande: una ghirlanda di luci, appunto.

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    Luciano Stolfi

    16/11/2010 20:07:33

    Si respira aria di Sicilia in questo bellissimo libro che, a suo tempo, vinse il Premio Viareggio. Si sente quasi l'odore dell'aria dell'isola, con i suoi limoni, le arance e gli altri frutti di cui è prodiga. La narrazione fluisce lieve, quasi scivola come olio, e ci parla di cose minute, di piccoli accadimenti quotidiani, di una famiglia che vive tra Roma e la Sicilia. Alla fine, il romanzo ci lascia in bocca, e nella mente, il dolce sapore di cose genuine e buone.

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    piccarda

    25/02/2010 22:27:04

    Un libro splendido, una scrittura densa, limpida, ironica, straordinaria per precisione formale e musicalità. Come fa un autore a raccontarti il quotidiano di vite molto simili a tutte le vite e fartici appassionare? Luisa Adorno è maestra in questo. E Arco di Luminara supera in maestria il già notevole Ultima provincia. C'è da chiedersi perché sia un'autrice così poco conosciuta.

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recensione di De Federicis, L., L'Indice 1990, n. 4

A non molti, tra i romanzieri contemporanei, è riuscito di aggiungere una provincia alla letteratura italiana. L'ha fatto però Luisa Adorno, narratrice quasi non professionale, scrittrice di pochi e piccoli libri (tre soltanto, in un periodo di circa trent'anni) strettamente, o apparentemente, autobiografici. Mi riferisco, lo sanno bene i suoi lettori, anzitutto al primo, "L'ultima provincia", che, ripubblicato da Sellerio nel 1983, l'ha resa nota. (Era uscito da Rizzoli nel '62, nel pieno della neoavanguardia alla vigilia del convegno di Palermo, senza attirare speciali attenzioni. Eppure non poteva trattarsi di un tema isolato, poiché erano imminenti, in coincidenza, "Lessico famigliare" di Natalia Ginzburg e "Libera nos a malo" di Meneghello, il nostro massimo evocatore di microcosmi familiari e regionali.) I titoli dell'Adorno sono, come la sua scrittura, a più sensi: Iì per lì sembrano semplici e referenziali, e si svelano poi, a libro concluso, densamente allusivi. Così la provincia che resta nella mente del lettore non è tanto quella appenninica della città centromeridionale, l'ultima sede all'inizio degli anni cinquanta di Vincenzo Adorno, suocero di Luisa e prefetto democristiano (per "la necessità di continuare la carriera" e per "avere meno grane possibili", p.14), messo a riposo con anticipo da un ministro democristiano che non l'ha trovato abbastanza obbediente. È una provincia culturale e storica prima che geografica: la provincia del Sud, di una piccola e appena benestante borghesia siciliana, che si è mossa dalla periferia verso il centro, servendo lo stato e occupandone le istituzioni, ma portando con sé inalterata la propria cultura e attraversando con essa, in sostanza indenne, il fascismo, la guerra e il dopoguerra.
Per Vincenzo Adorno l'emblema materiale di questa cultura, che può esprimersi e realizzarsi completamente solo nel cerchio della famiglia, è a Belverde sulle pendici dell'Etna: due ettari di terra a vigna e agrumi e una casetta rustica, il luogo della "vacanza" e del "rimpatrio" a cui tornare ogni anno. Che tale mondo sia guardato da una sponda opposta, dalla cultura diversa di una giovane donna nata (1921 all'anagrafe) e cresciuta a Pisa, rimasta senza casa e senza famiglia (è l'argomento del secondo libro, "Le dorate stanze", Sellerio, 1985), cattolica iscritta al Pci, attivista insomma ed entusiasta, crea quell'effetto di distanza tra l'osservatore e l'osservato, che ha permesso a Luisa Adorno di trasformare il vissuto in racconto, e i personaggi della parentela in grandi e amatissimi personaggi d'invenzione. Ma fa poi parte delle sue qualità assolutamente personali la scelta del registro narrativo e affettivo, l'impasto asciutto di ironia e simpatia che ha caratterizzato senza cedimenti il libro d'esordio: una sorpresa per il lettore, poco abituato a sentir parlare dei prefetti se non in via ufficiale. (La sorpresa d'altronde è, nel racconto, di Luisa stessa, e nasce proprio di li, dal padre prefetto, un moto d'interesse quando conosce Cosimo che diventerà suo marito: "E un padre perfetto? qualcosa che bisognava nascondere o, almeno, tacere. Il fatto che Cosimo lo dichiarasse così mi sembrò prova di estrema lealtà, o candore, o ricerca d'aiuto" p. 26.) Dalle offese della vita e dai cambiamenti il "mondo quieto e fermo" dei suoceri si difende finché può chiudendosi in case riparate e sublimando a rito, o a fissazione, la quotidiana routine di minuscole vicende. È giusto che Luisa Adorno abbia messo in evidenza al centro della ritualità, ricavandone inesauribili variazioni comiche, l'archetipo più ricco di implicazioni, il momento cruciale dell'incorporazione del cibo, la mensa comune, la mensa-messa fuori, sulla terrazza di Belverde, al di là dello stoino che taglia la luce a strisce, si sentono voci e richiami e passano, crescendo di anno in anno, i figli di Luisa, "come in un teatrino delle ombre".
Siamo già dentro la materia del nuovo libro, "Arco di luminare", che continua "L'ultima provincia", riprendendo la storia degli l'Adorno e portandola fino a oggi: con un lento subentrare di Luisa e Cosimo nei posti che furono di Vincenzo e Anita, con più elegia e forse meno ironia, maggiore il peso della memoria, maggiore nella scrittura il peso delle valenze simboliche di cui sono caricati gli oggetti. A cominciare dall'"arco di luminara" del titolo: che ha, sì, un riferimento immediato alle luminarie e alle feste di paese, a una misura e a una realtà provinciali; ma è inoltre, per metafora, l'"arco degli anni" (e gli archi di luminare li vediamo sempre "riccioluti e spenti", mai nello splendore illusorio della festa). Può essere, per metafora, il racconto stesso, che ha una studiata composizione aprendosi e chiudendosi sull'identico scenario, nella solitudine a due di una casa svuotata e nell'odore dimesso ("umile", "mite", aggettivi tematici che qui ricorrono frequenti) del pasto serale, la nota lattuga, bollita e condita con un filo d'olio, anzi ricamata ("a mo' di benedizione"), che trascorre, con tanti altri motivi, da un libro all'altro. Il punto alto del l'arco è là dove il tempo sembra fermo: nella memoria bloccata di un interno, nell'ombra della stanza che attorno al televisore (banalità della concretezza e dell'esistenza!) raccoglie insieme le presenze familiari ("presenze familiari attente, quiete, quando sembrava che tutto dovesse restare sempre costei.
Di questo "Arco di luminara" dirò subito, per liberarmene, gli aspetti che mi piacciono di meno. Uno è che tende un po' inutilmente a commentarsi a spiegarsi, a enunciare il suo significato, l'elogio della "casa piena", che dovrebbe essere infine il sugo della storia, e che risulta povero, riduttivo rispetto alla materia. L'altro è che nell'aneddotica domestica e nel succedersi degli incidenti e delle serve (meridionali, romene, filippine) rischia di essere troppo divertente, troppo bonariamente piacevole.
A me pare che la maggiore bravura di Luisa Adorno stia in qualcosa che non finisce nel puro divertimento. Che stia in un suo interesse di natura, direi, antropologica, nella capacità di ricreare intrecci di vite e modi di stare al mondo, risolvendoli in rappresentazione. Scartando i labirinti dell'analisi psicologica e costruendo i personaggi felicemente dall'esterno: per come si vestono e mangiano, e respirano, sbuffano, buttano i piedi, parlano o no nel naso. Facendo confluire nei loro comportamenti, e nella gestualità minuta, microstorie di tradizioni, educazioni, destini. Usando abilmente la lingua, la loro lingua e in cenni rapidi il dialetto, non per macchia di colore, ma come un condensato degli atteggiamenti mentali e quindi come il tratto finale, tipizzante, che fissa ciascuno nella sua fisionomia e intanto lo lega alle radici, lo restituisce alla comunità di appartenenza in cui crebbe bambino. Il mondo che Luisa Adorno ancora una volta rappresenta piegandosi a osservare, con cresciuta pietà, il passaggio dei vecchi (vecchi suoceri, vecchie donne di casa, e amici e parenti lontani), è un mondo infatti di arcaismi persistenti, di culture non omologate. Quanto a lei, la narratrice, usa la lingua bellissima che già conosciamo: veloce ed esatta, una lingua buona per raccontare, e tuttavia tesa al rigore della forma, attenta alle scansioni, segnata da un ritmo interno.
Le convenzioni del genere, dell'autobiografia, garantiscono la piana leggibilità del libro, autorizzando l'Adorno a una narrazione distesa e liberandola dall'obbligo dell'artificio, a cui raramente sfugge finora il romanzo. La sua è però un'autobiografia che si guarda bene dal voler dire tutto. Al contrario, è stretta ai suoi tempi, e per il resto selettiva, reticente. Delle grandi forze, la morte e la sessualità, che interrompono il fluire continuo del tempo e scompigliano il prevedibile svolgersi delle generazioni, Luisa Adorno sospinge la prima ai margini del quadro riservandole poche, commosse, pagine, ed esclude decisamente la seconda. Il pudore, che governa nel racconto i rapporti tra le persone, tanto più costrittivo e insormontabile quanto più esse siano congiunte da nodi d'affetto, governa anche la memoria e la scrittura, il discorso del libro. Questa storia di una donna che ha continuato a parlarci della condizione femminile, e di quanto sia difficile la salvaguardia di un'identità all'interno del gruppo domestico, e instabile l'equilibrio tra la ricerca di autonomia e la disponibilità a offrirsi, a spendersi negli altri, questa storia elude l'area tematica dell'erotismo, a cui il femminile, in qualità di oggetto o di soggetto, appare oggi più legato. Luisa Adorno non sembra incline a tardive conversioni, e la fedeltà a se stessa è una delle sue virtù. Le si aggiunge ora l'intenzione precisa di sottrarsi ai conformismi, soprattutto ai più insidiosi, quelli che provengono non dall'altrui cultura ma dalla propria. Perciò al termine di una giornata dispersa al solito nell'inessenziale, e in chiusura del libro, si mette a scrivere là dove ha l'abitudine di farlo, in un. angolo dello studio in cui lavora il marito, "anche ora che ho una stanza tutta per me".
Cos'è mai una stanza, spazio ristretto e separato (mi ha detto un'amica), per chi ha voluto, non umilmente, la vita intera?

Da anni, Luisa Adorno va dipingendo un affresco di quieta borghesia del dopoguerra: in libri sparsi nel tempo, con al centro le venture di una famiglia a rappresentare quella classe fino a un certo punto appartata e protetta nella storia d'Italia: intellettuali, professionisti, classe media legata alle radici campagnole, le cui virtù private, di tolleranza e naturale ironia, hanno attenuato e piegato, di volta in volta, declamanti pubblici vizi del paese; un comporsi di quadri e memorie collettive che meriterebbe il titolo di «una vita italiana». E di questa vita, - il cui senso più intimo, la cui luce, come in un Arco di luminara viene dal comporsi insieme delle luci di altre vite prossime, - il terzo romanzo di Luisa Adorno racconta le estati nel podere ai piedi dell'Etna. E sono estati di riti e abitudini delle generazioni, che inseguono, o si attardano fin dentro gli inverni della casa romana dove preme il rumore del mondo, e che lievemente non disperano di fermare la macchina del tempo.