Il termine hikikomori indica una condizione di ritiro sociale prolungato, descritta in Giappone a partire dagli anni Novanta. Riguarda soprattutto gli adolescenti e i giovani adulti che evitano le relazioni, la scuola o il lavoro per mesi o anni.
Chi cerca libri sugli hikikomori spesso desidera una definizione clinica e un inquadramento storico del fenomeno. Alcuni titoli ricostruiscono il lavoro dello psichiatra Tamaki Saitō, che nel 1998 pubblicò Shakaiteki hikikomori, contribuendo a delimitare criteri e durata del ritiro. Una parte dei volumi analizza il contesto istituzionale giapponese, dal ruolo del Ministero della Salute, Lavoro e Welfare alle politiche educative che hanno reso visibile il fenomeno. Sono presenti studi comparativi che esaminano la diffusione del ritiro sociale in Italia, Francia e Corea del Sud, con attenzione alle differenze culturali e familiari. I libri interessano amche chi vuole comprendere le dimensioni psicologiche, sociali ed educative senza ridurre tutto a una diagnosi psichiatrica.
La letteratura scientifica colloca l’hikikomori tra il ritiro sociale, l'ansia sociale e i disturbi dell’umore, pur senza identificarlo con una categoria del DSM-5. La sociologia giapponese lo collega alla pressione scolastica e al mercato del lavoro degli anni Novanta. Il dibattito coinvolge università come l’Università di Tokyo e centri clinici territoriali. In Italia, il Consiglio Nazionale delle Ricerche ha promosso studi esplorativi sul ritiro giovanile. La pandemia di COVID-19 dal 2020 ha riacceso l’attenzione sul confine tra isolamento imposto e ritiro volontario.
Vengono approfonditi il rapporto tra hikikomori e cultura digitale, includendo gaming online e comunità virtuali come spazi di socialità mediata. Un altro ambito editoriale indaga le dinamiche familiari, il concetto giapponese di amae e i modelli di intervento psicoeducativo. Termini come “ritiro sociale volontario”, “isolamento domestico prolungato” e “giovani NEET” ampliano la ricerca semantica e orientano verso studi interdisciplinari tra psicologia clinica e politiche giovanili.