L' arte dell'inganno - Vittorio Giacopini - copertina

L' arte dell'inganno

Vittorio Giacopini

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Editore: Fandango Libri
Anno edizione: 2011
In commercio dal: 24 marzo 2011
Pagine: 281 p., Brossura
  • EAN: 9788860441911
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L' arte dell'inganno

Vittorio Giacopini

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Gaia la libraia

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Di lui si conosce solo la firma: B. Traven (e già quella "B" è un indovinello). Nessuna fotografia, niente interviste, solo una ridda di ipotesi confuse. Milioni di copie vendute e niente indizi. Lo chiamano lo scrittore fantasma e su di lui si diffondono improbabili leggende. Si dice che sia un americano espatriato, un anarchico tedesco, Jack London redivivo, un esploratore artico, un lebbroso. Critici e giornalisti, curiosi, cominciano a cercarlo dappertutto. Lui resta nell'ombra. Dal suo eremo messicano Traven diventa il maestro segreto di tutta una generazione di reclusi o, volendo, di impostori. Salinger, Pynchon, Lessing, Pessoa, lo stesso von Arcimboldi di Bolano: tutti incespicano correndo dietro la scia della cometa. Imitatissimo e in fondo inimitabile, Traven - il virtuoso degli pseudonimi, l'uomo enigma più che un esempio è un monito beffardo. Il romanzo racconta la sua fuga rocambolesca mentre sulla scena si alternano mute comparse e grandi protagonisti della storia: Eric Musham e Rosa Luxemburg, George Grosz, Frida Kahlo e Tina Modotti, Luis Bunuel. B. Traven è colui che ha inventato "la scomparsa dello scrittore" come dato essenziale della biografia di un autore: l'inganno della Letteratura, l'inganno (e l'arcano) della Politica. Da cosa stesse scappando non è chiaro. Non aveva mai cercato il successo o la fama. Solo gloria. La gloria ridicola e perfetta dell'anonimato.
Chi fosse B. Traven, autore dagli anni trenta ai cinquanta del Novecento di alcuni bestseller mondiali come La nave morta, I ribelli, Il ponte nella giungla e Il tesoro della Sierra Madre (da cui John Houston trasse anche un film premiato con l'oscar), è ancora oggetto delle più diverse ipotesi: la più accreditata era che dietro questa firma si nascondesse Ret Marut, cabarettista anarchico tedesco amico di Erich Müsham, ma alcuni supponevano che Traven avesse origini di alto lignaggio prussiano, altri che fosse il prestanome di Trockij in esilio in Messico e altri ancora che fosse il redivivo Jack London. Sta di fatto che i suoi romanzi avventurosi e realistici piacevano a un pubblico mondiale di lettori proletari e vennero tradotti in tutto il mondo passando per il mercato americano – in Italia vennero pubblicati da Longanesi – per poi essere rapidamente dimenticati e non più ristampati. Buona parte del successo di Traven era dovuto alla sua abilità nell'ingannare i media, nel costruire l'immagine moderna di scrittore proteiforme senza volto e senza nome, di essere nella sostanza l'anticipatore di tutta una serie di scrittori fantasma o scrittori letterari che hanno fatto della messa in crisi identitaria una vera dichiarazione di poetica, come Salinger, Pynchon, Pessoa, Jane Somers, Roland Camberton, il Kilgore Trout di Vonnegut e il Benno von Arcimboldi di Bolaño. "È stato il maestro segreto di tutta una generazione di reclusi. Scrittori latitanti, avventurieri da scrivania, improvvisati prestigiatori smarriti dentro un gioco di specchi tutto loro", scrive Vittorio Giacopini nel suo ultimo L'arte dell'inganno, un romanzo dal titolo omerico tutto dedicato alla figura nebulosa e indecifrabile di B. Traven.
Giacopini racconta la vicenda di questo scrittore in tre parti – sempre mantenendo il beneficio del dubbio e tenendo vive le piste alternative – prendendo le mosse da una citazione di Joyce in esergo: "Non servirò ciò in cui non credo più, si chiami questo la casa, la patria o la chiesa; e tenterò di esprimere me stesso in un qualche modo di vita o di arte quanto più potrò liberamente e integralmente, adoperando per difendermi le sole armi che mi concedo di usare: il silenzio, l'esilio, l'astuzia". La prima parte è quella dell'"astuzia", in cui si accenna all'impenetrabile infanzia per poi addentrarsi nella prima guerra mondiale per raccontare l'attività di Ret Marut come giornalista e scrittore, per svegliare le coscienze, agitatore anarchico e cabarettista, per sconvolgere la morale pubblica, nei terribili anni politici della sconfitta Repubblica bavarese dei Consigli e del movimento della Lega degli Spartachisti di Rosa Luxemburg. La seconda è quella dell'"esilio" in America centrale, quella dell'"uomo dai mille percorsi", dell'avventuriero nella foresta del Chapas, degli incontri e del momento vero e proprio della scrittura dei romanzi. E, infine, la terza è quella del "silenzio", quando già Traven non scrive più e si ritira a Città del Messico, rinunciando a qualsiasi coinvolgimento con l'impegno e con la storia che ha capito, come del resto per tutta la sua vita, in anticipo.
L'arte dell'inganno può essere letto, come i precedenti romanzi di Giacopini tutti dedicati a biografie di artisti irregolari, come un romanzo-saggio o romanzo-vita nel quale conta il messaggio politico di fondo che in questo caso è l'inganno della politica e della storia, ribaltando il titolo. Traven è infatti un uomo in fuga che cambia faccia come un novello Proteo perché ha capito prima di tutti come andranno a finire le cose, quando ad esempio scrive il suo ultimo articolo nel 1919 mettendo in guardia, in un modo che può sembrare paranoico, sulla nuova guerra permanente che sta per scoppiare. La sua è un'esistenza che non accetta il sistema in cui è condannato a vivere, un'esistenza sintetizzata nel motto, o slogan, che si ripete come un mantra: "Io non sono un contemporaneo". Ma Giacopini ci dice, con un'altra formula che potrebbe sembrare un verso di Bob Dylan, "Forget the man", cioè che l'individuo, l'ego, l'io vanno tutti dimenticati, che questa rinuncia esistenziale alla fine non può diventare eroica, non ci può essere apologia per il disimpegno totale dalla propria epoca. Diversamente dalle sue opere passate Giacopini sembra allontanarsi più radicalmente dal suo protagonista, evitando l'apologo soprattutto nell'ultima parte del "silenzio" e della rinuncia a qualsiasi coinvolgimento. Se nel precedente Re in fuga (Mondadori, 2008), romanzo sulla vita dello scacchista Bobby Fisher, si avvertiva una vibrante adesione politica, in quest'ultimo si percepisce il distacco e la disillusione del tempo, attingendo anche a quel pozzo affascinante rappresentato dai romanzi e dalla cultura prodotti negli anni trenta.
Nicola Villa
  • Vittorio Giacopini Cover

    Vittorio Giacopini è un giornalista e redattore; lavora nell'agenzia di stampa TMNews, collabora con «Lo straniero» ed è conduttore di trasmissioni Rai. Autore di vari saggi come Scrittori contro la politica (Bollati Boringhieri 1999), ha anche scritto alcuni romanzi: Re in fuga. La leggenda di Bobby Fischer (Mondadori 2008), Il ladro di suoni (Fandango 2010) e L'arte dell'inganno (Fandango 2011). Con elèuthera ha pubblicato Una guerra di carta, il Kosovo e gli intellettuali (2000) e No-global tra rivolta e retorica (2002), oltre ad aver curato la raccolta di scritti politici di Albert Camus, Mi rivolto dunque siamo (2009). E ancora: Fuori dal sistema. Il linguaggio della protesta (minimumfax 2004), e Al posto della libertà. Breve storia... Approfondisci
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