Arte sumera, arte romanica-Ritratto di Jurgis Baltrusaitis

Jurgis Baltrusaitis,Jean-François Chevrier

Traduttore: M. Infurna
Editore: Adelphi
Collana: I peradam
Anno edizione: 2006
In commercio dal: 22 novembre 2006
Pagine: 259 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788845921308
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Descrizione
Quando fu ravvisata la sorprendente affinità della scultura romanica con le immagini dell'antica arte mesopotamica, non pochi archeologi e storici si dedicarono con fervore all'esplorazione del nuovo, affascinante territorio di studi. Ma solo il giovane Baltrusaitis doveva individuare, con facoltà rabdomantica, il complesso e occulto reticolo di vie che aveva messo in contatto due mondi così distanti nel tempo e nello spazio. E il saggio in cui condensò i suoi studi, apparso nel 1934, non mancò di produrre un effetto dirompente nel mondo della storia dell'arte, rivelandosi subito, nella sua "prodigiosa rapidità", un'opera fondamentale. A quell'opera si accompagna qui il "Ritratto" tracciato da Jean-François Chevrier - che resta ancora oggi l'unica, preziosa fonte sulla vita di Baltrusaitis - in cui vediamo delinearsi con vividezza la "mitologia personale accuratamente nascosta, dissimulata nei libri", di uno studioso che seguì una linea audacissima di ricerca, dove si apriva la strada da solo. Una biografia intellettuale e al tempo stesso l'inaspettata apertura di un uomo elusivo, che per la prima volta ha accettato di svelarsi confidando "sceltissimi ricordi": per esempio di quando Pasternak, amico di famiglia, mimava buffe scenette davanti a lui bambino; o di quando, trovandosi a Milano con i genitori, a otto anni, "si smarrì in mezzo alla folla, ma come per miracolo riuscì a ritrovare l'albergo. "Un angelo è sceso da una guglia del Duomo e mi ha preso per mano" disse".

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Come si spiega che una scena con una figura centrale che afferra due quadrupedi a Parma possa rappresentare Daniele nella fossa dei leoni, a Moissac la Lussuria, ad Aghtamar l'eroe sumero Gilgameš re di Uruk e a Ras Šamra la grande dea con gli stambecchi? Che nesso esiste tra soggetti così diversi come la sirena a due code, la barca di Labartu, il Buon Pastore e l'ascensione di Alessandro? La spiegazione sarebbe in quella "caotica ricchezza" delle raffigurazioni romaniche in apparente contraddizione con la "stabilità delle forme in cui questa prende corpo" che l'autore annuncia in apertura. Tramite questi motivi cerniera, esemplari della misura dei contatti tra le culture occidentale e orientale, Baltrušaitis dimostra come alle somiglianze esteriori tra due repertori iconografici corrispondano analogie nei procedimenti che li hanno generati, riconoscendo un moto impresso alle forme da un impulso originale e che le forme conservano all'interno di un'orbita più o meno ampia di significati.
Il testo, comparso nel 1934 e finora mai proposto in traduzione italiana, costituisce uno dei primi lavori dello studioso lituano ma parigino di adozione, del quale Adelphi ha pubblicato l'edizione italiana di altri volumi.
Nel 1938, in L'arte dell'Occidente, Henry Focillon citava il saggio sulla stilistica ornamentale del 1931 dell'allievo Baltrušaitis riconoscendo a quello studio, e implicitamente a quelli che ne seguirono la scia, di aver messo in luce il "prodigioso sostrato ornamentale" della produzione scultorea romanica e di aver individuato nell'ornato non un "inerte repertorio di formule", ma una gamma di figure create da un movimento che a partire da tre motivi generatori primari – il tralcio, la sua duplicazione nella figura dell'asso di picche e il suo ribaltamento simmetrico sull'asse centrale – crea numerose variazioni su cui di volta in volta si adattano miti, racconti, archetipi. Si presenta quindi una "variazione dei significati sulla stessa forma" in cui le figure, cadenzate dal tema ornamentale di cui conservano l'impronta, si moltiplicano attingendo ai repertori di tessuti copti e sasanidi, avori arabi e bizantini e rilievi architettonici caucasici dell'Armenia, della Georgia, del Daghestan.
Ciò che in questa sede si può cogliere è un primo momento di verifica di un metodo, paragonabile a quello archeologico, di indagine dei rapporti stratigrafici delle immagini, espresso con dimostrazioni rapide e una scrittura efficace, piana, mai involuta. Quello stesso metodo fu ancora applicato negli studi di più ampio respiro dati alle stampe solo nei decenni successivi, in cui Baltrušaitis approfondì l'esplorazione degli esotismi con l'indagine sui "risvegli" e le sopravvivenze di modelli nelle espressioni del gotico e dei periodi seguenti. Baltrušaitis individuò un sistema di affluenti che sfociano nell'arte romanica, e su questo, più che su altre tesi ormai largamente dibattute e risolte, è ancora importante tornare a distanza di tempo.
Contrappunto vivace del saggio sono i disegni al tratto, trascrizione grafica della lettura proposta, presentati senza la segnalazione del soggetto, ma con la sola indicazione dell'edificio o dell'oggetto da cui il particolare figurativo o ornamentale è tratto, in modo da lasciare aperta l'interpretazione, rimarcare il predominio della forma rispetto al tema, esaltare il dato geografico.
Il breve testo è seguito da Ritratto di Jurgis Baltrušaitis di Jean-François Chevrier, un'attenta biografia, e da alcune tavole con appunti preparati in vista di un volume dedicato all'architettura fisiognomica o animale, purtroppo mai portato a termine.
  Paola Elena Boccalatte