Collana: Il divano
Anno edizione: 2004
Formato: Tascabile
In commercio dal: 29 luglio 2004
Pagine: 239 p., Brossura
  • EAN: 9788838919916
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Recensioni dei clienti

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    tresco

    03/12/2014 16:13:09

    Inizio di grande efficacia. Poi avvenimenti e personaggi ci vengono incontro spesso in agili flash-back. Il ritmo è di classica inchiesta criminale, che però si arricchisce di dati intriganti che direi di forza antropologica e psico-sociologica, per esempio intorno a uno dei temi portanti, il riuso turistizzato di modi di vita tradizionale da poco finiti, oppure sulle forme attuali della cosiddetta riproduzione assistita. Interessante l'accostamento tra Nordeuropa e l'isola di Sardegna. La figura del vecchio ex pastore sardo alle prese con la postmodernità ha uno spessore di classica tragicità. Unico neo forse un eccesso di sintesi in certi momenti nodali, come quello della notte della rivelazione di ciò che più offende il vecchio Costantino. Comunque, libro molto raccomandabile.

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    spaggio

    25/08/2014 19:13:48

    Se dopo 100 pagine (su 240) un libro non ti prende, si trascina, non ti fa accendere la fiammella del gusto e della curiosità, meglio lasciar perdere. Se in 100 pagine non succede pressochè nulla ma vi è solo evocazione ripetitiva di ricordi, meglio lasciar perdere. Ho lasciato perdere perchè, dopo tutto, terminare la lettura di un libro non è un obbligo ma un piacere. Evidentemente io e questo libro non eravamo fatti per piacerci.

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    lucal

    13/10/2011 10:37:41

    Vale più questo romanzo, magari riletto, che cento saggi sulle tradizioni popolari.

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    luca mazzei

    14/02/2007 13:51:36

    Molto forte come toni e contenuto. Leggete dello stesso autore le fiamme di Toledo...strepitoso

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    Carlo

    24/05/2005 13:40:51

    Un libro da consigliare a lettori forti e ben piantati.

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    Biante

    02/02/2005 18:18:39

    Questo vecchio uomo mediterraneo riciclato in postmoderno è una figura perenne della nostra contemporaneità, reale e ora letteraria. Ottimo Angioni!

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    berni

    23/12/2004 18:46:06

    Due sono i libri che a fine anno segnalo convinto come i due migliori in assoluto: "Assandira" di Giulio Angioni (Sellerio) e questo "Fùtbol bailado" di Garlini per Sironi. Così diversi ma così ugualmente potenti, Assandira per concisione e Futbol bailado per abbondanza da piena fluviale. Belli, maturi, importanti

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    Gabriele

    05/12/2004 09:50:06

    Alla fine della lettura di questo Assandira, Tonio si sente accresciuto, Silvia si sente diminuita. Io non mi sono misurato, ma me la sono goduta anch'io. Perché è un romanzo serissimo, ma tutt'altro che mesto.

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    Tonio

    02/12/2004 17:29:48

    Dunque è ancora possibile ritrovarsi... accresciuti dalla lettura di un libro, anche a un'età non lontana da quella del protagonista di Assandira.

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    silvia

    12/11/2004 21:04:46

    VIEN QUASI VOGLIA DI ANDARE ALL'AGRITURISMO ASSANDIRA... IL NONNO -RICORDI D'INFANZIA- L'HO IMMAGINATO COME IL NONNO DI HEIDY: BURBERO E DOLCE ALLO STESSO TEMPO.

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    Carla

    05/11/2004 17:52:57

    Indimenticabili i personaggi, i luoghi e i temi forti di Assandira, scritto con inaudita abilità letteraria e antropologica ma con insolita onestà di mente e di cuore: prende per la semplicità e per la potenza dell'assunto. Sebbene il termine sia fuori moda, per me é un capolavoro.

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    Kurz

    05/11/2004 17:32:44

    Non dò il massimo dei voti solo perché mi irrita che anche questo libro sia stato qualificato come giallo dall'editore (spero all'insaputa o contro il volere dell'autore). Non ho niente contro i gialli, anzi, ma non si deve strafare. Tanto Angioni non potrà mai avere le folle di Camilleri, proprio per i pregi del suo scrivere (di Angioni). Concordo con chi ritiene questo Assandira un libro bello e importante, tra i più adulti e maturi di questi anni non solo in Italia.

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    Cristiano

    02/11/2004 19:23:14

    In Assandira si può forse rilevare un'intrusione teorica, una specie di ingorgo tematico, o di graniticità megalitica delle basi strutturali della sua costruzione, che però è potente, come un nuraghe. Bisogna segnalare Assandira come un libro importante, convincente, adulto, tra i più maturi di questi anni in Italia. Il pastore sardo postmoderno Costantino Saru resterà nell'immaginario letterario di tutti i suoi lettori (ed è normale che i guru delle redazioni e dei premi lo ignorino).

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    Costantino

    23/10/2004 22:48:06

    Sono entusiasta di questo libro.

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    Gabriele

    15/10/2004 18:46:36

    Una sorpresa questo romanzo. Bisogna tranquillamente meravigliarsi di poter leggere oggi un libro così, che in poche pagine ti strizza per bene visceri e cervello e ti fa sentire cose prima solo intraviste o non viste per nulla. E' scritto e costruito con una maestria letteraria anch'essa del tutto sorprendente. Con pochi strumenti ti mette in azione un'orchestra potente e affiatata. Quel tanto di trama intrigante non guasta davvero. Insomma, bello. E durerà, spero e profetizzo.

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    Virginia

    11/10/2004 11:39:47

    Ho letto il romanzo “Assandira” di Giulio Angioni. L'ho trovato veramente coinvolgente e interessante. E' uno di quei romanzi che non si dimenticano e che entrano a far parte del nostro vivere quotidiano obbligandoci a riflettere su gesti e azioni che si credono innocenti perchè sembrano alleggerire la vita. E' un giallo, direi, familiare e culturale insieme, ambientato nel cuore della Sardegna. Ci sono cadaveri, ma anche sentimenti inespressi che uccidono più del fuoco quando vengono messi a nudo e violati nella loro intimità. A fine lettura rimane un nodo alla gola, uno strazio interno, un non so che di irrisolto, di non ritorno. E’ un romanzo che parla di passato e del suo confluire nel futuro, o meglio di come il nostro presente si appropria del passato, lo trasforma e infine lo rigurgita. E' un libro delicato e forte allo stesso tempo, una carezza e un pugno allo stomaco, adatto per coloro che cercano un senso nelle cose a costo di mettere in discussione se stessi, le proprie radici, i propri principi, per coloro che amano perdersi e poi ritrovarsi, senza più finzioni.

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    Serio

    05/10/2004 19:20:34

    Ho letto questo libro "Assandira" e devo dire che mi ha davvero colpito al cuore. E' scritto con una maestria siderale e insieme con una semplicità che cattura fin dalla prima riga. Raro leggere qualcosa di più acuminato e affilato. Insomma, ne sono rimasta incantata e frastornata, perchè oltre a essere molto bello fa anche pensare parecchio.

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    Tyrsos

    01/10/2004 17:42:28

    Sullo sfondo di "Assandira", gran bel libro, due grandi temi attuali: il turismo che rifunzionalizza a suo uso e consumo le tradizioni locali e le nuove tecniche di procreazione. La lettura risulta avvincente, con una figura di vecchio pastore sardo indimenticabile. Il libro è compatto e acuminato, ti fa sentire in situazioni finora solo intraviste, e anche con suspense, che non guasta.

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    Tere

    29/09/2004 11:43:49

    Una mezza delusione. Angioni ci ha abituato a ben altro, questo romanzo invece è un po' pasticciato. La scrittura, quella, è comunque grande. Memorabile il ritratto del cane Pirarba. Non basta però, alla fine non convince.

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    Anselmo

    15/09/2004 16:20:21

    Può sembrare un romanzo a tesi, mi ha detto l'amico che me l'ha consigliato. E se anche fosse? L'importante è che è un libro importante. E bello. Riporto l'incipit: «La pioggia sabbiosa della notte ha fatto la sua parte. Dopo il fuoco l'acqua ha ripreso a rovinare i luoghi. Ma il fuoco ieri sera ha fatto lui la parte del leone, a zampate e ruggiti. Finito l'incendio, non i crolli, sotto la pioggia e al buio il luogo di Assandi-ra è ritornato un niente di nessuno. La prima pioggia lunga dell'autunno a fine agosto, dopo la scarica improvvisa è proseguita lenta, e quassù ieri sera ha fatto piazza pulita di pompieri, paramedici, giornalisti, beccamorti, cameramen, magistrati, curiosi, parenti e paesani. Anche il vecchio parroco si è visto benedire fuoco e fiamme coi suoi gesti rudi da mandriano, ma ha fatto effetto subito perché è arrivato il primo tuono da vicino, secco, lampo e tuono, la terra e i fuochi hanno iniziato a scoppiettare in brevi sbuffi e giù l'i-radidio, o la benedizione».

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Un'immagine di distruzione e desolazione apre l'ultimo romanzo di Giulio Angioni. Fuoco e acqua hanno devastato Assandira – questo il titolo del libro – "antico paese rurale divenuto di colpo luogo per i turisti" che, è noto, non sanno distinguere il vero dalla sua parodia. Ad Assandira, infatti, "era tutto un sembrare e sembrare era tutto" al punto che Mario Saru, figlio di Costantino, il protagonista, fingeva ad esempio di svegliarsi, antico pastore, abbracciato a una pecora per la gioia degli ospiti e la loro curiosità morbosa. La natura, però, al pari di Nemesi, ha ridotto l'agriturismo a un "niente di nessuno" come avesse deciso di ristabilire l'ordine delle cose violato dall'incauto e insensato intervento umano che ha osato rifare il verso all'antico. Ha preteso, cioè, di riprodurre, a pro dei turisti per denaro, tradizioni, storie e modi di un tempo passato intessuto di fatica, dolore, privazione.

Profanazione, dunque, che ha fatto di "una cosa molto seria" "un gioco, un passatempo", cosicché a Costantino, il "vecchio", pare inverosimile che la gente non solo faccia festa "vedendo fare il lavoro del pastore", ma, persino, paghi per farlo, per caricarsi di quella fatica la cui fine, invece, lui ricorda aver accolto con sollievo e liberazione. Il figlio, però, e Grete, la sua compagna danese – "cosa nata fuori, venutaci dal mare" eppure, anche, "cosa forte, lieve, festosa, lucente" – avevano insistito per trasformare la vecchia casa colonica in agriturismo. Del resto, l'anonimo professore – un antropologo, forse? – aveva consigliato loro di puntare "a campare di identità, di tradizione", di un'autenticità reinventata, ridotta, magari, a una grottesca "mascherata". Soleva anche dire che i sardi sono "speciali, peculiari, etnici". Il vecchio avrebbe dovuto recitare il "tipo di uomo antico", incarnare, cioè, la "memoria storica ed etnica", una sorta di "certificato di garanzia di origine controllata e garantita".

Fatica, però, a capire e accetta senza condividere. Si alternano, in Costantino, il rifiuto di "ruminare quella paglia nuova", il desiderio di "tenersi al sicuro, al conosciuto, al già noto", ma, anche, la voglia di mettere da parte il suo stare "all'erta contro tutto e tutti". Egli si muove, tra gli ospiti, con "l'aria di chi non si impiccia e non si vuole compromettere", preferendo lasciar fare. Stretto, pertanto, tra un mondo familiare prossimo al tramonto o già tramontato e uno nuovo, incomprensibile e minaccioso, perché le cose, all'improvviso, si sono messe a "significare qualcosa d'altro", il vecchio accetta la parte. Accetta insieme – "vergogna" immonda che lo "stringe" fino a trasformarsi in ossessione e nel sentimento dominante del romanzo – di dare il suo seme a Grete per l'inseminazione artificiale. Vergogna, quindi, inaggirabile due volte: per aver accettato, con l'agriturismo, complice del figlio e di Grete, lo stravolgimento della storia sua e del paese e, soprattutto, per aver acconsentito all'inseminazione, a un atto che, al pari dell'incesto, sovverte e rovescia il senso profondo dei legami primari, genitore e figlio, nonno e nipote. Costantino, infatti, continua a non capire di chi sia quel figlio, se suo o di Mario; sa solo che ne desidera la nascita con forza, perché conosce la pena e la fatica del nascere e, allo stesso tempo, quanto poco ci vuole a non nascere.

Destino tragico, allora, quello del vecchio, perché come Edipo – Edipo rovesciato, però, perché qui si tratta del padre che uccide il figlio – è, contemporaneamente, colpevole e innocente. Non vuole la morte del figlio, eppure la provoca; porta la colpa di un mondo manomesso e, nel contempo, il dovere di rimettere le cose al loro posto, assestando anche, per ricondurle nei loro "cardini", un "colpo duro". Per questo motivo, confessa, "si precipita a concludere, di colpo, come se fosse stufo di cercare salvezze provvisorie, ma solo bisognoso di una condanna, per un figlio morto e per tutto il groviglio di nascita, copula, morte", per la verità, insopportabile, di essere padre un'altra volta in concorso col proprio figlio. Innocente, forse, per la legge, sente aggrovigliarsi dentro di sé, indistricabili, come colpe antiche, antichi dissidi irrisolvibili: quello tra padre e figlio, in primo luogo, per cui il padre è sempre di troppo per la necessità del figlio di nascere e crescere, mentre il secondo incarna agli occhi del primo l'invito, imperioso, a cedere il passo. E infine si scopre diviso dal conflitto tra il suo amore paterno irrisolto per Mario e, inconfessabile, la rivalità mimetica per Grete che li contrappone.

Nella constatazione dolente dell'ambivalenza insediata nel cuore stesso della condizione umana, per cui gli opposti permangono inconciliati e inconciliabili, credo risieda l'incanto del libro di Angioni.

                                                                                                          Massimo Cappitti