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Norberto Bobbio

Curatore: A. Papuzzi
Editore: Laterza
Edizione: 3
Anno edizione: 2004
Formato: Tascabile
Pagine: 274 p. , ill. , Brossura
  • EAN: 9788842057529


"Cultura è equilibrio intellettuale, riflessione critica, senso di discernimento, aborrimento di ogni semplificazione, di ogni manicheismo, di ogni parzialità."

Questa frase di Bobbio, estrapolata da una lettera da lui mandata a Giulio Einaudi nel settembre 1868, rappresenta con chiarezza la linea lungo la quale si è sempre mosso sia nella sua attività intellettuale che nel suo impegno politico. Questa "libertà intellettuale" è parte della concezione altissima di libertà che ha sempre guidato le sue scelte e che in questa Autobiografia appare il filo conduttore di tutta una vita.

Gli anni della sua formazione vedono Torino come centro di grande elaborazione culturale e politica. I nomi di amici o compagni di scuola, di interlocutori con cui Bobbio inizia a riflettere e a discutere sul significato e sul valore della libertà (che proprio in quegli stessi anni inizia ad essere conculcata) sono quelli su cui si fonda la civiltà intellettuale dell'Italia contemporanea. L'impegno antifascista si fa sempre più attivo, irrinunciabile l'azione in un momento in cui non era eticamente lecita qualsiasi forma di neutralità, naturale lo sbocco in "Giustizia e Libertà", binomio mai scindibile, né nella concezione dello Stato, né nell'elaborazione del pensiero politico se ancora nel 1995 per l'Einaudi esce un saggio dal titolo "Eguaglianza e libertà".

"Ogni uomo ha la possibilità di differenziarsi dagli altri secondo la propria legge intrinseca, che è la propria libertà e quindi di essere valutato in modo corrispondente alla sua differenziazione", e ancora, "In democrazia tutti sono ugualmente liberi. Ugualmente: l'avverbio è fondamentale. Questa uguaglianza richiede, a mio parere, il riconoscimento anche dei diritti sociali, a partire da quelli essenziali (istruzione, lavoro, salute), che rendono fra l'altro possibile un migliore esercizio dei diritti di libertà". La citazione di queste due frasi, scritte da Bobbio a distanza di anni, la prima nel 1942 e la seconda nel 1984, mostrano la coerenza di una vita totalmente spesa nell'affermazione della necessità imprescindibile di coniugare questi due valori come invece la storia del Novecento non ha mai saputo fare.

La definizione di intellettuale data nel 1966 come di "colui che incarna o dovrebbe incarnare lo spirito critico... il seminatore di dubbi, l'eretico per vocazione" va però collegata all'altro giudizio: "bisogna saper distinguere la vocazione minoritaria da un rigido, ostinato e in fine dei conti sterile atteggiamento scismatico" e da qui la decisione di sostenere la unificazione del Partito Socialista.

La scelta di non essere protagonista della vita politica attiva non ha però mai impedito a Bobbio di essere presente e partecipe, anzi punto di riferimento nel dibattito intellettuale e politico dell'ultimo trentennio. Nel 1984, il filosofo apre una forte polemica con la "democrazia dell'applauso" varata da Craxi nel Congresso di Verona e Sandro Pertini, allora Presidente della Repubblica, scrivendo a Valeria Cova, moglie del filosofo dice: "Glielo dica, glielo dica, i suoi giudizi sono anche i miei" e nel luglio dello stesso anno lo nomina senatore a vita.

Nel 1996, il 2 giugno, esce su La Stampa l'ultimo articolo di Bobbio in qualità, come scrive lui stesso in questa Autobiografia, di "filosofo militante".

Oggi, in questo libro, si dichiara molto scettico "del nuovo per il nuovo", dichiara la difficoltà di lettura dell'attualità politica, ammettendo anche la poca "voglia di capire" che lo accompagna. Eppure dà indicazioni su quelli che, secondo lui, sono i problemi più gravi che oggi l'Italia deve affrontare: la questione dell'amministrazione della giustizia, il sistema scolastico, i servizi.

La conclusione del libro è poi un messaggio importante sempre, alla luce di quella che Bobbio definisce essere la sua "certezza del dubbio": "La storia umana, tra salvezza e perdizione, è ambigua. Non sappiamo neppure se siamo noi i padroni del nostro destino".


A cura di Wuz.it


Le prime frasi del libro:

PREISTORIA

In un dato momento della nostra vita - i venti mesi che separano l'8 settembre 1943 dal 25 aprile 1945 - siamo stati coinvolti in eventi più grandi di noi. Dalla totale mancanza di partecipazione alla vita politica italiana, cui ci aveva costretto il fascismo, ci siamo trovati, per così dire, moralmente obbligati a occuparci di politica in circostanze eccezionali, che sono quelle dell'occupazione tedesca e della guerra di Liberazione. La nostra vita è stata sconvolta. Tutti noi abbiamo conosciuto vicende dolorose: paura, fughe, arresti, prigionia; e la perdita di persone care. Perciò dopo non siamo più stati come eravamo prima. La nostra vita è stata divisa in due parti, un "prima" e un "dopo", che nel mio caso sono quasi simmetriche, perché il 25 luglio 1943, quando cadde il fascismo, avevo trentaquattro anni: ero giunto nel "mezzo del cammin" della mia vita. Nei venti mesi fra il settembre 1943 e l'aprile 1945 sono nato a una nuova esistenza, completamente diversa da quella precedente, che io considero come una pura e semplice anticipazione della vita autentica, iniziata con la Resistenza, alla quale partecipai come membro del Partito d'azione.
Quando dico "noi" intendo una generazione di intellettuali che, come me, ha vissuto il passaggio fra due contrapposte realtà italiane. A questa generazione era dedicata la mia raccolta di ritratti e testimonianze Italia civile, apparsa nel 1964, per iniziativa della giovane casa editrice Lacaita di Manduria. Il titolo mi era stato suggerito, per antitesi, dal libro di Curzio Malaparte pubblicato da Gobetti nel 1925, Italia barbara. Come ho spiegato nella nuova edizione (Passigli, Firenze 1986), i personaggi che popolano l'Italia civile - e quelli che s'incontrano in altre due raccolte di ritratti edite da Passigli: Maestri e compagni (1984) e Italia fedele (1986) - appartengono a un paese ideale, rappresentano un'altra Italia, immune dai vizi tradizionali della vecchia Italia reale, che pensiamo ogni volta superata e con la quale invece dobbiamo sempre fare i conti. Un'Italia segnata, scrivevo, da prepotenza in alto e servilismo in basso, soperchieria e infingardaggine, astuzia come suprema arte di governo e furberia come povera arte di sopravvivere, il grande intrigo e il piccolo sotterfugio. Gli uomini di cui ho reso testimonianza rappresentano un'altra Italia e addirittura un'altra Storia.
Norberto Bobbio è nato a Torino il 18 ottobre 1909. Un vento di protesta, con cortei, comizi, mozioni parlamentari, appelli di intellettuali, agitazioni sindacali, incidenti diplomatici, batteva da una settimana l'Europa, dopo la fucilazione, a Barcellona, del rivoluzionario catalano Francisco Ferrer, accusato dal governo spagnolo di aver fomentato una rivolta e condannato in un processo senza prove. Nel nostro paese, la Confederazione del lavoro aveva proclamato lo sciopero generale a Roma e Torino. Le tensioni politiche non si erano placate, alimentate dall'ostilità dei socialisti e degli anarchici contro l'arrivo, alla Reggia di Racconigi, dell'imperatore Nicola II, lo zar di Russia, o Csar o Tsar, come preferivano scrivere i giornali.
Lunedì 18 ottobre l'anagrafe di Torino registrò ventidue nascite, dodici maschi e dieci femmine. La giornata appariva umida e nuvolosa. Al Teatro Carignano recitava la compagnia di Emma Gramatica. La FIAT era stata fondata nel 1899 e produceva circa 1800 autovetture l'anno. L'aviazione era uno sport alla moda, a tal punto che "La Stampa" di lunedì 18 pubblicava nella rubrica Domande d'impiego: "Giovane, distinto, appassionato aviazione, piloterebbe apparecchi aerei". Piero Gobetti, che Bobbio non incontrerà mai, aveva otto anni e frequentava la scuola elementare Pachiotti. Il giorno dopo la nascita di Bobbio, martedì 19, sarebbe morto Cesare Lombroso, dal 1876 docente di Medicina legale e di Igiene pubblica all'università di Torino.
Mio padre Luigi Bobbio, medico-chirurgo, originario della provincia di Alessandria, primario all'ospedale San Giovanni, era uno dei più noti chirurghi della città. Mio nonno paterno, Antonio, era un maestro elementare, in seguito direttore didattico, cattolico liberale, che aveva collaborato al giornale alessandrino "La Lega" e si era interessato di filosofia, pubblicando due libri critici sui pensatori positivisti Roberto Ardigò e Herbert Spencer, oltre a un libro manzoniano, dal titolo che oggi fa sorridere: Il Vero, il Bello e il Buono nei "Promessi Sposi". Non molto tempo fa un giovane storico alessandrino, Cesare Manganelli, ha curato una scelta di diari inediti che mio nonno aveva scritto durante tutta la vita. Il libro, pubblicato dal giornale "Il Piccolo" di Alessandria, è uscito col titolo Memorie, con una mia prefazione in cui scrivo tra l'altro: "Del nonno, in noi ragazzi è rimasta l'immagine di un vecchio venerando e venerato, che ci metteva soggezione, e di cui gli stessi figli parlavano con ammirazione e reverenza".

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    gc

    29/11/2004 16.18.46

    Di MASSIMO FINI Che il pensiero di B., al di là della prosopopea, sia del tutto inconsistente deve essere il sotterraneo e inconfessabile sospetto anche dei suoi laudatores e allievi i quali si affannano a sottolinearne la «pulitura dello stile» e l'impeccabilità delle bibliografie che è ciò che si dice delle opere sulle quali non c'è nulla da dire. In realtà B. è stato un buon docente, un ottimo divulgatore. Ma divulgatore di che? Del pensiero illuminista che è su piazza ormai da due secoli e dal quale non c'è più nulla da spremere. La tanto lodata «linearità del pensiero di B. » non è che un riflesso della sua banalità. E' facile essere lineari quando si sta comodamente seduti su un pensiero sedimentato e consolidato. Quando ci si avventura su terreni nuovi ed inesplorati, come faceva Pisolini, che pur non ha l'investitura di filosofo ma di B. ne vale una tascata anche come pensatore, non è possibile essere lineari. B. è un illuminista, un liberal-democratico, pedissequo, acritico, ottuso a tutto ciò che è «altro», e in definitiva intollerante come sono tutti gli illuministi e i liberali. Chiaberge ricorda il professore dare in smanie di insofferenza perché uno studente aveva osato opporre al suo pensiero quello di Nietzsche. Per certi versi B. è una controfigura liberale di Lukács che liquidò più della metà del pensiero europeo degli ultimi due secoli, bollandolo come «irrazionalismo». Conformista nel pensiero, B. lo è stato anche nella vita. Non fu uno dei tredici docenti universitari che ebbero il coraggio civile di rifiutare la tessera del Fascio ma, negli anni Trenta, scrisse una lettera passabilmente abbietta per lascivia a Mussolini, salvo aderire all'antifascismo quando il Fascismo era ormai agonizzante. Anche in questo non diverso da tanti altri. Durante il ‘68 non ebbe la forza di Luigi Firpo che bollò quel movimento di violenti, di intolleranti e di sprangatori come «nuovo fascismo». Si barcamenò, come tanti altri. Un modesto Padre di una modesta Patria.

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    Tommaso

    24/11/2004 15.47.29

    Uno dei grandi "padri" del nostro paese che racconta gli episodi salienti della sua (e in fondo anche nostra)vita. Più che un libro, un dovere civile.

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