L' autonecrologia di Jonathan Swift

Lodovico Terzi

Editore: Adelphi
Anno edizione: 2007
In commercio dal: 6 giugno 2007
Pagine: 101 p., Brossura
  • EAN: 9788845921599
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Descrizione
L'autonecrologia, osserva Lodovico Terzi, "è trasgressiva, narcisistica, creativa, e presuppone due qualità squisitamente letterarie: il gusto del paradosso (come autore dell'annuncio funebre il morto ruba la parte al vivo) e un incoercibile protagonismo (nemmeno da morto il morto è disposto a cedere la parola)". Jonathan Swift, a cui non fanno difetto né l'uno né l'altro, va ben oltre e nel 1731 si diverte (con il suo solito spirito feroce) a mettere in scena la propria morte e tutte le reazioni che susciterà, negli estimatori come nei detrattori: dall'insofferenza dei congiunti per l'eccessivo prolungarsi dell'agonia, al compiacimento di chi al confronto con il moribondo si sente vivo e sano, allo sgomento di chi nella sua imminente dipartita vede profilarsi la propria, fino al "compianto" (si fa per dire) della regina in persona, che nel ricevere la notizia esclama: "Davvero se n'è andato? Era ora! / È morto, dici? Be', marcisca pure". La beffarda vena filosofica e morale che intride questo testo ha ispirato il traduttore a riprendere i vari temi toccati da Swift - l'amore e il potere, l'amicizia e l'ambizione personale, lo slancio morale e i meandri dell'ipocrisia - e a intercalare alla lettura dei versi (in quelle "pause naturali" che la lettura stessa sottintende) una serie di riflessioni, o digressioni. Ne risulta un piccolo libro originale, bizzarro e intrigante - una sorta di dialogo fra il grande scrittore satirico del Settecento e il suo estroso interprete moderno.

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In questo piccolo libro, Lodovico Terzi, da molti anni studioso e traduttore di classici inglesi, si prende il tempo, e il gusto, di rileggere, tradurre e glossare con calma una delle più spassose e ispirate opere in poesia dell'autore dei Viaggi di Gulliver, i Versi sulla morte del dottor Swift. Un po' al modo di un antico amanuense, e con un piglio che si vuole, ed è, non accademico, Terzi intercala ai cinquecento versi del poemetto una serie di "digressioni" che toccano, come lui stesso scrive, "le più varie circostanze". È un modo, premette il traduttore-commentatore, di tener desta l'attenzione del lettore, ma è anche uno stratagemma per intrattenersi senza fretta su un testo amato e nel corso della vita spesso meditato. Si va allora da non scontate affermazioni sul tradurre poesia ("La metrica non fa parte essa stessa dello stile? Direi proprio di no") a un'antologia minima di autonecrologi (da Scipione l'Africano a Montanelli), da articolate riflessioni sul rapporto fra amore e misoginia (benché misogino, dice Terzi, Swift amava le donne: "Non sapeva fare a meno della loro bellezza, e soprattutto non sapeva fare a meno, quando gli capitava di incontrarla, della loro intelligenza") a un più sommario ragionare di psicologia, morale e religione (per concludere rispondendo a una domanda squisitamente swiftiana: "Che cos'è l'ipocrisia?").
È un po' come se Terzi intendesse riallacciarsi a quello studio dell'animo umano di cui fu maestro proprio quel La Rochefoucauld da una cui massima questi Versi sulla morte del dottor Swift prendono spunto – è quella che dice (nella traduzione di Terzi del libero adattamento di Swift): "Nelle disgrazie degli amici per prima cosa / pensiamo ai nostri interessi personali; / e la natura, amica premurosa, / ce ne mostra i vantaggi eventuali". Così, in quella che finisce per diventare una sorta di pacata, intima conversazione a tre, si fa strada una certa idea di cos'è un classico: un testo con cui, anche a distanza di secoli, si può fare una piacevole chiacchierata, interrogandosi sul senso della vita o magari confidandosi a mezze parole qualche piccante impresa amorosa.
  Norman Gobetti