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Walter Siti

Editore: Mondadori
Anno edizione: 2010
Pagine: 299 p. , Rilegato
  • EAN: 9788804595427
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"Uscire e svagarsi, raffreddare: ci sarebbero il beato Angelico in Campidoglio e il tradizionale concerto di San Giovanni. Danilo si stringe svogliatamente nel pigiama Frette a righe bianche e viola e nella giacca da camera Derek Rose – vestirsi da notte anche per il sonnellino pomeridiano è un segno di protesta, ma bisogna pur decidersi ad affrontare l'esterno". Leggendo Autopsia dell'ossessione si pensa a volte ad American Psycho di Bret Easton Ellis: non solo perché il protagonista, Danilo Pulvirenti, gallerista, si rivela essere un killer con il pallino dell'eleganza e del perfezionismo, come l'omologo Patrick Bateman; e nemmeno soltanto per la quantità di competizione frustrata, misantropia e rancore che li muovono, accuratamente mascherati da bon ton (c'è anche una comune passione per la buona tavola e per i topi in trappola). Rimanda a Ellis, soprattutto, l'idea di costruire il romanzo sulla schizofrenia di un personaggio nel quale le forze del male non solo coabitano con le apparenze del più squisito savoir vivre altoborghese (addirittura aristocratico, nel caso di Danilo), ma si intrecciano con quelle in un rapporto specifico e sociologicamente esemplare, cementato dall'ansia di stupro.
Fin da bambino Danilo Pulvirenti coltiva l'abitudine di spiare gli uomini e un'ossessione clandestina per i corpi muscolosi: la condisce con risvolti sadici e classisti – a piacergli di più sono i maschi plebei e ignoranti – e soprattutto con rimandi alla mitologia - gli stupri divini di ninfe e di pastori nei libri e nelle stampe che il nonno siciliano gli mostra in gran segreto. Presto il piccolo Danilo annusa l'esclusione; gli impulsi osceni impara a sublimarli nel culto dell'arte, "ultrarealtà dove regnano la bellezza e l'armonia" (la ricostruzione minuziosa del suo canone è una delle cose più impressionanti del romanzo, assieme alle pagine dedicate alla madre malata di Alzheimer). Dal buon gusto ereditato dal suo ceto il nostro eroe deduce con il tempo una divisa morale inappuntabile, una carriera da antiquario, uno stile di vita sobrio e dignitoso. "Tutte le volte che rischia di disprezzarsi troppo, Danilo va ai concerti del Comunale", ma la musica colta e i filtri simbolici non possono sedare la contraddizione dilaniante: il desiderio perverso per i nudi, poggiandosi alle immagini del mito, da un lato usa la cultura come supporto, dall'altro la degrada e minaccia di distruggerla, rivelandone la fragilità e l'insufficienza. "Per ogni cosa che accade sul lato disdicevole e sordido della vita, trova un'analogia colta che la riscatti e la nobiliti sul piano dell'eternità": all'inizio del romanzo Danilo va a Berlino, di sera assiste all'Armida rossiniana diretta da Abbado, di notte visita un locale sadomaso che si chiama "Lo spirito della tortura"; a trent'anni, stabilitosi a Roma, lo vedremo frequentare i musei, "dove è tutt'occhi", e le latrine dei cinema, "dove si acceca".
Ecco lo scarto decisivo con American Psycho: Patrick Bateman appartiene alla cultura di massa, Danilo Pulvirenti se ne estranea a colpi di cultura alta; il primo è ossessionato soprattutto dalle merci, il secondo soltanto dalle immagini, frammenti di corpi che alludono ad altro, appartenti a uomini che nella realtà disprezza: li fotografa fissandoli in icone per metà corrive e reificate, per metà accademiche ed estetizzanti, stampate su carta patinata e illuminate da faretti nella stanza chiusa a chiave di un elegante appartamento nei pressi di piazza del Gesù. Se nel romanzo di Ellis la serialità degli omicidi esprime il rapporto inscindibile tra consumismo e violenza, in quello di Siti la liturgia dell'ossessione allude al confronto tra cultura umanistica e barbarie; e il desiderio ossessivo, di cui il libro fornisce una teoria, è il ring su cui le due potenze si fronteggiano: non solo nella testa sconvolta di Danilo, ma più in generale nell'inconscio collettivo di un Occidente in balia dei surrogati. I lettori di American Psycho possono sentirsi diversi da Bateman, protetti da un pedigree culturale superiore; quelli di Siti no, perché Danilo Pulvirenti sono loro (siamo noi): cittadini di vedute progressiste, di ottime letture, rispettosi delle regole e refrattari alle astuzie, assetati di giustizia e di bellezza.
Negli ultimi quindici o vent'anni molti scrittori italiani, tra cui svariati epigoni di Ellis, hanno scelto di sfogliare, tra euforia e indignazione, il catalogo del consumismo contemporaneo; pochi hanno affrontato sino in fondo le trasformazioni che il trionfo del mercato e la fine di ogni vera alternativa politica hanno progressivamente imposto alla cultura umanistica, alla gerarchia delle sue idee e alla dinamica dei suoi rapporti. Autopsia dell'ossessione non si assesta nei confini del pamphlet, né in quelli del trattato; vuole costituire – insieme ai precedenti romanzi di Siti – una partecipe "storia dei sentimenti" degli ultimi decenni: per questo la vita di Danilo Pulvirenti, attraverso una serie di anticipazioni e flashback, vi è raccontata dall'infanzia alla vecchiaia, ossia dagli anni cinquanta a oggi; e per questo è sottilmente intrecciata alla parabola del Pci, nelle cui fila milita il protagonista ("Senza pretendere che io e il contadinazzo amiamo le stesse cose"). E infatti la smania di Danilo monta proprio quando finisce la politica, i cambiamenti sociali si fanno incomprensibili e il marketing rimpiazza la rivoluzione. È negli anni ottanta, tra i funerali di Berlinguer e la svolta della Bolognina, che il protagonista si scopre eccitato a desiderare la strage dei suoi culturisti: "Prima dovrebbero passare tutti dal mio letto uno per volta e poi via, ai forni (…) così finalmente potrei dedicarmi all'arte e alla cultura".
Si profilano, nella parabola di Danilo, due tornanti decisivi. Il primo a metà del libro, quando incontra sul palcoscenico di un teatro, nei panni succinti di un Minotauro, il corpo eucaristico di Angelo, sottoproletario culturista, escort per vocazione, che interpreta in via definitiva l'ossessione del protagonista e ne diventa il mantenuto; il secondo, quando nella vita di Angelo si affaccia un altro cliente fisso, ossesso come lui, che Danilo chiamerà semplicemente il Rivale. Non sono due personaggi qualsiasi. Angelo somiglia molto a quel Marcello, anche lui borgataro, culturista e prostituto, che aveva attraversato i tre precendenti lavori di Siti, La magnifica merce, Troppi paradisi e il Contagio; quanto al Rivale, intuiamo che è proprio Walter Siti, professore universitario, eroe e narratore della trilogia autofittiva cominciata con Scuola di nudo, esploratore delle borgate nel racconto in terza persona del Contagio, qui romanziere di successo (autore proprio del Contagio). Danilo deve constatare, prima con gioia e poi con rabbia, che il Rivale sembra il suo contrario in tutto: nell'aspetto fisico, nell'estrazione sociale, nel rapporto con l'autobiografia e con la cosa pubblica. Danilo legge "Repubblica", sottoscrive per salvare "Il manifesto", detesta Berlusconi con una rabbia così cieca "da rasentare la crisi di panico"; a Berlusconi il Rivale invece un po' somiglia: abituato alle falsificazioni e ai compromessi, la sua morale è elastica e trasformista, emblematica "di quel Paese senza palle e senza dignità che ormai è diventato il nostro".
Su questa base non potrebbe che essere opposto il rapporto che i due padroni intrattengono con Angelo, cioè con l'Altro. Danilo lo lascia a distanza di sicurezza, tra venerazione e vergogna; vuole umiliarlo ma non conoscerlo; il Rivale desidera annullarsi in lui, esserne assorbito come una macchia nella terra. Ma quando i due contendenti si incontrano davvero, più o meno a due terzi del libro, avviene qualcosa di sorprendente, che trasferisce la gara per il possesso di Angelo in una galleria degli specchi; al suo interno le opposizioni si sfumano e generano doppi, le apparenze si sfidano in nome di una verità ulteriore. Le ragioni del mito si confrontano con quelle romanzo, i duellanti si scambiano le maschere ("Patrick Bateman ero io", ha ammesso Ellis in un'intervista recente): il finale del libro farà compiere alla teoria un passo decisivo, inducendo il lettore a riflettere sugli ambigui rapporti tra amore e ossessione e tra ossessione e morte.
Autopsia dell'ossessione mostra con i libri precedenti di Siti legami specifici, fatti di analogie e ribaltamenti: riconoscerli accresce il significato dell'opera, perché ne moltiplica la portata strutturale e ne valorizza il dinamismo interno. Evidente è innanzitutto il rapporto con il Contagio (2008), che analizza campioni della stessa confusione, raccolti su altri e più periferici campi di battaglia: lì la cavia era un intellettuale che il caos desiderava inocularselo, qui uno che preferisce mutilarsi piuttosto che soccombere alla realtà (al riguardo non mancano segnali precisi: "Danilo sta in guardia contro ogni forma di contagio, la schiatta a cui ha scelto di appartenere disprezza il voler-bene"). Il legame con la trilogia è invece più sottile, all'insegna del "rompete le righe": per il rovesciamento dello schema dell'autofiction, l'autore non più protagonista, bensì contrappunto, complemento e ombra dell'eroe, in singolare coincidenza con il recente Houellebecq di La carte et le territoire; per l'ulteriore spossessamento a cui il finale dell'Autopsia condanna il personaggio Walter Siti; per il modo in cui il nuovo romanzo chiude i conti con il mondo simbolico dei nudi maschili, esibendone le spoglie impolverate e inerti: non a caso Siti descrive il suo ultimo lavoro come il retro di un trittico medioevale, "con assi, sconnessure, incastri del legno".
Ne risulta un doppio congedo: dal personaggio chiave degli ultimi romanzi, stunt-man, scandaglio e "corpo-contro-cui-non-c'è-difesa"; ma anche, e più in generale, dall'ipotesi metafisica inaugurata da Scuola di nudo (1994). Del romanzo d'esordio tornano felicemente nel nuovo il registro alto e tragico, lo stile chiuso e scintillante, e a tratti l'angoscia, paradossalmente soprattutto quando l'indiretto libero del protagonista lascia spazio alla lingua del trattato, gelida ma furiosamente metaforica. Scuola di nudo era, tra le altre cose, un saggio "in situazione" sul desiderio ossessivo e inesauribile; il nuovo libro è invece un'autopsia, cioè uno studio sulla salma di quel desiderio. Se la violenza di Scuola di nudo scaturisce dal rifiuto del mondo che l'ossessione sa esprimere, stavolta è proprio l'ossessione a essere negata, a evaporare mentre il mondo cambia: la violenza dell'Autopsia è quella di un'arma che doveva difenderci e che invece ci è scoppiata in mano.
Gianluigi Simonetti

Recensioni dei clienti

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    Mario

    23/03/2012 14.54.25

    Walter Siti, entomolgo contemporaneo scava lungo le rive dell'ossessione, dentro gli impulsi di morte e nella mente ordinata di un un tranquillo e borghese uomo rispettabile. Quell'uomo siamo tutti noi. Noi dentro noi e nel rapporto con l'altro, nell'ansia di possedere, nel bisogno atavico (oppure no) di cavalcare il Mito. Di sedercisi accanto. Autopsia dell'ossessione è il viaggio dentro l'abisso della tragedia. Dunque, Danilo Pulvirenti (il protagonista) siamo tutti noi. Siamo la carne moderna che si conusma lentamente e il doppio IO che a tratti, e fuggevolmente si palesa. Tutto è decandente, i rapporti sono lenti e vuoti: ansia di possedere che chiama altra ansia. Senilità, suicidio, marcescenza. Autopsia dell'ossessione è decisamente un racconto horror, senza sangue e senza mostri, perciò ancora più pauroso. L'uomo è al centro di tutto, l'erotismo (che poi è anti-erotismo) è mortifero, freddo, asessuato. Lo stile colto e vorticoso di Walter Siti può creare disagi, e del resto il senso di vertigine ci accompagnia pagina dopo pagina. Potrebbe anche essere un romanzo di formazione (il protagonista si consegna a noi dall'infanzia fino all'età adulta), ma non c'è autoreferenzialità, nè spocchia, c'è la penna e lo sguardo di un uomo attento e preparato che scrive e cucina le parole come se dipingesse un'opera futurista o suonasse un'opera di Wagner: poesia e bassezza, amore e morte, desiderio e orrore. Un romanzo che entra sotto la pelle, a poco a poco, e che abbisogna di tempo per meditarlo per introiettarlo completamente. Fatto ciò: nostra madre, il nostro cane, il nostro medico, la nostra compagna, nostro figlio, persino i nostri nonni... non saranno più gli stessi. Meno consolazione e più difformità. Appassionante ritratto di una stagione (la vita) all'inferno.

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    Francesco

    26/01/2012 12.35.39

    Compassato, pesante e sempre rivolto a cercare di sconvolgere. Di quei libri di cui si parla ma che pochi son riusciti a capire e soprattutto a leggere sino in fondo. Avevo letto altro di Siti e mi era piaciuto, con questo, lo rimando a settembre!

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    Giancarlo Tramutoli

    24/02/2011 16.04.11

    a pag.50 si comincia a zompare nella vana ricerca di respiro o di qualche lampo. Poi lo si abbandona senza rimpianti e con sollievo. Prosa arzigogolata da accademico condita di noia e dotti richiami simbolici per un intorcinamento letale che è il canone ideale per critici appartenenti alla stessa mortifera e polverosa accademia. Urgente spalancare le finestre e far uscire il puzzo di chiuso. Da evitare. Meglio andare a curiosare in altri siti.

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    Peg

    18/02/2011 15.59.29

    veramente bellissimo! avrei preferito senza foto

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