Categorie

Le avventure di Miguel Littín, clandestino in Cile

Gabriel García Márquez

Traduttore: C. M. Valentinetti
Editore: Mondadori
Edizione: 8
Anno edizione: 1999
Formato: Tascabile
Pagine: 136 p.
  • EAN: 9788804471295
Approfitta delle promozioni attive su questo prodotto:
Disponibile anche in altri formati:

€ 6,75

€ 9,00

Risparmi € 2,25 (25%)

Venduto e spedito da IBS

7 punti Premium

Attualmente non disponibile
Leggi qui l'informativa sulla privacy
Inserisci la tua email
ti avviseremo quando sarà disponibile


(recensione pubblicata per l'edizione del 1986)
recensione di Puccini, D., L'Indice 1987, n. 1

Mettiamo sulla bilancia due cose: da un lato, il silenzio narrativo che ingenuamente Garcia Marquez s'impose anni fa "finché Pinochet non fosse caduto" e gli articoli spesso a carattere politico (anch'essi ingenui e spesso francamente mediocri) che scrisse per qualche anno e che un quotidiano italiano (al pari di una catena di giornali di tutto il mondo) pubblicò regolarmente; e dall'altro, questa lunga intervista al regista cileno Miguel Littin, il quale, colpito da un mandato d'arresto permanente, ha intrapreso la rischiosa avventura di andare a vedere e filmare la vita cilena sotto la dittatura di Pinochet, dopo dodici anni di oppressione. Non vi sono dubbi: la seconda soluzione, l'intervista a Littin, è e sarà di gran lunga più efficace dei primi due espedienti. Pubblicata via via da "El Pais" di Madrid, ancor prima dell'uscita del film al Festival di Venezia, non farà, insieme con il film, cadere il tiranno: ma varranno l'una e l'altra a tener desto nell'opinione pubblica lo scandalo di una dittatura che, nata da un golpe feroce e contro un governo legittimo, continua a ferocemente conculcare un intero paese dalle buone tradizioni democratiche e un intero popolo dai pacifici e civili e delicati costumi di vita.
La verifica di questa mia bilancia metaforica serve anche a ribadire ciò che tutti sappiamo da tempo: che gli scrittori la politica debbono farla attraverso o dentro il proprio mestiere: cioè scrivendo, e scrivendo, possibilmente, con immaginazione e ingegnosità. E Marquez - come forse pure Littin, il cui film non ho veduto - non ci racconta una storia di un "tutto nero" come banale propaganda vorrebbe, bensì una relazione dal vivo su come vive e come può cambiare un paese e la sua gente, con il trascorrere del tempo, anche sotto una tirannia assurda come quella del generale Augusto Pinochet. Tanto più che Marquez il suo contributo alla letteratura di finzione contro i dittatori già l'aveva svolto vari anni fa, ne "L'autunno del patriarca", scegliendo la linea di una fantasia allucinata e surreale.
È questa la seconda volta che Marquez ha tradotto la sua scrittura giornalistica in qualcosa di più consistente e di maggiore durata. La prima volta quando, nel 1955, intervistò un marinaio colombiano naufrago per dieci giorni di una nave da guerra, adibita a una sorta di mercato nero militare: mi riferisco al "Racconto di un naufrago", che fu poi pubblicato come libro nel 1970. Ora Marquez ripete l'esperimento con questa lunga intervista al regista Miguel Littin. Entrambi scritti in prima persona, come se fosse l'intervistato a parlare, i due libri non sono opere letterarie in senso stretto, ma hanno l'inconfondibile soffio di grazia del narratore. Entrambi hanno avuto ed hanno una loro funzione di denuncia: il primo, che costò a Marquez l'esilio, contro la corruzione in abiti militari; e questo la denuncia contro una dittatura. Ed entrambi spiegano come e quanto Garcia M.rquez dipenda anche per la sua arte maggiore, dal trapasso dalla scrittura giornalistica a quella propriamente letteraria e creativa: difficile e rischioso (e sbagliato) distinguere troppo.
Del resto, è Littin che ha visto e guardato, ma è il Garcia Marquez
narratore che alla fine vede e guarda attraverso Littin: talora, diremmo quasi, gli presta i suoi occhi, e, come i suoi occhi, la sua spumeggiante immaginazione. Per di più, non si può essere davvero certi che alcuni episodi siano tutto vino della botte del regista cinematografico. Sono senza dubbio di Garcia Marquez, oltre ovviamente alla scrittura (molti aggettivi tipici del narratore), alcune ossessioni sul tempo (il passaggio da una generazione all'altra, il senso della vecchiaia, ecc.); il gioco sulla duplice personalità di Littin, travestito da pubblicitario uruguayano, ma ad ogni pie' sospinto interamente cileno e uomo di cinema fino all'osso; il disegno delle figure femminili, come Clemencia Isaura, che scopre a 72 anni "la lotta armata, la cospirazione, l'ebbrezza dell'azione intrepida", e come quella della madre del regista, che gli permette di sviluppare un episodio di tenera memoria e di struggente nostalgia, al pari che nei migliori episodi familiari della sua vasta opera narrativa. Infine, Garcia Marquez presta a Littin alcuni suoi tipici tics, come la paura degli aerei, la passione per l'avventura quasi gratuita, la mania per i vestiti da "regista da campo", la timidezza davanti al barbiere o alla artista di spogliarello, e così via.
Insomma, anche questo libro - con la sua carica di documentazione e di testimonianza - porta un tassello in più a quella mitografia dell'America Latina che Garcia Marquez sta tracciando da tempo, e con vari
mezzi e registri: e questo tassello è senza dubbio più piccolo e modesto degli altri, ma non del tutto secondario.
P.S. Non voglio parlare, questa volta, della traduzione. Fornisco tuttavia qualche errata corrige al lettore affezionato: a p. 22, in luogo di "registralo", va letto "perquisiscilo" (si tratta di addetti alla dogana dell'aeroporto di Santiago); a p. 68, in luogo di "appoggio di un intero villaggio", va letto "appoggio di un intero popolo" (qui "pueblo", che significa anche "villaggio", si riferisce a tutto il "popolo" cileno); a p. 82, "molto delicato", va letto "molto magro" ("delgado"); a p. 88, "vestiti da campagnolo", va letto "vestiti in borghese" (si tratta di poliziotti "vestidos de paisano").


articolo di L'Indice 1987, n. 1

"Fernando Ezequiel Solanas, argentino, autore di "La Hora de los hornos" (un film buono e discutibile), mi pare l'unico cineasta latino che stia di fatto sulla linea del fuoco; l'ondata dei film politici da lui iniziata si irradia nell'America Latina", scriveva nel '71 Glauber Rocha, un autore che peraltro teorizzò e praticò un cinema lontanissimo da quello di Solanas.
Cineasta militante quanti altri mai, il cileno Miguel Litt¡n - quarantaquattro anni ed una filmografia che prende avvio nei secondi anni '60 - ha, rispetto a Solanas, una distanza forse non minore di quella che ebbe Glauber Rocha; anche se nella sua filmografia, accanto a "sei film a soggetto" ("El chacal de Naueltoro", 1969; "La tierra prometida", 1973; "Actas de Marusia", 1974; "El recurso del metodo", 1978; "La viuda de Montiel", 1979; ÈAlsino y el condor", 1982), tutti per altro di forte impegno politico, figura un lungometraggio, ÈCompanero Presidente" (1971, dedicato a Salvador Allende) che investe direttamente la "politica" senza le mediazioni della fìction. Eppure, "Acta general de Chile" ricorda quasi inevitabilmente il modello costituito dal film sessantottesco di Solanas, per le molte, evidenti analogie strutturali: la inconsueta durata (260' Solanas, 215' Litt¡n); la divisione in parti (tre in Solanas, quattro in Litt¡n) tra loro reciprocamente funzionali; l'alternarsi di materiale di repertorio "storico" e di riprese d'attualità; la mescolanza di interviste e di sequenze documentaristiche; un testo che alterna informazione politica e squarci retorici con frequenti inclinazioni al lirico; il carattere clandestino dell'impresa complessiva; la sua finalizzazione per una mobilitazione dell'opinione pubblica straniera nei confronti della situazione interna.
Recatosi in Cile mascherato da businessman uruguayano all'inizio del 1985, e sfidando le liste di proscrizione del dittatore Pinochet, Litt¡n ha percorso il paese in lungo e in largo, girando per sei settimane con l'aiuto di tre troupes cinematografiche europee e di sei piccole troupes mobili cilene. Il risultato sono stati settemila metri di pellicola, che il regista, una volta ritornato in Spagna - dove attualmente risiede, esiliato da tredici anni dal natio Cile dove, nell'estate del '73, sfuggì per un soffio, dopo essere stato arrestato, al carcere e forse alla fucilazione - ha montato in un film di tre ore e tre quarti, che avrà una destinazione televisiva (è stato anche comprato dalla RAI-TV), mentre una 'editio brevis' di due ore e mezza verrà messa in circolazione nelle sale cinematografiche.
Già in sé questa stupenda beffa nei confronti di un regime i cui apparati repressivi sembrano non conoscere ostacoli, basterebbe a dare ad "Acta general de Chile" meriti assolutamente fuori del comune, anche nell'ambito del cinema militante. Ma i meriti effettivi dell'opera sono maggiori e vanno anzi assai al di là dell'impresa in sé, pur particolarmente insolita ed eccezionalmente coraggiosa. Essi consistono soprattutto nell'alto valore informativo e: documentativo del film: sia nei confronti del clima repressivo della dittatura, che Litt¡n con molta abilità ci fa cogliere nell'atmosfera stessa registrata dalla sua cinepresa, oltre a documentarcelo con le immagini inequivocabili della polizia di Pinochet che si scontra violentemente con i dimostranti e a ricordarcelo con il materiale di repertorio sul bombardamento del Palazzo de la Moneda nel settembre 1973; sia nei confronti della vivacità e vitalità e vastità della opposizione al regime, testimoniata non solo dai resistenti armati del PMR (che Litt¡n intervista mascherati), ma anche dalle donne e dagli uomini delle 'popolaciones', dai giovani che nel '73 erano bambini e dai militanti anziani che vissero e condivisero le grandi speranze del governo Allende, i quali, tutti, affrontano a viso aperto la macchina da presa e spiegano, motivano, attestano la loro opposizione e la quotidianità della battaglia contro il fascismo cileno.
In questo senso appaiono decisamente più funzionali - e anche strutturalmente più congrue - le parti analitico descrittive di "Acta", dove la carica informativa è decisamente ragguardevole, che quelle lirico-rievocative, dove il testo (voce in 'off', lo stesso Miguel Litt¡n) indulge non di rado alla retorica, sovrapponendosi talora inutilmente (per esempio nella sequenza su Isla Negra, attorno alla casa abbandonata del poeta Pablo Neruda, molto poco dopo il golpe) alla già sufficiente eloquenza delle immagini. Ciò non toglie che sia proprio la quarta parte - quella dedicata a rievocare la figura di Allende, le sue ultime ore, la esemplarità del suo martirio, la memoria che egli ha lasciato di sé nella gente, vera e propria bandiera del riscatto democratico cileno - il momento forse più alto, certamente il più commovente, di "Acta".
"Soy un luchador social che cumple su tarea", ovvero un militante che fa il proprio dovere, disse Allende poco prima di morire. La moglie, la segretaria, gli uomini di Unidad Popular, che gli furono accanto fino a pochi istanti dalla fine, testimoniano la dignità con cui il "compañero presidente" seppe fare il proprio dovere. E Litt¡n non ha bisogno di intervenire, di commentare, di spiegare: le testimonianze e le immagini bastano da sole a farci capire quello che Litt¡n ci vuole dire. Il mondo, neppure il mondo democratico, ha saputo finora compiere fino in fondo il proprio dovere nei confronti del Cile. "Acta general de Chile" avrà il suo quinto e conclusivo episodio quando a Santiago e a Valparaiso vi sarà di nuovo la democrazia, ritornerà quel tempo che la dittatura ha spezzato, verrà restituita quella memoria che i golpisti hanno cercato di distruggere.

Recensioni dei clienti

Ordina per
  • User Icon

    Alberto Marazzini

    03/02/2003 16.49.50

    Finestra iconosclasta in tempi di gran moda per controcultura e controinformazione. Spionaggio in salsa cilena romanzato per avvincere e coinvolgere. Una bella coda d'asino (come si dice nel libro) attaccata al militarismo furente di Pinochet.

  • User Icon

    chrys

    09/01/2003 14.18.27

    Avvincente reportage "clandestino" sul Cile di Pinochet...

Scrivi una recensione