Avviamento all'analisi del testo letterario

Cesare Segre

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1999
Pagine: 400 p.
  • EAN: 9788806131579
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SEGRE, CESARE, Avviamento all'analisi del testo letterario, Einaudi, 1985
(recensione pubblicata per l'edizione del 1985)
recensione di Pagnini, M., L'Indice 1986, n. 1

Nella generale riflessione sul linguaggio, che è uno dei temi portanti della cultura del nostro secolo, gli studi che hanno rivolto la loro attenzione ai problemi del linguaggio letterario hanno raggiunto un profondo livello di conoscenza e un alto grado di raffinatezza. Lunghissimo e variamente articolato è stato il cammino che va dalle Tesi di Praga ai contributi più recenti, in una serrata collaborazione internazionale cui hanno partecipato linguisti, critici letterari, antropologi, sociologi, psicoanalisti, filosofi e storici della cultura. II linguaggio letterario si è rivelato, infatti, come un complesso campo di osservazione ove trovano la loro legittima ed utile attività le più svariate discipline. Ripercorrere il cammino di tale operosità è divenuto un arduo compito. Estrarre l'essenziale da una montagna di suggerimenti, sceverando fra una massa imponente di scritti teorici e di prove applicative ciò che porta rilevante conoscenza da ciò che è mero conato, superfluità, o errore, è operazione difficile e laboriosa. Eppure, sin dalle prime fasi di questa disciplina, già ricchissime, Si è reso via via necessario comporre i dati in un quadro essenziale e critico, di volta in volta affacciandosi su territori rimasti inesplorati, e individuando gli orizzonti delle nuove necessità di lavoro.
Questa è opera che tutti noi abbiamo dovuto prima o poi compiere, privatamente e in pubblico; ma, fra tutti, più di ogni altro, qui in Italia, Cesare Segre ha assunto tale funzione organizzativa delle teorie, e della critica alle teorie, accanto, naturalmente, alle sue contribuzioni personali e al suo indefesso lavoro di linguista e di critico. Se ne può vedere il cammino nella serie delle sue pubblicazioni einaudiana, dai "Segni e la critica", 1969, a "Le strutture e il tempo", 1974, alla "Semiotica filologica", 1979, a "Teatro e romanzo", 1984. Questo nuovo libro di Segre si compone di due parti: una prima che costituisce una sorta di summa della disciplina fino agli ultimi contributi, compresi naturalmente quelli dell'autore (liberamente egli utilizza due precedenti studi); una seconda che molto utilmente raccoglie le "voci" - sempre in argomento - contribuite alla Enciclopedia Einaudi. II discorso della prima parte è necessariamente economico, e perciò rapido ed essenziale; quello della seconda parte, fissandosi su alcuni temi chiave, è più ricco e agiato. In entrambe le sezioni, ma soprattutto nella prima, il discorso epitomatico rimanda continuamente ai contributi con dovizioso apparato di note; per cui l'essenzialità diviene la virtù di chi deve compendiare, e il corredo una sorta di enciclopedia per chi ha bisogno di letture e di ragguagli.
Si tratta di un libro utilissimo, necessario a chi ha a che fare con la letteratura: prezioso per chi non ha seguito le sorti dello strutturalismo e della semiotica, in Italia e all'estero, e vuole ormai aggiornarsi su un campo del sapere che, volere o nolere, costituisce il massimo contributo teorico che i tempi moderni hanno dato in materia.
Riassumere il contenuto di un simile libro è impossibile. Mi limiterò a indicarne l'essenza. Il linguaggio della letteratura è una complessa e singolare forma di comunicazione, che in quanto tale può studiarsi dal punto di vista dei tre elementi classici del modello della comunicazione linguistica stessa: l'emittente, il messaggio (testo), il recettore; con la complicazione, però, che si tratta di un messaggio a distanza, senza la presenza dell'emittente e del recettore, e senza il contesto; ma strutturato in modo tale da contenere gli elementi sufficienti alla sua comprensione.
Grande importanza viene data al lettore - il lettore reale, che non si identifica con il destinatario implicito, così come l'autore implicito non si identifica con l'autore reale. Il testo ha le sue varie modalità (può essere lirico, narrativo, drammatico) e in ogni suo procedimento ricorre a, e produce, particolari strutture. È costituito da una "successione fissa di significanti grafici" i quali "sono poi portatori di significati semantici"; per cui si studia sia dal punto di vista delle articolazioni fonico-grafiche, sintattiche e transfastiche, sia da quello delle sue utilizzazioni e produttività di senso. Si configura come un complesso strutturato di livelli. Può vedersi in un insieme di testi e si può studiare dentro il suo contesto di cultura e con esso collegato, intendendo per cultura un insieme di ambiti, o sfere, ciascuna ordinata in sistema". Dal che risulta non solo che il testo, nei suoi vari livelli, può essere connesso con i corrispondenti livelli della cultura contestuale, ma anche che esso può rivelarsi "sintomatico" della cultura stessa, una sua "sintesi e momento di autocoscienza"; e la cultura stessa "come una somma di testi, se non come un solo testo complessivo" (così come insegnano i semiotici della scuola di Tartu e di Mosca).
Lo strutturalismo, da cui prende le mosse questa disciplina, utilizzando privilegiatamente lo strutturalismo linguistico, e poi la semiotica, una volta perduto interesse a cogliere i modelli basici, fissi, di plurisecolari manifestazioni (come subito è avvenuto da noi, legati, come siamo, a erudizioni storicistiche), ha fruttato una modalità conoscitiva che non si può liquidare come persistenza idealistica o vana pretesa oncologica. Intendo riferirmi alla prassi di smontaggio/rimontaggio degli oggetti letterari, osservati nei loro elementi costituivi, nella loro reciproca interazione, e nella loro modellizzazione paradigmatica. Non c'è dubbio che si sono avuti processi di riduzione (come sempre fa la scienza quando con le sue operazioni specifiche allontana l'oggetto del caos), ma alla riduttività si è accompagnata una ricchissima descrizione, soprattutto rivolta alla funzionalità delle parei, che ha prodotto un sapere sconosciuto alle prassi non strutturali. Insomma, lo strutturalismo prima, e la semiotica poi, hanno ottenuto due risultati paradossalmente congiunti: a) la estrapolazione di strutture semplici, che, ad esempio, hanno consentito la coordinazione di fenomeni prima dello strutturalismo non avvertiti come unificabili, b) il riconoscimento delle singolarità che fanno l'unicità e la irrepetibilità dell'oggetto.
Fatto conclusivo della lunga parabola, sta il compiersi del destino preconizzato dai formalisti russi e cioè la travalicazione della singola struttura letteraria verso la integrazione delle strutture contestuali (le famose "serie" storiche di Tynjanov). In base a questo processo si sta ottenendo, a) la dinamicizzazione dell'oggetto letterario come "comunicazione", e quindi come fenomeno pragmatico, b) la osservazione della struttura dell'oggetto letterario dentro le strutture del suo ambiente storico, c) il riconoscimento della dinamica diacronica nella statica della sincronia.
Legga questo libro chi crede nella ragione, o, per dirla in senso più specifico, nel "pensiero paradigmatico" (e non ha simpatia per il "pensiero metonimico", che oggi, soprattutto in Francia e negli Stati Uniti, si sta rivelando come l'antagonista per eccellenza); legga questo libro chi ha bisogno di distinzioni e di termini adeguati; lo legga chi vuole avvicinare i testi con una consapevolezza tecnica ignorata da altri tipi di approccio; e chi ha fiducia che così facendo può capire di più e di meglio nelle opere letterarie.
Riceverà ancora una volta, questo libro, l'accusa che a vari nostri scritti è sovente lanciata: quella di una pervicace pan-semioticità? Cesare Segre non esita a sostenere che è caratteristico della nostra epoca - il suo fondamentale fatto epistemico - "l'affermarsi di una mentalità semiotica", secondo la quale "la comprensibilità del mondo viene identificata con l'attitudine a impiegare segni per indicare cose e rapporti, col bisogno di comunicazione come primo e fondamentale connettivo sociale, con l'elaborazione di metalinguaggi per ricostruire l'unità comunicativa di sistemi segnici eterogenei, infine con la concezione stessa della cultura come sistema comunicativo".

SEGRE, CESARE, Avviamento all'analisi del testo letterario, Einaudi, 1985
recensione di Caprettini, G.P., L'Indice 1986, n. 1

Un volume di Segre fra i Paperbacks Einaudi è diventata una felice ricorrenza, da quando nell'autunno del '74 usci "Le strutture e il tempo" ripetendo il successo della prima raccolta "I segni e la critica" pubblicato esattamente cinque anni prima. E ancora, un pò prima della scadenza del quinquennio, "Semiotica filologica" - che aveva già germogliato, in anticipo, "Semiotica, storia e cultura" (Liviana 1977), affidando a questo volumetto le dichiarazioni e le proposte politiche meno definitive delle acquisizioni teoriche e critiche. Un altro lustro - febbraio '84 - e siamo a "Teatro e romanzo" secondo un rito ormai tutto da cabala personale che solo a un malevolo verrebbe da assimilare alle scadenze espiatorie dei censori romani. Ora c'è "Avviamento all'analisi del testo letterario", un libro introduttivo ma, insieme, al culmine di uno scavo più che trentennale nell'immenso dominio del medioevo romanzo e della nostra modernità.
Sarà un volume della scuola, lo vedremo circolare presto nell'Università sotto gli occhi degli studenti che amano i libri chiari e profondi e dei colleghi, anche di quelli che si scatenano malignamente contro la semiotica o che, al sentire "attante" sorridono tra il malinconico e il disgustato. Coraggio, qui non troverete soltanto semiotica ma una serie ordinata di temi, aspetti e problemi della produzione e "comunicazione" letteraria, che a ogni passo dà l'impressione di fornire il quadro generale delle questioni e nello stesso tempo la possibilità di affrontare altre vie altri itinerari di ricerca.
Chi ha avuto come me il privilegio di seguire gli articoli di Segre per l'enciclopedia Einaudi col ritmo puntuale della loro consegna in redazione, sa della cura minuziosa con cui sono stati presentati, sa delle premure cortesi con cui l'autore ha seguito ciascuno di loro, nell'impianto generale che già si profilava di un volume a posteriori alla fine dell'impresa editoriale diretta da Ruggiero Romano.
E cosi pure, la prima parte di questo "Avviamento", che sta nel IV volume appena uscito della "Letteratura italiana" diretta da Asor Rosa, ha la funzione espositiva - e se vogliamo, didattica - di una guida verso e dentro l'opera letteraria e, in più, contiene una bibliografia accuratissima, generosa, quella che un aspirante a cattedra stilerebbe per dimostrare quanto è bravo. In questo caso Segre, al contrario, si è sottoposto alla forte autodisciplina (alla "modestia", per usare un suo termine) di far accedere i più a un territorio assai problematico, dove i modelli narrativi - quelli analizzati nel bel capitolo di apertura di "Le strutture e il tempo" - convivono con i problemi della ricezione, del concreto funzionamento della lettura.
Vent'anni fa usciva l'inchiesta "Strutturalismo e critica" con cui si apriva il catalogo del Saggiatore, da Giacomo Debenedetti voluta, da Segre preparata (e rist. nel gennaio ,85): la "lunga operosità", che segui quelle dichiarazioni di intenti formulate da illustri studiosi non poteva trovar miglior compimento, lasciandoci insieme una curiosità sul cui oggetto vorremmo esercitare una qualche pressione. Quale sarà il paperback del 1990? Dacci, Segre, una guida all'invenzione!

SEGRE, CESARE, Avviamento all'analisi del testo letterario, Einaudi, 1985
(recensione pubblicata per l'edizione del 1985)

SCHOLES, ROBERT, Semiotica e interpretazione, Il Mulino, 1985

ASOR ROSA, ALBERTO, Letteratura italiana, vol. IV: L'interpretazione, Einaudi, 1985
recensione di Ceserani, R., L'Indice 1986, n. 7

Dopo i tre precedenti volumi della Letteratura italiana diretta da Asor Rosa, accolti assai tepidamente, questo quarto sulla Interpretazione ha suscitato un più vivace interesse. Le presentazioni e discussioni pubbliche (fra cui una a Bologna a metà del dicembre 1985 e un vero e proprio convegno internazionale a Roma nei primi giorni del marzo 1986) hanno perso il solito carattere di ritualità un po' distratta e si sono trasformati in momenti di reale discussione e confronto.
L'impressione di molti è stata quella di avere fra le mani un volume non sistematico e organicamente unitario, ma neppure composto da saggi e contributi magari eccellenti in sé ma fortemente divergenti e assemblati per pura convenienza editoriale, e invece composto da interventi anche molto diversi per tono, impianto metodico e referenti teorici, ma abbastanza convergenti e comunque quasi tutti percorsi da una comune volontà di ricerca e discussione attorno ad alcuni problemi centrali unificanti. Il bisogno di confronto, manifestatosi nei dibattiti pubblici, era forse già implicito in gran parte del libro.
Il titolo del volume è azzeccato e sembra direttamente agganciare i discorsi che vi son fatti con le discussioni di teoria letteraria in questo momento più vivaci in Europa occidentale e in America, in particolare fra i critici di indirizzo ermeneutico e decostruzionista (se ne è avuta, mi si dice, una qualche conferma nel convegno di Roma, attraverso le testimonianze dell'americano Jonathan Culler e dei teorici di scuola olandese e tedesca Pieter De Meijer, Tenn Van Dijk, Elrud Ibsch e Siegfried Schmidt). In realtà il titolo è un poco ingannevole. In questo volume si parla sì di interpretazione, ma spesso nel senso più tradizionale, in rapporto alla filologia e critica del testo e non alle problematiche della ricezione testuale e dei rapporti fra testo e lettori. I richiami alle indagini filosofiche di Gadamer, Habermas o Ricoeur, alla sociolinguistica di Austin e Searle o alle proposte critiche della scuola di Costanza o a quelle americane della reader-response critique sono scarsi e saltuari, e quasi tutti concentrati, come è naturale, nel saggio dell'olandese Pieter De Meijer, un saggio di forte tensione teorica che si occupa, dal punto di vista delle nuove metodologie, della vecchia questione dei generi letterari.
In realtà un titolo più appropriato sarebbe stato quello di "filologia e critica", reso prestigioso in passato da Lanfranco Caretti e più volte richiamato da Asor Rosa nella prefazione, che infatti è dedicata proprio a un'intelligente discussione di questo nodo storico e concettuale, così caratteristico della tradizione della cultura critica italiana. Alla storia della scrittura, a quella della filologia, ai suoi problemi di metodo, alle discussioni e al vario formarsi di scuole e indirizzi sono dedicati alcuni eccellenti lavori di specialisti: Roberto Antonelli, "Interpretazione e critica del testo"; Armando Petrucci, "La scrittura nel testo"; Ignazio Baldelli-Ugo Vignuzzi, "Filologia, linguistica, stilistica".
I momenti più alti della moderna filologia italiana, con i numi tutelari Giorgio Pasquali e Michele Barbi, le scuole spesso diversamente impostate ma tutte vivaci (fiorentina, padovana, pavese, pisana, romana), le aperture importanti verso la produzione letteraria e l'attività critica e storiografica, sono animatamente presentate nel volume e danno un'impressione complessiva di solida operosità intellettuale e fervore metodico. Se c'è un protagonista, un eroe implicito in molte di queste pagine, come fa fede il numero delle citazioni registrate nell'indice, numerose e presenti quasi in ogni saggio, questi è Gianfranco Contini, filologo e critico.
Più differenziato e disperso è l'insieme di saggi dedicati alla critica, alla sua storia, ai suoi metodi e orientamenti. Non abbiamo, se non in parte, un nuovo e aggiornato panorama da affiancare a quello fortunato promosso anni fa da Maria Corti e Cesare Segre "I metodi attuali della critica in Italia" (Eri, Torino 1970, nuova edizione 1980). C'è un saggio, di alta qualità e notevole impegno speculativo, di Emilio Garroni sui rapporti di confine e interscambio fra Estetica e critica letteraria. C'è, ad apertura di libro, una specie di piccolo trattato, una introduzione a carattere manualistico e istituzionale di Cesare Segre su "Testo letterario, interpretazione, storia: linee concettuali e categorie critiche", frutto di un lavoro di strenua concentrazione e sistemazione concettuale, terminologica e definitoria e di un riordino e rigorosa sistemazione di disparate ricerche e proposte teoriche (le stesse pagine sono poi ricomparse, corredate dalle voci di teoria letteraria e semiotica, su Discorso, Finzione, Generi, Narrazione/narratività, Poetica, Stile, Tema/motivo, Testo, scritte a suo tempo da Segre per l'Enciclopedia Einaudi, in un volume a sé appropriatamente intitolato "Avviamento all'analisi del testo letterario", di cui sottolineo la parola analisi, che mi pare abbia un significato di verso da interpretazione).
Ci sono poi due studi, molto densi e d'impianto erudito, caratterizzati peraltro da partecipazione e identificazione critica, di Dante Della Terza su "Le Storie della letteratura italiana: premesse erudite e verifiche ideologiche" e "Francesco De Sanctis: gli itinerari della "Storia". E a questi si affianca un saggio di Ren‚ Wellek, riconosciuto maestro degli studi di storia della critica, che, come in un capitolo della sua poderosa "Storia", traccia il ritratto di Benedetto Croce e di tre critici di scuola crociana, Luigi Russo, Mario Fubini e Francesco Flora (l'interesse del saggio sta nel punto di vista sovranazionale, distaccato e giudicante, dell'autore, ma anche nella comune impostazione idealistica del pensiero e nella straordinaria simpatia per i critici italiani storiografati).
Ci sono infine quattro studi su quattro diversi orientamenti della metodologia critica: la semiotica, discussa da Gian Paolo Caprettini in "Le strutture e i segni. Dal formalismo alla semiotica letteraria; la psicanalitica", da Francesco Orlando in "Letteratura e psicanalisi: alla ricerca dei modelli freudiani"; la sociologica, da Alberto Abruzzese in "Sociologia della letteratura", la marxistica, da Alberto Asor Rosa in "Il marxismo e la critica letteraria". Spicca fra questi, per l'originalità e il sostanzioso apporto teorico, il saggio di Orlando, che si conferma lupo solitario e appartato, nel branco un po' confuso dei nostri critici letterari.
Non mancano, in contributi così diversi, le pagine apertamente stridenti (polemica anticrociana in De Meijer, difesa di molte posizioni crociane in Wellek, polemica contro alcune posizioni di Wellek, definite "aberranti", in Abruzzese, ecc.). Così come non mancano sovrapposizioni o lacune. In compenso c'è in molti, quasi compulsiva, la tendenza a ripartire sempre e in ogni caso dalle stesse grandi questioni, fra cui, ossessivamente, quella della definizione di letteratura e del letterario, confermando ancora una volta (e su questo intelligentemente riflette Garroni) che questa è una delle questioni più delicate, anche se forse irrisolvibili, attorno a cui si tormentano le moderne teorie, specialmente quelle a base linguistica e semiotica.
Quanto alla tendenza, evidente in molta parte del dibattito critico contemporaneo (e che poteva sembrare adombrata nella scelta per questo volume del titolo L'interpretazione), a spostare l'asse della teoria letteraria, dal punto di gravitazione centrale, quella della testualità, in direzione non della zona di produzione del testo ma di quella della ricezione, ben poco di essa mi pare di poter cogliere in questo volume.
Cesare Segre, che pur tiene conto delle proposte teoriche di indirizzo ermeneutico, resta fermamente ancorato a una impostazione sostanzialmente semiotica, che mantiene il testo al centro del sistema della comunicazione letteraria e del lavoro critico e interpretativo. Egli si sforza, con un continuo lavoro di assorbimento e adattamento delle varie proposte e pratiche critiche, di accogliere accordando loro tutto il rilievo necessario senza però sbilanciare il sistema, le elaborazioni teoriche relative agli altri aspetti della comunicazione letteraria: problemi relativi all'autore, al lettore, alla stratificazione testuale, e così via. Da alcuni anni, poi, allacciandosi alle ricerche della scuola sovietica di Lotman e Uspenskij, dedica una particolare attenzione (come risulta anche da questi suoi ultimi interventi) ai problemi della storicità dei testi e del raccordo fra la comunicazione letteraria e i grandi sistemi storici della comunicazione culturale.
Un atteggiamento sostanzialmente analogo mi pare che abbia il critico americano Robert Scholes, del quale è uscito anche in italiano un prezioso libretto su "Semiotica e interpretazione". Scholes, che ha gradualmente conquistato una posizione semiotica, si e poi trovato a dialogare con le nuove correnti critiche, da quelle più interessate alla referenzialità e alla sociologia dei produttori, a quelle più orientate verso la decostruzione dei testi, a quelle più attente ai problemi della ricezione. E ha cercato, ogni volta che ha potuto, di respingere le pratiche troppo sbilancianti e, con pragmatismo tipicamente americano, di ricondurne i suggerimenti più interessanti nell'ambito della pratica per lui centrale dell'analisi semiotica dei testi. Quest'ultimo suo libro, che ha appunto un'impostazione cordialmente dialogica, si raccomanda per l'atteggiamento equilibrato e sensato e per l'efficacia di alcuni esempi di lettura (fra cui un racconto di Joyce e uno di Hemingway), che hanno ancora il calore e l'immediatezza dell'esercitazione seminariale.