Traduttore: M. Balmelli
Editore: Adelphi
Collana: Fabula
Anno edizione: 2017
In commercio dal: 18/05/2017
Pagine: 158 p., Brossura
  • EAN: 9788845931758
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    Silvia

    22/03/2018 14:02:44

    Adoro la sagacia e la capacità di scrittura di gran parte delle opere di Yasmina Reza o almeno le trovo sempre originali. Ma in questo libro purtroppo non ho trovato nulla di tutto ciò. Caos più che suspense e trash più che originalità. Forse era indicativo il titolo: come una torre di babele, un progetto ambizioso (storie all'apparenza indipendenti legate da un fil rouge) si è concluso in una débâcle.

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    Dario A.

    16/03/2018 00:49:21

    Lo humor nero ed il classico taglio fotografico sono perfettamente riconoscibili anche in quest ultimo romanzo. Tuttavia questa volta, a mio avviso, non eccelle. La prosa è sempre affilata e godibile ma la storia, a tratti, risulta priva di un "collante narrativo".

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    Carol

    29/05/2017 17:08:56

    Con il solito humour nero con cui mette a nudo le debolezze e le manie piccolo borghesi di una variegata umanità, qui la Reza spinge i protagonisti oltre il punto di non ritorno. Se quelli delle opere precedenti si fermavano in tempo, rinsavivano in qualche maniera oppure rinunciavano per vigliaccheria, prima di compiere un'azione senza possibilità di ritorno, qui, in una sorta di trance vanno fino in fondo. Ma pur portando a termine l'atto, sono incapaci di assumersene la responsabilità. Il tutto è narrato a tratti come se fosse un sogno, raccontato più volte soffermandosi sulle scene che sono rimaste maggiormente impresse, un sogno da cui è difficile ridestarsi (o è preferibile non farlo) per guardare con lucidità la realtà. L'ho trovato comunque meno tagliente e coinvolgente di altre opere, come Il dio del massacro oppure Felici i felici.

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A volte per nascondere la disperazione, alcune persone tendono a spargere intorno a sé un certo humor nero, parole al vetriolo e disincanto. È così che si è espressa da subito e da sempre la drammaturga, scrittrice e sceneggiatrice francese Yasmina Reza, che ha fatto dello psicodramma familiare il suo tratto distintivo. Una maestra della scrittura destinata alle cinque pareti del teatro e anche alle pareti di casa, ai salotti borghesi, dove si svolgono tutte le opere. Nei due romanzi pubblicati in Italia, Il dio del massacro (2011), apparso anche come spettacolo teatrale e portato al cinema da Roman Polanski con il titolo Carnage, e Felici i felici (2013), tutte le immagini si susseguono amplificate dalla claustrofobica chiusura della prospettiva scenica. Tutto si svolge sempre in una specie di camera oscura.

Il riferimento alla fotografia non è casuale, perché questo romanzo, già vincitore in Francia del prestigioso Premio Renaudot, prende l’abbrivio proprio dalle fotografie di Robert Frank che, in quel capolavoro senza tempo che è la sua raccolta The Americans, ha mostrato a tutto il mondo il volto nascosto dei cittadini americani. Mentre Elisabeth, la protagonista femminile di questo romanzo, osserva le foto di Robert Frank, fatte di personaggi “sovradimensionati, troppo pesanti, troppo luminosi, posti in spazi impreparati”, mentre lei realizza che la caratteristica comune di questi soggetti è quella di “non avere nessuno”, il lettore di questo romanzo scopre di avere invece a che fare con personaggi minuscoli, fiaccati dalla loro insignificanza che, per un istante e loro malgrado, si ritrovano sotto la lente ingigantente dell’autrice.

Questi personaggi sono Elizabeth, una ricercatrice dell’ufficio brevetti dell’istituto Pasteur, e suo marito Pierre, due settantenni dalla vita tranquilla. Di se stessa Elizabeth dice: “Ho settantadue anni. Non si può dire che nella vita ho saputo essere felice.” Per superare la malinconia quotidiana, la donna decide un giorno di dare una festa di Primavera in casa sua, invitando i colleghi di lavoro e qualche amico. Tra loro ci sono i vicini di casa, una coppia di coetanei. Con lui, l’ebreo di origini italiane Jean-Lino Manoscrivi, Elizabeth ha intrapreso da qualche anno una cortese relazione di amicizia. Lei invece, Lydie Gumbiner, è una cantante jazz molto sopra le righe, una donna “inclassificabile sotto molti aspetti” e che durante la festicciola riesce in varie occasioni a mettere in imbarazzo gli ospiti.

La situazione appare sospesa e resta sospesa dalla metà in poi del romanzo, quando un imprevedibile colpo di scena sconvolgerà la routine della tranquilla palazzina. Come il flash del fotografo, che ci sorprende con la peggiore smorfia che abbiamo in faccia, anche Yasmina Reza è inattesa e impietosa nella sua asciutta diagnosi dell’accaduto. La scrittura è scarna come può esserlo il verbale del medico che stende l’autopsia di un cadavere, e allo stesso modo doloroso per chiunque abbia a cuore questa umanità. Un romanzo che rivela il dramma della solitudine con una nota di sarcasmo, aggiungendo un tocco di crudeltà al “beffardo teatrino”, come dice giustamente l’editore, che poi sarebbe la vita di tutti noi.

Recensione di Annalisa Veraldi

È in piedi appoggiato a un muro, per strada- In giacca e cravatta. Ha le orecchie a sventola, uno sguardo spaventato, capelli corti e bianchi. È magro, con le spalle strette. Tiene in bella mostra una rivista su cui legge la parola «Awake». La didascalia dice: Jehovah's Witness - Los Angeles. La foto è del 1955. Aveva l'aria di un ragazzino. Ormai è morto da tempo. Per distribuire i suoi opuscoli religiosi si vestiva in modo consono. Era solo, abitato da una perseveranza triste e rabbiosa. Ai suoi piedi s'intravede una cartella (se ne scorge il manico), con dentro le decine di opuscoli che nessuno o quasi gli prenerà. Sono anche quegli opuscoli stampati in numero incongruo a evocare la morte. Quegli slanci di ottimismo - troppi bicchieri, troppe sedie... - che ci inducono a moltiplicare le cose e renderle subito vane. LE cose e i nostri sforzi. Il uro davanti al quale si trova è gigantesco. Lo si intuisce dall'opacità greve, dalle dimensioni delle pietre tagliate. Probabilmente è ancora lì, a Los Angeles. Il resto è svanito chissà dove: l'omino con l'abito troppo largo e le orecchie a punta che gli si era piazzato davanti per distribuire una rivista religiosa, la sua camicia bianca e la cravatta scura, i pantaloni consumati al ginocchio, la cartella, gli opuscoli.