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La badante. Un amore involontario
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Descrizione

Nonostante il vuoto lasciato dalla scomparsa della moglie, il pensionamento e le figlie distanti, Pietro Carbonara non si annoia, ha la sua geometria, l'ottica, la fotografia di cui è esperto autodidatta, il poligono di tiro, la marcia e il nuoto, la cucina e, da qualche tempo, la corale Polyphonica. Poi ci sono gli amici: il Professore, che insegna letteratura, la Superiora, primario di medicina, dall'andatura, l'ingegnere, cappellano del riformatorio. Ma l'ordinato ruolino di marcia quotidiano non basta a quest'uomo sensibile, colto, sottilmente orgoglioso di una vita riuscita, per scacciare la minaccia di un'incombente depressione. Accetta così di malavoglia la proposta delle figlie di prendere in casa una badante...
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Dettagli

E/O
2004
13 settembre 2004
147 p., Brossura
9788876416200

Valutazioni e recensioni

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dany
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leggero. una soap opera cartacea...bello il finale.

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Voce della critica

Si può sostenere che La badante, l'intenso romanzo di Paolo Teobaldi, parli non solo, come indica il sottotitolo, di un "amore involontario", ma anche della possibilità stessa di rinnovare il sentimento amoroso, di ripercorrerne tortuosità e incertezze, promesse e aspettative. Soprattutto, però, è la storia di un desiderio che centra la meta, che si afferma nonostante la sanzione sociale che lo accompagna perché desiderio di un anziano, quindi ridicolo, osceno e, comunque, sempre fuori luogo. Se, poi, è rivolto a una donna più giovane, per giunta straniera, forse senza permesso di soggiorno, allora diventa ancor più bersaglio della ferocia delle convenzioni sociali.

Protagonista del libro è Pietro Carbonara, presidente in pensione del Tribunale dei minori, vedovo con due figlie "precarie e malmaritate, stonate ma non cattive". La scomparsa tragica della moglie Elvira lo costringe a riorientare la propria esistenza, a riempire ogni vuoto "con almeno due pieni, occupando totalmente tutti gli spazi della sua vita, persino gli interstizi". In effetti, Pietro, di fronte alla morte inaspettata - "sbieca" - di Elvira aveva, per un attimo, creduto nella presenza di un "essere superiore" certamente, però, "malvagio". Del resto, in Carbonara, la diffidenza verso la religione e, in particolare, verso i preti - tutti "atei e blasfemi" salvo il suo amico don Ettore, sacerdote di strada - nasce quando, a otto anni, il parroco del paese gli aveva intimato di "confessarsi subito" e di "pentirsi" della sua convinzione che Dio portasse i tratti del suo cane Teo, "intelligente e buono con tutti, sempre attento ad annusare dall'alto dei cieli quanto stava per accadere nel mondo". Inoltre, quella morte aveva anche minato la sua fiducia nella "possibilità di raddrizzare i torti", vanificata, quasi, dalla constatazione dell'esistenza di problemi impossibili da risolvere perché impostati male all'origine e per questo irrimediabili. Eppure, nello stesso tempo, l'anziano magistrato non aveva alcuna "intenzione" né "convenienza a rattristarsi", tenendo fede, in tal modo, al giuramento che, bambino, aveva fatto a se stesso di non voler soffrire più dello stesso acuto dolore patito alla morte di Teo, travolto da un'auto e ridotto a "un inguardabile impasto di sangue, budella e pelliccia".

Stretto, quindi, tra la tentazione del ripiegamento e l'affermazione caparbia della vita, Pietro sceglie quest'ultima. Egli, pertanto, non si chiude alle molteplici ragioni del mondo, che continua a esplorare con la curiosità e l'attenzione amorosa del fotografo, preoccupato di fissarne i dettagli in un'immagine, quasi volesse, del mondo, salvare la bellezza minacciata dalla caducità, come testimonia la foto panoramica di Pesaro, ritratta dal "superattico". Le giornate di Carbonara sono scandite dal ripetersi rassicurante delle sue abitudini, le lunghe passeggiate, la corale, il corso di cucina, come se solo "un ritmo sano e regolare" lo potesse preservare da ogni pericolo, in particolare da quello di "ragionare all'indietro", di imprigionare, cioè, la vita nei rimpianti, mortificandone lo slancio. Per questo, Pietro decide di non abbandonare la casa dove "era stato felice", per guadagnarsi anche una nuova occasione di felicità, a dispetto di chi, perfidamente, continuando a domandargli cosa faccia da solo là dentro, vorrebbe inchiodarlo all'invalicabilità della sua età.

L'incontro con Olga, la badante russa, impostagli dalle figlie attraverso don Ettore e accolta con diffidenza curiosa, costituisce il fatto che cambia la vita di Pietro. È l'evento che consente al suo desiderio di trovare il luogo adatto dove rovesciarsi e insistere per raggiungere finalmente, al di là e contro pregiudizi e sospetti, il suo appagamento. Il tranquillizzante girare della chiave nella toppa o la cura affettuosa di Olga malata sono l'altra faccia del desiderio erotico che via via si approfondisce. Trasalimento di fronte alla gonna rassettata con gesto "antico", diventa turbamento di fronte alle mutande stese della donna, alle parti del suo corpo che esse evocano e che sono destinate a contenere e fasciare. Infine, è il piacere dell'amplesso, della riconquistata intimità per entrambi e, soprattutto, per Olga, segnata da antiche violenze.

La pluralità dei finali ipotizzati dal protagonista lascia aperto il romanzo: il desiderio non può rimanere a lungo cristallizzato in una forma. La sua natura mobile, infatti, implica la permanente revocabilità delle figure che pretendono di circoscriverlo definitivamente. Rimane, a Pietro, l'accettazione, sobriamente gioiosa, della pienezza del presente: l'amore di e per Olga. In questa pienezza perde significato anche "quel famoso discorso delle 3000 cartucce che ogni maschio avrebbe in dotazione nell'arco della vita". Soccorre Pietro il consiglio paterno di fare come lui che di scatole di cartucce ne comprava poche, tanto poi avrebbe ricaricato i bossoli già usati e quelle non sarebbero mai finite.

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Conosci l'autore

Paolo Teobaldi

1947, Pesaro

Paolo Teobaldi vive a Pesaro. Ha fatto il traduttore, il copywriter e l’insegnante d’italiano. Come narratore ha pubblicato: "Scala di Giocca" (Edes, Cagliari, 1984). Circa dieci anni dopo pubblica "Finte. Tredici modi di sopravvivere ai morti" (e/o, 1995), romanzo con il quale Teobaldi inizia una fortunata collaborazione con l’editore e/o che pubblicherà tutti i suoi successivi lavori. Nel 1998 esce "La discarica", grande successo di critica e di pubblico, che - tradotto in francese, spagnolo, greco e tedesco - gli vale recensori importanti come Tabucchi e Starnone. Quattro anni dopo pubblica "Il padre dei nomi", e nel 2004 esce "La badante" finalista al premio Strega. Nel 2007 pubblica "Il mio manicomio". Del 2013 "Macadàm". Ha scritto inoltre "Arenaria" (E/O...

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