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Hannah Arendt

Traduttore: P. Bernardini
Editore: Feltrinelli
Edizione: 20
Anno edizione: 2013
Formato: Tascabile
Pagine: 320 p. , Brossura

1 ° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Storia e archeologia - Storia - Specifici eventi e argomenti - Genocidi e pulizia etnica

  • EAN: 9788807883224

Recensioni dei clienti

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    mike

    12/04/2016 21.02.19

    E'molto difficile recensire questo libro. Quando l'ho comprato credevo che avrei letto un saggio filosofico che partisse dalla questione del processo Eichmann. Invece l'opera è totalmente dedicata al caso Eichmann. Ne sviscera qualsiasi aspetto: la psicologia dell'imputato, i suoi rapporti con gli ebrei e con i maggiori gerarchi nazisti, le falle legali e il tentativo di strumentalizzazione da parte di Ben Gurion, all'epoca primo ministro di Israele. "La banalità del male" è un libro di approfondimento storico e anche, cosa che non mi sarei aspettato, giuridico. Chi ha studiato diritto internazionale vi ritroverà tanti concetti della disciplina. La qualità dell'opera a mio modo di vedere è innegabile. Una lettura assolutamente consigliata anche e soprattutto per chi voglia capire tutti gli aspetti della questione ebraica nel periodo '33-'45.

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    angelo

    09/04/2016 19.07.32

    Ingredienti: un processo dall'esito scontato ad un gerarca nazista, un uomo qualunque finito per caso nell'impero del male, l'obbedienza agli ordini come virtù criminale, le tre tragiche tappe della questione ebraica (espulsione, concentramento, sterminio). Consigliato: a chi vuol vedere più nitido e sfumato insieme il confine tra vittime e carnefici, a chi vuol conoscere tanti episodi secondari nascosti tra le pagine più brutte della storia umana.

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    Claudio S.

    15/12/2015 15.43.43

    Farei emergere due cose. La prima che nell'orrore ci sono sempre le schegge di persone perbene e umane. Penso al governo danese che alle richieste naziste rispose semplicemente di NO! O alle tante persone che seppero dire di no e non si vollero macchiare di complicità con un governo che aveva messo in moto la macchina della morte. La seconda che l'autrice ebbe problemi con la comunità ebraica per il suo lavoro, in particolare laddove sostiene e documenta che gran parte dei crimini nazisti vennero fatti con il sostegno delle comunità ebraiche che in molti casi "collaboravano" con gli assassini. Questo viene ben descritto nel film "Hannah Harendt" ed è tipico delle comunità chiuse che non accettano di essere oggetto di critica. Si veda il lavoro di Ariel Toaff di dieci anni fa sui sacrifici umani in occasione della Pasqua.

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    Gondrano

    28/04/2014 10.12.56

    Quoto la prima riga del commento sottostante: il titolo può essere fuorviante. "Il Male, nel Terzo Reich, aveva perduto la proprietà che permette ai più di riconoscerlo per quello che è - la proprietà della tentazione. Molti tedeschi e molti nazisti, probabilmente la stragrande maggioranza, dovettero esser tentati di "non" uccidere, "non" rubare, "non" mandare a morte i loro vicini di casa (naturalmente, per quanto non sempre conoscessero gli orridi particolari, essi sapevano che gli ebrei erano trasportati verso la morte); e dovettero esser tentati di "non" trarre vantaggi da questi crimini e divenirne complici. Ma Dio sa quanto bene avessero imparato a resistere a queste tentazioni."

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    Nicola Intrevado

    03/02/2014 21.45.18

    Tutti coloro che cercano in questo libro una analisi sulla fenomenologia del male e le prove dell' autrice per dichiararlo banale si astengano dalla lettura del medesimo.O meglio,tale argomento o tema vi e' solo accennato direi sfiorato in qualche passaggio che aggiunge solo colore al testo e poi piu' nulla.Viceversa, coloro che invece sono cultori o appassionati lettori delle dinamiche,intanto di un diritto internazionale che all' epoca era ancora del tutto in fieri e poi del diritto israeliano al suo nascere,vi troveranno dotte disquisizioni, cavilli procedurali sottili,riflessioni dottrinarie e persino evidenti incongruenze e contraddizioni procedurali.L' autrice altri non e' se non l' inviata della piu' sofisticata rivista del mondo,il New Yorker,che si ritrova in mano il difficile compito di una corrispondenza avente per tema il processo Eichmann a Gerusalemme.E come potrebbe,anche volendo,una firma di tale rivista non perdersi nell' intricato groviglio di un tema che per sua definizione e cultura di massa,siamo nel 1961,immunizzarsi dall' enfasi che la rabbia impone ? La Arendt e' stata allieva di due eminenze grige della filosofia del novecento,quali : Heidegger e Jaspers,ma nulla traspare di tale insegnamento.Voglio dire : nulla,o molto poco,ma poco davvero,viene analizzato in quelle che sono le dinamiche chiuse nella mente del mostro/Eichmann.Tutto,invece,vi e' di illustrato del Soldato/Eichmann.Ed e' pur vero che una corte non puo' esimersi da cio' che il codice e la procedura prevede,alla luce delle verifiche dei capi d' accusa,ma i piu' che nulla sanno,o ai quali nulla importi,della sequenzialita' di un processo hanno quanto meno il diritto di essere nutriti del loro bisogno di risposte a cio' che fu l' olocausto degli ebrei e la sua malvagita', sia pure nell' analisi di un operatore di seconda fila.E in assenza di tale componente,a mio parere,anche una fredda analisi giuridica sia pure brillante rende il libro : banale.

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