Traduttore: M. Codignola
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2009
In commercio dal: 16 settembre 2009
Pagine: 260 p., Brossura
  • EAN: 9788845924101
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Descrizione
Charles Baudelaire e Graham Greene, rispettivamente padri nobili del fláneur metropolitano e dell'occidentale incline a perdersi nel primo Oriente a disposizione, sarebbero stati entrambi fieri di quel loro imprevedibile, inclassificabile, incorreggibile erede che risponde al nome di Lawrence Osborne. Di fatto, però, il programma da cui Osborne parte stavolta ha pochi precedenti: raccontare alcuni periodi nella vita che un uomo "senza una carriera, senza prospettive, senza un soldo" decide di passare in una città scelta quasi a caso - Bangkok. Quanto poi succede a Osborne (mangiare al ristorante No Mani, dove i clienti vengono provvisti di bavaglino e imboccati; passeggiare la notte per il mattatoio della città, fra scannatori strafatti di droghe sintetiche che massacrano animali nel modo meno pulito e indolore; ritrovarsi in una stanza con due ragazze vestite da poliziotto) è già di per sé materia per il romanzo che questo libro, in origine, era. Ma, quasi fra le dita del lettore, le storie che si intrecciano fra le pagine, e la voce che le racconta, diventano molto di più: il disperato profilo di alcuni espatriati giunti fin lì per cancellare, all'ultimo momento o quasi, tutta la loro vita precedente; l'autoscatto di uno scrittore sorpreso nel goffo, scatenato e non resistibile tentativo di innalzarsi allo stato di natura; lo schizzo di una città diversa da ogni altra, che è prima di tutto una nuova, fantasmagorica e in larga parte ancora inesplorata forma di vita.

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    n.d.

    20/10/2017 13:48:50

    alta letteratura di viaggio, senza muoversi piu di tanto

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    Genman

    05/04/2015 19:20:51

    L'autore in modo efficace riesce a trasmettere l'atmosfera, le sensazioni e se mi consentite la poetica di uno straniero occidentale a Bangkok. Non c'è solo un viaggio fisico in una metropoli asiatica ma anche una sorta di viaggio interiore anzi di una "caduta". Ormai è famosa la frase tratta da questo libro "]A Bangkok si arriva quando si sente che nessuno ci amerà più, quando si getta la spugna, e a pensarci bene la città è solo questo, il protocollo di una caduta...". L'unica nota negativa è rappresentanza dalle lunghe e a volte noiose descrizioni di alcuni elementi architettonici della città.

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    Corra

    24/06/2012 14:11:04

    Premetto di amare e conoscere abbastanza bene bangkok, per cui mi sono avvicinato a questo libro con l'aria un pò snob, convinto che non mi dicesse nulla di nuovo. In effetti non mi ha detto nulla di nuovo ma ha descritto la città e ciò che vi accade in un modo che ho apprezzato tantissimo. Non esprime mai giudizi, segue le vicende con l'occhio disincantato di chi sa che non può aspettarsi nulla di diverso da ciò che sta accadendo.

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    Luca Ormelli

    04/01/2010 11:08:38

    Non è dato ritrovarsi in una città in cui non è lecito perdersi. E Bangkok è, per Osborne, meta di elezione per tutti quegli occidentali (farang, in thai) che vi giungono "quando si getta la spugna [perché] la città è solo questo, il protocollo di una caduta." (p.16). E protocollo di una caduta questo testo lo è; non reportage, a dispetto del titolo originale che reca Bangkok days, non romanzo pur avvertendo l'Autore che "i nomi li ho cambiati per ragioni di riservatezza." E dissimulare, truccare (e quanto di artificio vi sia in quella città degli Angeli che è Bangkok imparerà il lettore da sé) non è di per se stesso il nucleo fondativo del romanzo, la maturazione del racconto dal seme della fantasia? Dopo tutto Bangkok "era il rifugio ideale per uno senza carriera, senza prospettive" (p.16) ma anche e soprattutto "Un copione illeggibile. L'oblio totale." (p.21), una città di vicoli in cui come attraverso i passages benjaminiani per la Parigi di Haussmann ogni via si apre sul mistero che è la vera, autentica cifra di questo agglomerato di villaggi esploso ed esposto ad un bizzarro sincretismo di religiosità buddhista e sfrenato capitalismo sinoamericano. E in questa città, in questa capitale di una monarchia i cui sovrani sono dirette incarnazioni di Vishnu creatore non meno che distruttore, in cui vige l'imperativo buddhista del piacere proprio in "ragione" della consapevolezza della sofferenza che è intrinseca ad ogni concupiscenza, in una città dove "ognuno è libero di andare in pezzi come crede" (p.50) l'Autore, versione aggiornata del flaneur baudelairiano ma ancor più erede del Maugham di Acque morte, ci introduce al suo viaggio non-viaggio, ad un esilio che è di necessità senza (con)fine e senza ritorno, accompagnato nel suo personale vagabondaggio dalla carovana dei nomadi contemporanei ("Qui siamo tutti nomadi" - p.102), degli esiliati da se stessi nel cuore oscuro del proprio mondo interiore. Un viaggio che, come da tradizione Adelphi, non è da iniziare se non da colui che è già (stato) iniziato.

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