Traduttore: F. Pivano
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2004
Formato: Tascabile
Pagine: XV-797 p., Brossura
  • EAN: 9788806166748
Approfitta delle promozioni attive su questo prodotto:

€ 13,60

€ 16,00

Risparmi € 2,40 (15%)

Venduto e spedito da IBS

14 punti Premium

Attualmente non disponibile Inserisci la tua email
ti avviseremo quando sarà disponibile

Recensioni dei clienti

Ordina per
  • User Icon

    Roberta

    30/05/2011 12:44:15

    Un'altro racconto di Dickens, con la sua dose di commozione e di divertimento. Un'alternarsi di scene misteriose, drammatiche e comiche che hanno come filo conduttore il personaggio di Barnany, il giocondo idiota, assetato di sole, di vita e follemente innamorato della madre e del suo corvo parlante. Attorno a lui ruotano tantissimi protagonisti, tra cui la famiglia Varden, Hugh, vittima infelice degli eventi, Miggs la petulante domestica dei Varden e Simon Tappertit lavorante di casa Varden tanto presuntuoso quanto sciocco. Una considerazione che ho fatto dopo la lettura di questa storia e' che le persone savie hanno molto da imparare dagli idioti. Certe affermazioni di Barnaby lo riscattano dalla sua dolce follia.

  • User Icon

    Busillis

    30/07/2006 11:56:39

    Una vergogna: sono a meno di pagina 100 e ci sono per lo meno 5-6 refusi evidentissimi, che disturbano intollerabilmente la lettura. Se aggiungiamo che - come ho appreso qui, perché nel volume è accuratamente omesso - si tratta della riedizione di una traduzione obsoleta di oltre cinquantanni fa di un testo altrimenti non pubblicato in Italia, viene da chiedersi se alla Einaudi esista qualche lettore, oltre che comuni venditori. Varrebbe comunque la pena che qualcuno facesse comprendere a costoro che non vendono patate, ma emozioni. In questo caso, l'emozione principale - che ho pagato per ricevere - è la rabbia e lo sconforto. Non comprerò più alcun Einaudi. PS: Dickens resta eccezionale, anche con gli schizzi di fango addosso.

  • User Icon

    Paola

    29/10/2005 12:15:02

    Il voto è per Dickens, che è grande come al solito, ma non per la riproposta della Einaudi di una traduzione antiquatissima. E' una vergogna che non ci sia scritto da nessuna parte che la traduzione non è del 2004 ma del 1945, se l'avessi saputo non l'avrei comprato. Come se la Einaudi non avesse abbastanza soldi per commissionarne una nuova o almeno dare una rinfrescata alla vecchia.

  • User Icon

    Paolo C.71

    14/06/2005 17:03:46

    Grazie Einaudi che ci hai restituito un grandissimo libro da troppo tempo dimenticato. Spettacolari le ambientazioni e indimentabili molti protagonisti.

Vedi tutte le 4 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione

Contrapponendola a Jane Austen, la cui grandezza consisteva nella riattualizzazione di valori antichi, Nabokov riassunse così quella di Dickens, che era nato nel 1812, meno di trent'anni dopo Austen: "Nel caso di Dickens i valori sono nuovi. Gli autori moderni ancora si ubriacano alla sua vendemmia. (…) Alla voce di Dickens semplicemente ci si arrende – questo è tutto". Della assoluta modernità di Dickens è difficile dubitare, e Barnaby Rudge (che Einaudi ha il merito di avere riproposto all'attenzione del pubblico italiano, e il demerito di averlo fatto senza avere il coraggio di segnalare che si tratta della ristampa di un'edizione ormai quasi antiquaria – quella tradotta e introdotta per Frassinelli da una giovanissima Fernanda Pivano nel 1945 – cosicché il lettore italiano non avvertito potrebbe, e non a torto stando ai dati bibliografici, ritenere di trovarsi di fronte a una tarda fatica letteraria della Pivano di oggi) lo conferma.

La Londra che domina il romanzo – un incubo metropolitano fatto di solitudine e strade buie battute dal vento dove la paura dell'aggressione è il sentimento dominante, e l'unica consolazione, la gioia cui tutti tendono, i derelitti come i privilegiati, è un luogo chiuso in cui arda un fuoco e si stia cucinando qualcosa di caldo – e la furia della folla – inarrestabile, gratuita e paurosa, che si scatena contro i simboli del potere, la prigione e la banca – hanno qualcosa di squisitamente e sinistramente moderno, e senza precedenti nei romanzi scritti in lingua inglese prima di Dickens. Eppure le cose non sono così semplici come, con chiaro intento polemico, Nabokov le pose ai suoi studenti americani di Cornell alla fine degli anni quaranta. Perché non è vero che alla voce di Dickens "semplicemente ci si arrende". La storia della fortuna di Dickens è significativamente attraversata piuttosto da una vena di diffidenza – quando non di malcelata superiorità – che risuona chiaramente nell'introduzione del '45 di Pivano ("Certo si può dire di questo ciò che si dice di tutti gli altri libri di Dickens: che la trama è ingenua, che i personaggi sono irreali, che le figure vivono come macchiette o come simboli, che il patetico è convenzionale, che certo dialogo è melodrammatico, e così via"), e di cui autorevole esempio sono i due saggi che Poe dedicò al romanzo (cfr. Mario Lavagetto, "Alias", 20 novembre 2004). Nel primo, dopo che solo poche puntate erano apparse, Poe offriva la soluzione del mistero dell'assassinio per dimostrare quanto poco Dickens sapesse costruire un mistero; nel secondo, a romanzo finito, giustificava un suo errore di previsione mostrando che la sua soluzione era più coerente con gli indizi dell'inizio di quanto lo fosse stato Dickens stesso nella soluzione che aveva dato al suo intreccio misterioso. La principale accusa che Poe rivolgeva a Barnaby Rudge era l'incoerenza del disegno, o meglio la sua infedeltà all'estetica dell'"arte metafisica" del mistero.

Il romanzo si apre sulla descrizione della locanda della Cuccagna, ai margini della foresta di Epping, a circa dodici miglia da Londra. Intorno a questa locanda ruota una piccola comunità di personaggi sulla quale aleggia l'ombra sinistra dell'assassinio di Reuben Haredale, avvenuto ventidue anni prima dell'inizio della storia, e la minaccia di un cupo personaggio che appare e scompare perseguitandone alcuni membri. Le vicissitudini private di questi personaggi occupano i primi trentadue capitoli fino a quando, cinque anni dopo, le loro vicende si intrecciano a vario titolo con la materia storica del romanzo: la sommossa anticattolica che nel giugno 1780 mise a ferro e fuoco e terrorizzò per quattro giorni la città di Londra. Barnaby Rudge si chiude con la punizione dei ribelli e con la soluzione del misterioso assassinio che puntualmente si verifica il giorno del suo anniversario, secondo l'iniziale predizione di Solomon Daisy. I moti anticattolici, secondo Poe, non avevano "alcuna connessione necessaria con la storia narrata. Nel nostro resoconto che include tutti gli elementi essenziali della trama, abbiamo liquidato in un paragrafo l'azione della folla". Ed era proprio perché si era fatto sviare dal racconto della sommossa che Dickens aveva – secondo Poe – rovinato la trama di indizi costruita all'inizio e piattamente svelato alla fine il mistero: "Nel vasto oltraggio e orrore della Ribellione, la singola atrocità viene schiacciata completamente". A Barnaby Rudge veniva in sostanza rimproverata la mancata conformità all'estetica del racconto del mistero, ovvero all'estetica di Poe. Ma era forse quella l'estetica di Dickens in Barnaby Rudge?

Evidentemente no. Accingendosi a scrivere il suo terzo romanzo, Dickens scelse piuttosto il modello del romanzo storico di Scott, il grande romanziere di lingua inglese della generazione precedente. Come ha scritto Edmund Wilson, Barnaby Rudge è tra i suoi primi romanzi l'unico "che non sia più o meno picaresco, e quindi più o meno improvvisato (…) l'unico romanzo che Dickens avesse progettato e su cui avesse riflettuto per lungo tempo prima di scriverlo: è nominato per la prima volta nel 1837, ma non fu scritto fino al 1841". E il debito al modello scottiano è evidente. La distanza tra il 1841 e il 1780 è la stessa scelta da Scott per Waverley e segnalata dal celebre sottotitolo, o Sessanta anni fa. Secondo la regola scottiana vi compare un personaggio storico che non è però il protagonista, l'ambiguo e inconsistente Lord George Gordon, la cui opposizione parlamentare al progetto di legge che emancipava i cattolici da sanzioni e divieti, riassunta nella parola d'ordine "No al papismo", catalizzò una furia popolare le cui cause apparvero a lungo misteriose ai contemporanei. La presa della prigione di Newgate, il climax del romanzo, ricorda la presa della prigione di Edimburgo in uno dei più grandi romanzi di Scott, Il cuore di Midlothian. Barnaby, il personaggio del ragazzo idiota che dà il nome al romanzo, deve molto ai pazzi scottiani come Davie Gellatly in Waverley, Madge Wildfire in Il cuore di Midlothian e Wandering Willie in Redgauntlet, e al loro comune antenato, Il ragazzo idiota di Wordsworth.

Certo nella Londra del 1780 non c'erano tracce di quell'antico codice feudale, sopravvissuto in Scozia fino all'insurrezione giacobita del 1745, che Scott ritrasse nel suo primo romanzo storico. Quello che Dickens vide, e ci racconta, nella Londra di sessanta anni prima è qualcosa di molto moderno, forse il primo manifestarsi di una modernità paurosa. In conformità alla dichiarazione di poetica di Scott nel poscritto a Waverley che "in verità le parti più incredibili della vicenda narrata sono precisamente quelle che hanno un fondamento nei fatti", Dickens difende nello stesso modo il fondamento storico del suo romanzo, scrivendo nella prefazione del 1841 che "perfino il caso di Mary Jones (…) non è uno sforzo di invenzione. I fatti furono esposti, come lo sono qui, alla Camera dei Comuni". Mary Jones era una ragazza il cui marito era stato coscritto e i cui beni confiscati per debiti, cosicché fu ridotta a mendicare per strada per sfamare i due suoi bambini. Avendo rubato una pezza di lino in un negozio di Ludgate Street, ed essendo quella zona troppo infestata da furti, si ritenne di dover dare un esempio e la ragazza, che non aveva ancora compiuto diciannove anni ed era molto bella, fu impiccata con il bambino più piccolo attaccato al seno.

Questo episodio è il germe della concezione di Barnaby Rudge. È la migliore condensazione di quel vero e proprio leitmotiv dickensiano dell'autorità ingiusta (o della legge che si rivela non meno efferata del più efferato dei delinquenti) che fece dire a Edmund Wilson che egli "si identificava prontamente col ladro, e anche più rapidamente con l'assassino". E il personaggio di Dennis, il pubblico esecutore di impiccagioni all'epoca dei fatti narrati, che volentieri si trasforma in uno dei capi più feroci della rivolta per poi impetrare il perdono in virtù dei servigi prestati all'autorità, non potrebbe essere esempio migliore di questo scambio delle parti fra legge e trasgressori della legge. Eppure, a dispetto di questa vena radicale che percorre Barnaby Rudge come tanti romanzi di Dickens, quella folla che mise a ferro e fuoco Londra (e che pure esercitò un potere straordinario sull'immaginazione di Dickens, che ce ne ha consegnato in Barnaby Rudge descrizioni memorabili) gli ispirava anche un autentico terrore.

La lucidità della sua percezione del moderno gli fece intravedere che in quella furia si agitava qualcosa che non era solo l'ira giusta dei derelitti e dei maltrattati (che, come Mary Jones, o la madre di Hugh o i prigionieri liberati che trascinano le catene per le strade di Londra, erano stati impiccati o incatenati a vita per avere rubato di che mangiare o sfamare i figli). Questo qualcosa Dickens l'ha ritratto magistralmente nei due personaggi caricaturali del feroce Sim Tappertit e dell'isterica Miggs, rispettivamente l'apprendista e la serva di Gabriel Varden. Di loro si potrebbe ben dire quello che scrisse Ruskin delle caricature dickensiane: "Sebbene spesso esagerate, colgono sempre nel segno. Se accettiamo il modo in cui le dice, le cose che dice sono sempre vere". Quando scoppia la sommossa, i membri della società segreta rivoluzionaria di Sim Tappertit (incredibile esempio di magniloquenza, pretese e vanità, innamorato della perfezione delle sue gambe, minuscole e insignificanti come l'intera sua persona) aderiscono in blocco. Tutti i membri di questa grottesca società segreta dei "Mastini Riuniti" che si definiscono "Apprendisti Cavalieri" hanno, come il loro capitano Tappertit, un unico scopo: prendere il posto dei padroni e sposarne le figlie. È questo che si aspettano da "uno stato alterato della società – che si produrrebbe se noi irrompessimo e fossimo vittoriosi". Miggs volentieri diventa loro alleata ed è pronta a rovinare la sua giovane padrona. Una sola passione agita le sue isteriche prediche puritane contro le tentazioni e il peccato: la miseranda ambizione di conquistare Tappertit, e il suo odio per la bellezza di Dolly Varden. Prendere il posto del padrone e sposarne la figlia: è l'ambizione di quella feroce banalità del male che Dickens avrebbe ritratto nello strisciante Huriah Heep di David Copperfield.

Così emerge lentamente la coerenza del disegno di Barnaby Rudge di cui Poe lamentava la mancanza: il misterioso assassinio su cui si apre il romanzo è stato commesso da un servo su un padrone che si fidava di lui, e dunque affonda le sue radici nello stesso sentimento che porta al tradimento di Tappertit e di Miggs e di tutta la società segreta che alimenta la rivolta. Tappertit e Miggs sono i rappresentanti di quella indimenticabilmente odiosa galleria dickensiana di un'umanità gonfia di pretese grottesche e priva di ogni qualità: i maestri sadici che picchiano i bambini, i funzionari degli ospizi di mendicità che li affamano, le donne brutte che odiano quelle belle, gli uomini piccoli che odiano quelli grandi. Sono tutti coloro che contravvengono alla semplice regola aurea che la zia Betsy Trotwood consegna al piccolo David Copperfield alle soglie della vita adulta: "Non essere mai meschino, mai falso, mai crudele".

È la versione comico-grottesca di una moderna umanità "risentita", quella di cui Dostoevskij, che considerava Dickens suo maestro, avrebbe ritratto la versione fosca e grandiosa. E, come i grandi personaggi dostoevskiani, essi sono i negatori della vita e della gioia. Al cupo risentimento della loro vena misantropica si oppone il miracoloso buonumore di Gabriel Varden, l'onesto fabbro nemico della rivolta "che suggeriva l'idea di qualcuno che lavorasse con piacere (…) un ilare, sano uomo di buon cuore", che coglieva "il meglio delle cose" e si sentiva "ben disposto verso tutti", "il più pacifico, libero, felice uomo del mondo", e quello di Barnaby, l'innocente nato idiota, che la cattiveria umana trascina nella sommossa convinto di stare combattendo nella più nobile causa al mondo, "la sola creatura gioconda e schietta nell'intera folla".

Se alla voce di Dickens si è tentati di non arrendersi, bisognerebbe invece farlo. E non solo perché ci incanta con la sua inesausta capacità di raccontare e inventare personaggi. Soprattutto perché nella coerenza della sua visione ci sono cose che, ce ne piaccia o no la sostanza e la forma del romanzo in cui scelse di dirle, sono – come diceva Ruskin – vere.

                                                                                                          Enrica Villari