Bartleby e compagnia

Enrique Vila-Matas

Traduttore: D. Manera
Editore: Feltrinelli
Collana: I narratori
Anno edizione: 2002
Pagine: 180 p.
  • EAN: 9788807016127
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Enrique Vila-Matas, catalano, scrive in un castigliano nitido e asciutto, e ama raccontare di letteratura. Conoscitore enciclopedico della letteratura mondiale, quella spagnola e latinoamericana, quella mitteleuropea, quella francese, soprattutto - basti pensare che da ragazzo affittò per un periodo una stanza presso la casa di Marguerite Duras, cui confidava le proprie aspirazioni di scrittore - è stato già apprezzato in Italia per un prezioso libretto pubblicato da Sellerio nel 1989, opera visionaria sulle avanguardie, intitolato Storia abbreviata della letteratura portatile, e per una raccolta di racconti, edita sempre presso Sellerio, nel 1994, dal titolo Suicidi esemplari, dove già compare la figura dello "scrittore segreto" e l'attrazione per la negazione.

In Bartleby e compagnia, rifacendosi al celebre impiegato di Melville che trascorreva la sua giornata fissando un muro di mattoni e che a ogni richiesta rispondeva "preferirei non farlo", mette in scena un narratore, anche lui modesto impiegato, una sorta di Kafka afflitto da una penosa gobba, il quale decide di scrivere il diario di una sua curiosa ricerca: "Già da parecchio tempo indago sull'ampio spettro della sindrome di Bartleby in letteratura (...) la pulsione negativa o l'attrazione per il nulla che fa sì che certi creatori, pur avendo una coscienza letteraria molto esigente (o forse proprio per questo), finiscano per non scrivere nulla; oppure scrivano uno o due libri e poi rinuncino alla scrittura; oppure ancora, dopo aver avviato senza problemi un work in progress, si ritrovino un giorno letteralmente paralizzati per sempre".

Il catalogo è vasto e multiforme, e contiene una messe inesauribile di aneddoti e citazioni, talvolta apocrifi, talvolta, forse, inventati - bisogna stare attenti con Vila-Matas, che ha uno spirito diabolico e ama le macchine celibi -, su grandi e piccoli autori della letteratura di tutti i tempi.

Si parla della follia di Walser e di Hölderlin, e di quella di Maupassant, che volle provare a se stesso di essere immortale; si parla delle visioni di Rimbaud e di Socrate, e delle estasi oppiate di De Quincey; delle Note senza testo di Bobi Bazlen, di quel manifesto sull'argomento che è la Lettera di Lord Chandos di Von Hofmannsthal, di Wittgenstein e di Duchamp, di scrittori vissuti sempre dietro le quinte come Salinger e Pynchon, di scrittori misteriosi come l'inafferrabile Bruno Traven, di cui non si conobbe mai neppure la nazionalità. "Esistono tanti modi di abbandonare la letteratura quanti sono gli scrittori", dice verso la fine del libro il narratore. "Quanto più procedo nella ricerca del centro del labirinto, tanto più mi allontano da esso".

Sono molti i motivi della rinuncia alla scrittura, essenziale è l'impossibilità di andare oltre, di scrivere il libro assoluto, che è indubbiamente un'eredità dell'estetica romantica, quella dell'artista paralizzato di fronte all'ideale. Paradossalmente questa tentazione negativa è presente nel cuore stesso della scrittura: "Ogni libro persegue la non-letteratura come essenza di ciò che vuole e vorrebbe appassionatamente scoprire". E al tempo stesso costituisce "l'unica strada rimasta aperta all'autentica creazione letteraria; una tendenza che aggirandosi intorno all'impossibilità della scrittura, si interroga su cosa essa sia e dove si trovi; una tendenza che dice la verità sulla prognosi grave, ma estremamente stimolante, della letteratura di questa fine millennio. Solo dalla pulsione negativa, solo dal labirinto del No può sorgere la scrittura dell'avvenire".

Molti sono anche gli alibi per non scrivere. Uno dei più divertenti era quello addotto dal prodigioso scrittore messicano Juan Rulfo, autore di due piccoli libri, e grandi capolavori, Pedro Páramo e La pianura in fiamme. A chi gli chiedeva perché non scrivesse più, Rulfo rispondeva: "È che è morto lo zio Celerino, quello che mi raccontava le storie".

Un'altra figura poco nota in Italia, è quella eccezionale di Pepín Bello. Importantissimo nel suo ruolo di catalizzatore e profeta della generazione del '27, amico di Lorca, di Buñuel e di Dalí, Bello è oggi menzionato in tutti i manuali di letteratura, anche se non pubblicò mai una riga. "Ho scritto molto, però non rimane niente", dice con assoluta e aristocratica semplicità, degna di un saggio orientale.

Vale la pena di ricordare inoltre Felisberto Hernández, scrittore uruguayano dimenticato in Italia - cercò di farlo conoscere Calvino nel 1974 in una bella edizione Einaudi -, che lasciava genialmente incompleti i suoi racconti, creando un universo di immagini oscure affacciato sul nulla. L'io prossimo a dissolversi del suo alter ego usciva dalle narrazioni come da una stanza buia, "incespicando nei mobili".

Fra le tante storie che compongono questo libro vi è quella della bellissima ragazza mezza cubana e mezza portoghese traboccante di talento che nella Parigi dei primi anni settanta cerca l'ambiente letterario ideale nel quartiere latino, e che traviata dalla lettura di Tel Quel e di Robbe-Grillet non riuscirà mai ad andare oltre le prime pagine del suo romanzo.

Poi c'è la storia di certo Clément Cadou - di cui a quanto pare parla Georges Perec - il quale da adolescente, nel corso di un incontro con l'ammiratissimo Witold Gombrowicz, sente improvvisamene di essere un mobile. Rinuncerà alle sue accese aspirazioni di scrittore, per diventare pittore, e dipingere soltanto mobili, in quadri intitolati invariabilmente Autoritratto. Verrà sepolto in un cimitero prossimo al mercato delle pulci, dove vengono venduti, appunto, i vecchi mobili.

Caleidoscopico e ricco di spunti umoristici, Bartleby e compagnia apre continuamente nuovi squarci e percorsi all'amante della lettura. Inserite entro una traccia narrativa esile, "queste note assomigliano sempre più alle superfici di Mondrian, piene di quadrati che suggeriscono allo spettatore l'idea di volersi estendere oltre la tela nell'intento di inquadrare l'infinito", dice il narratore stesso, trascinato a poco a poco in una sorta di follia dalla stessa materia del suo raccontare.

Recensioni dei clienti

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    cristiano cant

    06/11/2013 12:56:38

    Un divertito apologo del breve, della fuga, del terrore a ripetersi, del sano gesto del levare, del togliere, della necessità di mettersi via alle spalle il proprio io illeggibile, la propria parvenza disunita, i mille brandelli lucidi di un caldo avanzo di cuore. Un libro geniale.

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    giancarlo bertini

    25/10/2004 19:40:40

    Decisamente interessante! Per appassionati della letteratura, ma di quella vera. Un'opera maestra di un grandissimo della letteratura contemporanea.

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    Barney P.

    08/05/2003 17:16:08

    Un ottimo libro, spunti di riflessione, instradamenti su autori epoche e sulla letteratura in genere, e sopra tutto l'affermazione del NO come categoria valida sempre a tutti applicabile: insegna a dire NO.

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    Michele

    20/01/2003 18:24:31

    Si apprezza questo libro solo se si ha un minimo dimestichezza con la storia della letteratura mondiale più recente. A volte il libro perde qualche colpo, l'autore cerca di forzare la sua interpretazione di alcuni personaggi (reali e non) per farli ascrivere all'elenco degli 'scrittori del no', ma complessivamente il libro è molto godibile e alcuni passaggi ti inducono e rileggere certi brani di classici recenti e la vita dei rispettivi autori. Un libro per chi apprezza veramente la letteratura. Da leggere!

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    Libetta

    27/12/2002 21:28:31

    Libro geniale.

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    paula massot

    20/04/2002 23:29:36

    Buenísimo. Para inamorati de la litteratura. Bravíssimo. Opera maestra.

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