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La bella, la bestia e l'umano - Annamaria Rivera - copertina

La bella, la bestia e l'umano

Annamaria Rivera

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Editore: Ediesse
Collana: Citoyens
Anno edizione: 2010
In commercio dal: 25 gennaio 2010
Pagine: 160 p.
  • EAN: 9788823014510
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La bella, la bestia e l'umano

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Gaia la libraia

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Come concepire l'alterità e come relazionarsi a essa nel contesto di una società pluriculturale? Sembra essere questo l'interrogativo che costituisce il filo rosso del volume di Annamaria Rivera, La Bella, la Bestia e l'Umano. Sessismo e razzismo senza escludere lo specismo, e che inaugura la collana "sessiamoerazzismo" edita da Ediesse in collaborazione con il Centro per la riforma dello stato. Pensato esplicitamente come una introduzione al tema della collana, il lavoro di Rivera si apre con una mossa tutt'altro che scontata: l'individuazione del razzismo come cifra autentica dei conflitti identitari tipici delle odierne società pluriculturali. La società italiana in particolare appare segnata non dalla semplice convivenza magari problematica fra gruppi e individui con culture, religioni, usi e costumi, tradizioni differenti, ma dal riemergere prepotente di una interpretazione delle identità come ancorata a fattori biologico-naturali. Naturalizzazione dell'identità significa definizione di un confine invalicabile, significa conferire carattere irredimibile alla svalorizzazione, stigmatizzazione e discriminazione di gruppi e individui. Razzista è, dunque, in senso lato, quella concezione che stabilisce un "rapporto deterministico fra caratteri somatici, fisici, genetici e caratteri psicologici, intellettivi, culturali, sociali", inchiodando l'altro a un'origine-nascita che lo definisce una volta per tutte, senza possibilità di cambiamento o di emancipazione. Rom, arabi, albanesi, neri sono diversi per usanze e credenze, ma il tipo di confine che li identifica è essenzialmente etnico-razziale. La rappresentazione dello spazio sociale attraverso categorie etnico-razziali e l'idea di un radicamento nella nascita dei tratti qualificanti del comportamento umano e dell'identità individuale e di gruppo costituiscono un'immagine del mondo (Weltbild) sempre più condivisa, in Italia e in Europa: una modalità di interpretare e dare ordine e senso al mondo la cui diffusione non è stata in alcun modo ostacolata dalla sua totale mancanza di fondamento scientifico. L'immagine etnico-razziale della società e del mondo deve, infatti, il suo successo alla capacità di svolgere funzioni sociali essenziali e di surrogare perfettamente le prestazioni tradizionalmente fornite da altre immagini del mondo tipiche della modernità e del Novecento: "Quando il senso civico è debole e le relazioni sociali basate sulla reciprocità e sulla solidarietà si sono inaridite, quando prevale la cultura dell'individualismo, del consumismo, dell'egoismo o addirittura del cinismo collettivi, quando la rivendicazione e il conflitto sociale non hanno più lingua e forma in cui esprimersi. Così la comunità razzista diventa un surrogato della comunità civile, solidale, rivendicativa". Appare, dunque, sorprendente che il successo dell'immagine del mondo etnico-razziale non abbia avuto alcun impatto sull'interpretazione del nostro tempo come epoca della crisi delle ideologie e della fine delle grandi narrazioni: una Zeitdiagnose rispetto alla quale sembra possibile soltanto dividersi fra chi vi vede l'evento che ha dischiuso alla soggettività nuovi orizzonti di libertà, e chi viceversa lo interpreta come l'avvento di un'epoca in cui la capacità soggettiva di resistenza al mondo si è spaventosamente ristretta per non dire consumata. Il tratto forse più caratteristico, almeno per il dibattito italiano, dell'impostazione di Rivera è quello di interpretare razzismo, sessismo e specismo come espressioni di uno stesso paradigma naturalistico-biologistico: sviluppando alcune intuizioni di Étienne Balibar, l'autrice vede all'opera nel sessismo e nello specismo una modalità di definizione dell'identità che presenta una sostanziale analogia con il razzismo, una stessa forma di categorizzazione, e gli stessi esiti discriminanti e gerarchizzanti. La fissazione etnico-biologica delle differenze culturali presenta una omologia strutturale sia con una identità femminile concepita essenzialmente in termini biologici (il sesso) e naturalisticamente caratterizzata dal possesso di qualità intellettuali e morali inferiori a quelle maschili, sia "con l'ideologia della centralità e della superiorità della specie umana su tutte le altre, che finisce per negare ai non umani la qualità di soggetti di vita senziente, emotiva e cognitiva". L'analogia strutturale non deve, tuttavia, cancellare le differenze fra questi sistemi di categorizzazione, di fissazione naturalistica dell'altro. Innanzitutto per l'ottima ragione, teorica e politica insieme, che essi descrivono sistemi diversi di oppressione e di discriminazione che, nel loro ulteriore intreccio con variabili di classe, di status, di generazione, configurano uno scenario in cui le stesse persone possono essere al tempo stesso "privilegiate e penalizzate, oppresse e agenti di oppressione o solo maltrattate e agenti di maltrattamento". In secondo luogo, perché consente di articolare un'ipotesi genealogica: se la naturalizzazione razzista imita la biologizzazione discriminatoria del sessismo, in principio fu lo specismo. È la separazione umani/animali, l'emergere di idee, credenze e pregiudizi che giustificano la qualificazione, l'assoggettamento e il dominio delle altre specie, l'evento originario, il modello di ogni categorizzazione naturalistica. Specismo, sessismo e razzismo costituiscono, così, momenti successivi di una dinamica della naturalizzazione e della svalutazione dell'alterità, che sia pure senza forzature unilineari o deduttivismi semplicistici, Rivera ritiene plausibile ascrivere, sulla scia della Dialettica dell'illuminismo di Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, al paradigma del dominio sulla natura. Cosa contrapporre alla deriva biologista e naturalizzante del razzismo, del sessismo e dello specismo? Come rapportarsi alla diversità evitando non soltanto la fissazione naturalistica delle identità, ma anche l'essenzializzazione, la gerarchizzazione e, in fin dei conti, l'indifferenza connesse a certe versioni del multiculturalismo, per non dire delle derive assimilazionistiche di alcuni modi di concepire l'universalismo? Detto altrimenti: come pensare e rapportarsi all'alterità senza irrigidirla o cancellarla? L'autrice non propone soluzioni ma indica la necessità di adottare uno stile, un atteggiamento. Non il relativismo, ma una postura critica e relativista è l'indicazione normativa che emerge nella conclusione del libro come sforzo costante di vedere e vedersi con gli occhi degli altri e come consapevolezza che "differenza" si scrive sempre al plurale, e che è necessario cogliere intrecci e intersezioni fra differenti dimensioni della differenza. Un atteggiamento che non prelude a nessuna irenica composizione dei dilemmi e neppure all'adozione di decisioni necessariamente condivise, come si evince dal carattere pur sempre controverso delle considerazioni che l'autrice sviluppa su casi estremamente problematici della convivenza pluriculturale: dalle modificazioni dei genitali femminili alla disputa francese sulla legge proibizionista del velo islamico. La consapevolezza della relatività del proprio punto di vista vaccina contro l'universalizzazione acritica del proprio particolare, ma non rimuove necessariamente la possibilità di assumerla come non negoziabile. Dimitri D'Andrea
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