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Dettagli

EDT
1995
12 marzo 1996
336 p., ill.
9788870632484

Voce della critica


recensione di Ghezzi, E., L'Indice 1995, n.11

L'undicesimo numero della collana "Musica contemporanea" della Edt è un interessante volume, a cura di Enzo Restagno, dedicato a Luciano Berio e pubblicato anche in occasione del suo settantesimo compleanno. Come avverte la "Presentazione", questo libro differisce un po' dagli altri della collana perché non basa il proprio corpo principale su un autobiografico colloquio con l'autore (esiste già un'"Intervista sulla musica" che Rossana Dalmonte curò nel 1981 per Laterza), ma raccoglie vari e autorevoli scritti, volutamente non esaustivi, sugli aspetti più significativi della sua opera: il rapporto con la voce, il teatro, le sequenze.
La struttura del volume si articola in quattro grandi sezioni intitolate "Il percorso e l'arte", "Il teatro", "Dalle "Sequenze" a "Ofanim"", "Scritti e documenti", più un'appendice che raccoglie il catalogo delle opere, un'accurata nota bibliografica di Luciano Galliano e una nota discografica di Luigi Bellingardi.
La trattazione prende avvio da un saggio del curatore intitolato joycianamente "Ritratto dell'artista da giovane", che descrive la parabola artistica di Berio dal 1945 al 1974, dall'entrata in Conservatorio a Milano, quindi, alle esperienze dello Studio di Fonologia di Milano fino ad "A-Ronne". Segue un affettuoso saggio di Lorenzo Arruga ("Per ascoltare Berio"), che si incentra sulla "Sinfonia" e sulle "Sequenze".
La seconda parte propone una serie di brevi scritti sul difficile e fertile rapporto del musicista con il teatro, dal racconto mimico "Allez-hop" (1952-59) al "Re in ascolto" (1979-83), a cui contribuiscono Eco, Rognoni, Sanguineti, Restagno, Osmond-Smith, lo stesso Berio, Mila, Laura Cosso e Calvino (con due lettere inedite).
Meno organica e più episodica, la terza parte comprende tre pur interessanti corpi: sulle "Sequenze" (Albèra, Gartmann, Delume, Berio), su "Rendering" e il "restauro" di una sinfonia di Schubert (Gartmann), su "Ofanim" e il rapporto col sacro (Carli Ballola).
Un breve scritto su Duchamp di Berio e il carteggio (inedito) con D'Amico, a cura di Pestelli, costituiscono l'esigua quarta e ultima parte.
Berio nasce nel 1925, come Boulez, e potremmo condividere con il curatore il progetto semiserio di raccontare le due "vite parallele" secondo l'antico modello; ma è il caso di ricordare che la loro è la stessa generazione di Ligeti, Nono, Stockhausen e quindi l'occasione celebrativa può tranquillamente essere estesa a tutta la cosiddetta "Nuova Musica", che dal dopoguerra prese vita. Ma proprio guardando da questa angolazione, sorge spontanea una domanda che, in termini analoghi, si potrebbe riferire a tutta questa pur ammirevole collana della Edt sulla musica contemporanea. Come si può parlare ancora con tanto distacco e con tanta incondizionata reverenza di una generazione che è al centro della tempesta e che la gran parte dei compositori contemporanei sta cercando di superare? A volte si ha la sensazione che la musicologia (anche la più accorta!) non si stia accorgendo del radicale mutamento del gusto che sta vivendo la fine di questo millennio, un mutamento paragonabile a quello che segn• la fine del Cinquecento o il nascere del romanticismo. Intendo dire: si sente la mancanza, in questo genere di libri, di una voce (fosse anche la più parziale e soggettiva) che coraggiosamente sappia valutare Berio oggi, l'avanguardia oggi; cosa ne rimane e cosa è già definitivamente invecchiato. Occorre più che mai distinguere e scegliere, e solo dopo una distinzione attenta, figure come quella di Berio emergerebbero forse in tutta la loro effettiva grandezza.
Insomma, un libro come questo - ritengo - poteva essere scritto con poche varianti anche vent'anni fa; ma, del resto, non conosco libri scientifici, nuovi, di questo livello, che pongano le questioni in modo deciso, nel vivo della nostra cultura. Boulez sapeva parlare con la sua abituale arroganza di Stravinskij e di Ravel, ma, proprio attraverso questa assoluta parzialità, definiva concetti e trovava chiavi di lettura che ancora oggi sono valide e possono essere addirittura utilizzate per affermare il contrario di quanto egli affermava. A mio avviso questo atteggiamento di distacco non favorisce un dibattito autentico sull'arte e sulla cultura, anche se è quasi fatalmente inevitabile, come è già accaduto in analoghi e difficili momenti di cambiamento. Le posizioni si radicalizzano e non si comprendono: si passa dall'iconoclastia senza fondamento di un Baricco alla quasi agiografia scientifica di libri come questo.
L'assenza di una tale riflessione, magari scritta negli anni novanta, non è ormai più motivabile, in un libro come questo, con l'urgenza di privilegiare la pubblicazione di documenti. L'editoria dello scorso decennio ha già fatto la sua parte e non si può più invocarne la presenza nel settore, come si faceva negli anni settanta, in cui il passaggio obbligato per chi volesse studiare i fenomeni dell'avanguardia musicale era quell'oscuro "Fase seconda" di Bortolotto.
Oggi servono più che mai strumenti di comprensione che vadano al di là del documento o della pura analisi e che entrino nel vivo del dibattito delle idee e delle estetiche, la cui direzione e il cui esito non è per nulla prevedibile.
Un'ultima osservazione: nelle giuste intenzioni del curatore, il concetto di "multipolarità stilistica" che viene espresso fin dall'inizio del volume condiziona la non esaustività dell'approccio; ma, comunque, risulta strano che non si prendano in considerazione, neppure di passaggio, brani come i "Folk Songs" o le numerosissime trascrizioni (molto bello, ma anche molto specifico è il saggio di Gartmann su "Rendering"), che risultano essere a tutt'oggi fuori da ogni sospetto di invecchiamento
Infine: quella di un libro su Berio sarebbe forse stata un'occasione del tutto privilegiata per discutere, almeno in uno dei saggi, sul linguaggio, sulla parola, sulla comunicazione, sulla "multipolarità stilistica" appunto, e non sembrano più così attuali, se pur interessantissime, le riflessioni di Eco, Sanguineti e Calvino. Forse i tempi non sono ancora maturi perché si sviluppi una cosciente critica della Nuova Musica o forse, come è sempre accaduto, la musicologia arriverà soltanto in ritardo di qualche decennio.

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