La Bibbia secondo Borges. Letteratura e testi sacri

Gianfranco Ravasi

Editore: EDB
Collana: Lampi
Anno edizione: 2017
In commercio dal: 9 ottobre 2017
Pagine: 72 p., Brossura
  • EAN: 9788810567654

12° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Religione e spiritualità - Cristianesimo - Bibbia

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    Loris

    27/12/2017 18:33:56

    Anche nell’essenzialità di questo saggio, Ravasi si conferma un comunicatore efficace e accattivante. L’oggetto di indagine è limitato alle influenze bibliche, ma le citazioni proposte aprono finestre sull’universo di Borges che sono un felice invito alla lettura.

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    alida airaghi

    14/12/2017 04:03:54

    Gianfranco Ravasi delinea qui “una mappa a maglie larghe e incomplete” del filone “religioso, spirituale e persino mistico” individuabile nell’opera di Borges. Così descrive la personalità dello scrittore: “Una fisionomia segnata dalla mobilità di un ecclettismo nobile, erede della curiositas insonne della classicità latina”. Agendo tra storia e mito, leggenda e cronaca, verità e finzione, Borges assorbiva dal reale un labirintico universo di fantasie mobili, ramificate e fluide; reinterpretando Matteo 7,24, infatti, così esortava: “Nulla si edifica sulla pietra, tutto sulla sabbia, ma dobbiamo edificare come se la sabbia fosse pietra”. Il suo avvicinamento alla Bibbia, determinato più da interesse culturale che dalla fede, fu incoraggiato dalla nonna. Attraverso le parole di lei cominciò ad apprezzare le narrazioni epiche del testo biblico, le parabole e le massime sapienziali, i personaggi dal tragico e umanissimo spessore, la poesia dell’Ecclesiaste, intuendo pur nel suo scetticismo di non credente la grandezza del mistero, e quella di un eventuale progetto divino che potesse offrire una giustificazione all’esistenza del dolore e del male, e una proposta di perdono e salvezza. Da Cardinale della Chiesa Cattolica, Ravasi mette in luce ovviamente il fascino inquieto che la figura di Cristo e la sua crocifissione esercitarono su Borges, così come la grande ammirazione da lui provata di fronte alla Divina Commedia. Ma tace della sua preferenza più volte dichiarata per la storia e la letteratura ebraica (e addirittura per la cabbala), considerate fucina di tutto il sapere occidentale. E della sua pungente ironia verso molti atteggiamenti e dogmi cristiani, che in “Elogio dell’ombra” lo indussero a riscrivere in maniera quasi beffarda le Beatitudini, circoscrivendole in una morale del tutto umana, accessibile a chiunque: «Beati quelli che non hanno fame di giustizia, perché sanno che la nostra sorte, avversa o benevola, è opera del caso, che è imperscrutabile… “.

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