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Sergio Maldini

Editore: Marsilio
Anno edizione: 1996
Pagine: 232 p.
  • EAN: 9788831764469

recensione di Vittori, A.M., L'Indice 1997, n. 1


Si presenta con caratteristiche nettamente diverse dalle storie che lo precedono, il nuovo romanzo di Sergio Maldini: diversa è l'ambientazione, diversa è la trama, eppure, a ben guardare, le affinità sono più forti e importanti di quanto non sembri. L'intera storia, che si dipana tra un inizio e una fine perfettamente speculari, ha come protagonista Giuliano Alberti, quarantacinquenne impiegato all'anagrafe di Bologna, nei primi anni settanta. Ogni notte Giuliano si rigira inquieto nel letto, in preda a una imprecisata quanto struggente "febbre della vita", ascolta lo scricchiolio del legno dei mobili che lo rimanda alle proteste degli alberi morti, si alza, infine, scende nel cortile e va a chiacchierare con l'amico Malaguti del presente, del futuro, e della scontentezza che lo consuma.
Già, perché Alberti è un rivoluzionario frustrato: uno che vuole ardentemente la rivoluzione ma non se ne potrebbe mai appagare, uno che ha approfondito a tal punto il proprio dissenso dal grigiore ufficiale - da ogni grigiore, compreso quello di una rivoluzione riuscita e quindi al potere - da definire la propria privata rivoluzione come una nostalgia, un'"ansia di altezza".Accompagnato da quella che viene definita, con appropriata espressione, "la rituale malinconia della vita", ben consapevole della persistenza di tale sentimento, Alberti si dedica con solerzia al suo burocratico lavoro - affidatogli quasi per dispetto dai suoi compagni partigiani -; coltiva un bonario, ironico rapporto con l'ex moglie, donna d'insolenza "nazista-guglielmina", e un trepidante legame con il figlio. Nel frattempo, affida a sei documenti, disseminati nel corso della narrazione, i suoi sogni utopistici di "presa della città"; qui si impartiscono istruzioni per l'ordinato e incruento accesso al potere, si stabiliscono piani di rieducazione per funzionari dell'informazione di Stato, filmologi, femministe e psicoanalisti - veramente godibili sono le pagine in cui si rappresentano vezzi e manie di questi gruppetti di "irriducibili" - e c'è perfino l'opportunità di un privilegiato colloquio con Marx.Il grande vecchio è all'altezza del mito: è affidabile e vagamente sarcastico, ma anche struggente quando parla di sé e dei suoi lutti familiari.Giuliano s'esalta, ma il figlio, che goffamente si rigira nelle mani il suo skateboard, è alquanto perplesso: cosa mai avranno da raccontarsi di tanto importante questi vecchi?
L'invenzione narrativamente felice consiste nell'intrecciare questi documenti, giocati tutti sul filo di un'ironia indirizzata allo snobismo culturale, alla vera vita di Giuliano, gentiluomo "pretecnologico" consapevole dei ritmi della natura, che ama la festosa confusione che nasce dai formaggi, dai prosciutti, e dalla carne delle donne amate. Le sue fantasticherie sono nutrite di sensualità; le sue affabulazioni nascono dal rimpianto di aver perso qualcosa: i luminosi mattini dell'Adriatico, o forse gli odori della campagna padana. Proprio attraverso i trasalimenti che colgono Giuliano di fronte a certe configurazioni del paesaggio, prende forma la piccola patria che è il nucleo di ogni romanzo di Maldini: e si torna, allora, alla severa, limpida atmosfera friulana. Infatti, in uno dei documenti compare in scena lo stesso Giuliano, con il cognome di Zaninovich, il cognome materno: e racconta dei suoi viaggi, della sua famiglia di navigatori, della sua implacata ansia e, infine, della quiete ritrovata nel paesino di Santa Marizza, il luogo giusto per "contemplare la meschina fretta degli altri".
Ecco, se c'è un posto in cui l'ansia di Giuliano si può placare, oltre che nella carnale e dolcissima accoglienza di Cecilia Valenzano, è nella piccola patria friulana, in quel paesino, Santa Marizza, che ritorna, luminoso riferimento, in ogni romanzo di Maldini: da lì, anche, ricava suggestioni e speranza d'approdo la sua inquieta, intensa scrittura.