Breve storia della filosofia nel Novecento. L'anomalia paradigmatica

Franca D'Agostini

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1999
Pagine: 300 p.
  • EAN: 9788806152154
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recensioni di Bonino, G. L'Indice del 1999, n. 11

Tre sono gli aspetti di questo libro di cui vorrei parlare: ciò che sembra essere e non è del tutto, ciò che è, e la sua tesi principale. Partendo dal primo punto: il titolo caratterizza il libro come una storia della filosofia (seppure breve) del Novecento. In realtà, se si cerca di leggerlo come storia della filosofia, il libro di D'Agostini non è autonomo: nonostante la straordinaria ricchezza di temi trattati (non manca quasi nulla!), dalla sua sola lettura non si riesce a costruirsi un'immagine chiara e complessiva degli sviluppi storici della filosofia nel nostro secolo (per quanto naturalmente possa invece essere un utile complemento a un'altra storia della filosofia).

Ma questo non è un difetto, anzi potrebbe anche costituire un pregio (le storie della filosofia non mancano). E d'altra parte nell'introduzione l'autrice chiarisce perfettamente quali siano i suoi intenti (rimane da chiarire il perché di un titolo parzialmente fuorviante, anche se la quarta di copertina si mostra più fedele al contenuto del libro): costruire una storia delle concezioni metafilosofiche che si sono succedute nel Novecento. La filosofia è una disciplina eterogenea, i suoi praticanti non condividono un'unica idea su che cosa essa debba essere e sui metodi con cui debba essere condotta; grandi tradizioni come quella analitica e quella continentale - indagate dall'autrice in Analitici e continentali (Cortina, 1997; cfr. "L'Indice", 1997, n. 6) - stentano in genere a dialogare tra loro; mentre è sufficientemente semplice definire una comunità di fisici o di medici, non tutti coloro che sono comunemente chiamati filosofi si riconoscerebbero partecipi di un'impresa comune. Che io sappia il libro di D'Agostini è il primo tentativo di esaminare nei dettagli le articolazioni delle varie metafilosofie novecentesche, e questo mi sembra un grande merito. Un merito ulteriore sta nell'essere riusciti a non presentare le varie concezioni come separate e non comunicanti, ma a mostrare le interconnessioni storiche e teoriche tra le diverse posizioni. Ovviamente nel presentare le metafilosofie è inevitabile parlare anche delle filosofie tout court, e da qui nasce quel tanto di "storia della filosofia" in senso proprio che il libro rappresenta, una storia della filosofia che nasce come sottoprodotto di una storia delle concezioni metafilosofiche.

Il terzo punto che vorrei trattare è la tesi di fondo del libro: l'elemento unificatore, caratteristico del pensiero novecentesco è la presenza dell'anomalia, dell'autoriflessività, del paradosso, svariatamente declinati: "[il Novecento] ha anzitutto pensato alcune circostanze paradossali e condizioni di impossibilità". Si può così parlare di "paradossi dello storicismo (la storicità della verità è essa stessa una verità storica?), del relativismo (l'universale relatività delle credenze e acquisizioni è essa stessa una credenza o una acquisizione relativa?), del contestualismo (è la contestualità delle regole il principio di una regola essa stessa contestuale?), e si è infinitamente ripreso il tema nietzscheano della fine della verità (l'asserto 'non c'è più verità' è una verità a sua volta. Descrive in modo veritiero una situazione effettiva?)". Non è qui possibile rendere giustizia alla flessibilità con cui questo principio interpretativo generale viene usato nel corso del libro. Si può tuttavia concludere che, per quanto utile come nucleo intorno a cui organizzare un materiale così ampio, il principio dell'"anomalia paradigmatica" sia un po' troppo generico (come è forse inevitabile) per poter essere applicato con uguale pregnanza a manifestazioni storiche della filosofia così varie e diversificate.

Guido Bonino