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Bugie, fossili e farfalle

Giorgio Celli

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Editore: Il Mulino
Collana: Contrappunti
Anno edizione: 1991
In commercio dal: 17 giugno 1991
Pagine: 86 p.
  • EAN: 9788815032485

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KOHN, ALEXANDER, I falsi profeti.Inganni ed errori della scienza., Zanichelli, 1991
CELLI, GIORGIO, Bugie, fossili e farfalle, Il Mulino, 1991
recensione di Fasolo, A., L'Indice 1992, n. 1

"Guai ai profeti stolti che vanno dietro al loro spirito e nulla vedono". L'invettiva biblica apre e ben definisce un brillante saggio di un virologo israeliano dedicato a inganni ed errori nella scienza. Kohn ricorda che "le violazioni dell'etica che si incontrano nella ricerca scientifica coprono un ampio spettro che va dalla vera e propria frode alla falsificazione consapevole, al plagio, all'occultamento di informazioni fino alle infrazioni minori come la negligenza" (p. XI). Di tutto questo sono forniti dal libro esempi documentati, che vengono attentamente discussi e pesati, senza scandalismi n‚ timori reverenziali, evitando sempre una giustizia sommaria. I giudizi sono spesso taglienti: la soap-opera tragicomica sulla priorità della scoperta del virus dell'Aids si apre con la lapidaria citazione "Nella guerra contro l'Aids la verità scientifica è stata una tra le prime vittime". Attraverso una casistica molto ricca e relativamente aggiornata si delinea così una sorta di manuale dell'etica scientifica, dove si suggeriscono comportamenti riguardo non solo alla ricerca, ma anche alla divulgazione, alla pubblicistica scientifica, alla prassi per richiedere finanziamenti e poi giustificarne l'impiego. Il libro termina con alcune considerazioni sui modi per prevenire le frodi e lottare contro di esse. L'ultimo capitolo, intitolato provocatoriamente "Come va a finire?", costituisce un ampliamento rispetto alla prima edizione inglese: oltre a registrare alcuni casi recentissimi di frode mette in luce una nuova consapevolezza pubblica sui comportamenti scorretti degli scienziati.
Il libro di Kohn ricorda che l'onestà non è un optional o un ambito separato e cita Jacob Bronowski: "La scienza come istituzione implica un tacito contratto sociale tra gli scienziati così che ciascuno dipende dall'affidabilità degli altri... l'intero sistema cognitivo della scienza è radicato nell'integrità morale del complesso dei singoli scienziati".
Alcune celebri "bugie" scientifiche sono narrate anche nel brillante libretto di Giorgio Celli, naturalista, scrittore e divulgatore molto noto. Attraverso questa galleria di falsi d'autore, Celli vuole ammaestrare divertendo ed i sapidi bozzetti sono i semi di una riflessione epistemologica e filosofica. La bugia è in qualche modo sentita come la "spia" della creatività scientifica, la sua coscienza infelice. "Se cresce il naso a Pinocchio in camice bianco, trasferito dal paese al laboratorio dei balocchi, non si gridi allo scandalo: la scienza va pure aiutata e, se si vuole, un po' interpretata" (pp. 7-8).
I casi che Celli narra sono documentati esempi delle molteplici forme attraverso le quali si realizza questa abnorme attività di interpretazione e ricostruzione della realtà naturale. Vengono messe assieme le burle paleontologiche alle spese di un ingenuo naturalista settecentesco e il cranio fasullo del presunto ominide di Piltdown che ha tratto in inganno il mondo paleantropologico per vari decenni del nostro secolo. Si legge di topi manipolati (nel senso più fisico dell'espressione, vale a dire pitturati a mano) e di protocolli di embriologia sperimentale alterati o infedeli dei risultati inventati di sana pianta da Cyril Burt (uno dei fondatori della psicologia inglese) per dimostrare la pretesa ereditabilità dell'intelligenza e delle tabelle di dati sin troppo convincenti raccolti da Gregorio Mendel (o dai suoi ortolani vogliosi di compiacere l'abate)...
Leggendo di queste e di altre situazioni piuttosto esilaranti, si può trarre l'onesta conclusione che la "bugia" scientifica è ben radicata nel mondo della ricerca.
Non si deve tuttavia confondere la frode con l'errore in buona fede, di cui sono lastricate le strade della scienza. Ancora diverso è il fenomeno di "ricostruzione della realtà" che - sottolinea Celli - "non è tanto figlio dell'imperizia quanto delle convinzioni del ricercatore. Proprio per questo sono gli scienziati eminenti che si ingannano più facilmente, perché pensano".
Ogni ricerca scientifica avanzata non può fare a meno non solo di ipotesi, ma anche di semplificazioni della realtà che permettano una ricostruzione seppur provvisoria del dato. Siamo qui proprio nel campo dell'epistemologia e dei limiti di tolleranza del metodo.
Celli cita anche il caso degli imbrogli matematici usati per fare "tornare" certe analisi lessicologiche e ambientali. In questi casi la ricerca è compiuta da una istituzione (in teoria neutrale e prestigiosa) che pratica poi una sorta di maquillage dei risultati, rendendoli meno sgradevoli in modo da non scontentare il committente (che spesso è ahimè l'inquinatore). Questi "equilibrismi" per salvare "capra e cavoli" sono una spia della miseria morale e scientifica dello scienziato, ma sottolineano anche i limiti della sua indipendenza. Non siamo nella frode in senso stretto, ma in una realtà impoverita e manipolata dove il termine "applicato" per la ricerca suona un poco sinistro.
Infine passiamo alla frode in senso stretto, più che mai attuale. Negli ultimissimi anni vi sono stati vari dibattiti rilevanti nel settore biologico, che implicano comportamenti fraudolenti e toccano istituzioni scientifiche di altissimo prestigio. Valga per tutte la bruciante polemica sulla correttezza scientifica e deontologica che in questi mesi coinvolge seppur indirettamente il premio Nobel e presidente della Rockfeller University, David Baltimore. Dopo una denuncia di frode avanzata da una giovane ricercatrice, l'inchiesta ufficiale avrebbe accertato che un articolo di genetica molecolare pubblicato sulla rivista "Cell" nel 1986 e di cui Baltimore è il coautore più autorevole, contiene risultati inventati o manipolati. La frode sarebbe opera materiale di una collaboratrice di Baltimore, ma quest'ultimo avrebbe come minimo mancato al suo dovere di verifica e controllo dei dati pubblicati. In questi casi l'azione fraudolenta può essere il prodotto di una deviazione personale, ma trova il suo terreno favorevole in un sistema di ricerca altamente competitivo, con forti incentivi economici di carriera modellato su meccanismi produttivistici.
In questi casi (i topi manipolati citati da Celli, lo scandalo che coinvolge il gruppo di Baltimore) l'esigenza di pubblicare in una situazione di pressione psicologica elevatissima, porta a deliberate manipolazioni dei dati sperimentali, con un obiettivo che può essere, volta a volta, la carriera, i finanziamenti, o semplicemente la vanità e l'egocentrismo. Nei casi in cui la frode sia denunciata segue poi tutta quella trafila di deviazioni anche peggiori, per cui invece di dire "scusate, abbiamo commesso un errore" si falsifica ulteriormente, si intimidisce, si costruiscono frodi di secondo ordine. Questa serie di falsi ha poco a che fare in realtà con l'epistemologia o con le pressioni della committenza, ma implica i meccanismi attraverso i quali la scienza convalida e verifica i contributi dei singoli gruppi. Di fronte ad una accusa di frode la comunità scientifica prima tentenna preoccupata della propria immagine e poi interviene in modo appassionato, mescolando il rigorismo etico con una esigenza tutta prammatica di verificare l'affidabilità di una istituzione e delle sue politiche. Così nel caso dello scandalo di Baltimore è stato messo in azione un vero e proprio apparato di inquisizione pubblico, in cui non mancavano agenti segreti. E nella polemica sull'autenticità del fossile di Archaeopteryx del British Museum di Londra, il prestigioso museo ha avuto il coraggio di rispondere alle accuse con una spettacolare mostra "È autentico o è un falso", dove si presentavano con onestà e chiarezza le critiche, ma si fornivano altresì le basi razionali per concludere che l'Archaeopteryx è degno di fede e continua a rappresentare un significativo contributo alla formulazione della teoria evolutiva. Certo le bugie di cui ha parlato Celli appaiono meno gravi di tanti errori politici, economici e tecnici e non hanno prodotto un danno materiale: nessun ponte è caduto, non sono morti dei pazienti. Ma anche nei casi che non hanno effetti diretti, il danno prodotto è grandissimo. L'immagine sociale della ricerca si deteriora e i ricercatori perdono la fiducia nel lavoro che conducono. Molti sembrano condividere l'affermazione di Barbara Ehrenreich in un recente articolo giornalistico "ma la scienza è indifferente e la differenza deve definire una sorta di santità!". I meccanismi di difesa messi in atto nel mondo della cultura anglosassone appaiono comunque efficacissimi: alla condanna motivata si accompagna non solo il biasimo, ma un taglio definitivo di fondi. Il sistema preme per ottenere risultati, ma non accetta scorciatoie. Per chi sta fuori della ricerca, questa sociologia dell'impresa scientifica probabilmente è poco comprensibile. Allora ben venga un'opera accessibile come quella di Celli, a patto che dopo i sorrisi induca anche a riflessioni ed approfondimenti. E certo l'incongrua "appendice" di Celli su "Scienza e follia", con le sue note sulla "discrasia" fra scienza moderna e senso comune, è di poco aiuto. La scienza è sempre più il prodotto di un sistema organizzato, certo non il parto di lunatici o di eccentrici creativi.
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