C'è modo e modo di sparire. Poesie 1945-2007

Nina Cassian

Traduttore: A. N. Bernacchia
Curatore: O. Fatica
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2013
In commercio dal: 9 ottobre 2013
Pagine: 301 p., Brossura
  • EAN: 9788845928239
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Descrizione
Ultima figura emblematica di una ormai classica tradizione modernista, erede e testimone di quel fecondo ambiente romeno di cui facevano parte Brancusi e Tzara, Ionesco, Eliade e Cioran, e come loro inevitabilmente esule, Nina Cassian ha percorso un tragitto artistico e umano singolare come la sua persona. Nel 1985, già titolare di una lunga carriera di successo (con qualche strappo al morso del regime), durante un soggiorno negli Stati Uniti finisce nel mirino della polizia, che ha scoperto certi suoi testi a dir poco caustici contro la politica e i politicanti del Paese: decide allora di non tornare in patria e chiede asilo politico. Qui, sostenuta e tradotta da vari poeti americani, rinasce a nuova vita. E la scelta, la riproposta, la traduzione, a volte la vera e propria ricreazione delle poesie romene precedenti l'esilio, nonché la stesura di nuovi componimenti - in romeno prima, e dopo qualche anno anche in inglese -, alimenteranno un corpus che non ha riscontri, né rivali, nell'odierno panorama poetico internazionale. Si avvertono, nella voce della Cassian, echi ravvicinati di tutta la più nobile stagione del Novecento: da Mandel'stam a Cvetaeva, da Apollinaire a Brecht a Celan, e si potrebbe risalire fino a Emily Dickinson, "sublime sorella", o anche più indietro, all'amoroso "furor" saffico.

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    Jasmine Canetti

    20/09/2018 17:39:53

    La copertina dell’edizione Adelphi (Max Ernst, Santuario) mi ha attratto verso questo libro; motivo sciocco, puerile, che però mi ha permesso di incontrare una donna con cui ho scoperto sorprendenti affinità. Nina è viscerale, scomoda, carnale, ironica, potente, chirurgica, sconveniente. Mi ha smascherato, stanato, rivoltato come un calzino. E poi mi ha capito, abbracciato e consolato. Io sono convinto che tutti siamo nella poesia di Nina e che tutti gridiamo il suo nome. "Poeti,/i misteriosi,/gli schietti,/una scatola cranica per elmo,/per scudo un velo di cellofan,/poeti,/queste specie, queste seppie/che si difendono/schizzando inchiostro". Questo libro mi accompagnerà per tutta la vita giacché pieno di esperienza di saggezza. Lo consiglio a tutti gli amanti della poesia e soprattutto ai noi.

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    Cristiano Cant

    30/12/2015 13:27:36

    Scomodare l'eco di nomi grandissimi davanti a questa stupenda raccolta non è per niente un immaturo eccesso da lettori esuberanti. La voce è una delle più autenticamente liriche dell'ultimo Novecento, e la forza incardinata nei versi, la bellezza armonica a ferire la vita negli antri delle sillabe (traduzione perfetta) imprimono alla silloge una preziosità d'insieme che è davvero misura d'arte altissima. "Poeti,/i misteriosi,/gli schietti,/una scatola cranica per elmo,/per scudo un velo di cellofan,/poeti,/queste specie, queste seppie/che si difendono/schizzando inchiostro". Non mente in nulla la Cassian, se non in quella padronanza, in quel maneggiare la parola che deve pur offrire musica già al primo germoglio. I temi spaziano dal dolore dell'essere umano a una politica sempre scriteriata, fino a momenti anche ludici dove sottili scaglie di tristezza abbracciano i giorni in sfumature più ironiche, leggere come travi appuntite e pesanti che il poeta sa comunque vedere per primo nel corpo del proprio sguardo. "Viaggiavo in piedi/eppure nessuno mi offrì il posto,/anche se ero di almeno mille anni più anziana,/anche se portavo ben visibili i segni/di almeno tre gravi malanni:/orgoglio, solitudine e arte". Snodi interiori splendidi e sofferti disegnano un quadro di potente e dolcissimo rancore, una ricerca linguistica seria che è l'eco di stagioni letterarie e incontri e influenze di rilievo raro nell'ossatura delle pagine. Ancora: "I triviali rumori delle nullità,/di chi prende il potere come scusa/per ingozzarsi al banchetto ufficiale,/di chi dopo il banchetto rutterà,/nettandosi il muso/e a piatto del giorno/ha eletto i violinisti/con tanto di violino per contorno". Le sferzate del bardo sulle coerenti miserie del potere, lo stare accanto agli ultimi, farsi loro segno e lavagna, lascito di lingua che resiste e lembo di speranza oltre ogni geografia malata. Solo i poeti salvano il sogno della voce, lo addestrano, lo curano, lo rendono vita cantata, solco, memoria.

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    alida airaghi

    03/12/2013 12:15:42

    Della poetessa romena Nina Cassian, Ottavio Fatica scrive, nella complice postfazione, che fu "poetessa lirica, ultralirica", animata da "furor uterinus" e "impudica grazia". E in effetti, l'impressione più vivida che si ricava dalla lettura di queste poesie, è quella di una vitalità disarmante, giocosa e fiera, arguta e appassionata. Che sia questa poetessa novantenne (residente a New York dal 1985, quando ottenne l'asilo politico per evitare l'arresto a Bucarest) a dare una sferzata di corposo ottimismo alla nostra assonnata produzione letteraria in versi, non deve apparirci paradossale: vista l'intensità con cui Nina ha attraversato passioni sentimentali, culturali e politiche, nutrendosi di tradizioni ebraiche e comunismo critico, di diverse esperienze editoriali e artistiche, di amicizie viscerali e ostilità altrettanto esibite, di conoscenze linguistiche effettive e supposte. Troviamo così nella sua vastissima produzione le stigmate di un orgoglio indomito, di una provocazione sarcastica: "Avida sono. L'asceta mi rimprovera/ di scorrere a perdifiato/ l'indice delle materie della vita/ e di bramare e aver voglia di tutto.// Eh, sì, che volete! Ho fame. Ho sete,/ come il suono mi aggiro nel mondo dei vivi." Nina Cassian non nasconde di avere un'alta considerazione di sé, del suo valore e della sua forte personalità, a partire già dal fisico descritto in un beffardo autoritratto; ma soprattutto dalla orgogliosa consapevolezza del suo anticonformismo, del suo coraggioso opporsi a ogni minaccia o seduzione del potere: "Posso stare da sola./ So stare da sola". L'attaccamento alla vita fisica si esprime nel corrispondente e fiducioso attaccamento alla parola, al linguaggio, che è romeno, e poi inglese, o addirittura lingua d'invenzione - lo spargano - imitativo di altri idiomi; ma è soprattutto estrema volontà di comunicazione, anche nell'età più vicina alla morte.

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