Campi Flegrei. Campania Felix. Il golfo di Napoli tra storia ed eruzioni. Guida alle escursioni dei vulcani napoletani

Lisetta Giacomelli,Roberto Scandone

Editore: Liguori
Anno edizione: 1992
In commercio dal: 1 gennaio 1992
Pagine: 2 voll., 208 p., ill.
  • EAN: 9788820720889
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GIACOMELLI, LISETTA / SCANDONE, ROBERTO, Campania Felix, Campi Flegrei, Liguori, 1992
AA.VV., Atlante di Napoli, Marsilio, 1992
recensione di Tozzi, M., L'Indice 1993, n. 6

Gli americani attestati alle pendici del Vesuvio non riuscivano a farsi una ragione di come si potesse, da secoli, ritornare a costruire case e paesi dove la lava era già arrivata in passato. Siamo durante la grande eruzione del 1944 e, sotto la stessa pioggia di ceneri, i napoletani erano ancora intenti a mostrare icone di divinità locali alla lingua di lava, salvo poi tenere pronta per i casi più pericolosi, la stessa statua del più potente san Gennaro, contrabbandata da Napoli, ma tenuta coperta da un lenzuolo per riguardo verso il santo locale. Miti, religioni, la storia stessa delle popolazioni costituiscono un intreccio particolarmente evidente e complesso con vulcanismo e sismicità in tutti i paesi geologicamente inquieti. Ciò accade soprattutto in quelle regioni vulcaniche-e spesso anche soggette a ricorrenti grandi terremoti-che comprendono i maggiori centri delle più antiche civiltà della terra: America centrale, Asia minore e bacino del Mediterraneo. Fra queste regioni l'antica Magna Grecia è forse la più tipica, non solo per la straordinaria chiarezza e continuità delle testimonianze storiche, ma anche perché per molti secoli è stata il più grande laboratorio naturale di scienze della terra che l'uomo abbia avuto a disposizione. Napoli-infine-è l'embIema stesso di questo intreccio, in quanto metropoli dai limiti indefinibili, non solo con un ruolo storico di primo piano, ma anche costruita in una delle aree vulcaniche più attive del mondo intero.
Se, in questo come in altri casi, la presenza di monumenti importanti o di rovine costituisce il codice da decifrare per l'archeologo (come i vecchi testi sono una fonte indispensabile per lo storico) le formazioni rocciose e il loro assetto forniscono una chiave di lettura che in regioni come queste è altrettanto insostituibile. Il geologo non è qui solo di supporto per altre discipline, ma contribuisce in piena autonomia a un tentativo di decodificazione del mondo naturale e-almeno in parte-anche del condizionamento naturale sullo sviluppo del tessuto urbanistico delle città dell'uomo. In questo senso il suo compito è duplice: da un lato ricostruisce infatti in chiave storica l'evoluzione geologica di un'area in un quadro di riferimento globale; dall'altro fornisce gli strumenti ad altri operatori perché le rappresentazioni del territorio possano permetterne una gestione più efficace. A questa doppia esigenza partecipano anche due opere pubblicate di recente, associate da una possibile interpretazione comune, pur nella loro evidente diversità. Per quanto riguarda il primo aspetto Giacomelli e Scandone nel loro "Campania Felix, Campi Flegrei" (gli antichi "campi ardenti" dei greci) si richiamano continuamente all'interazione geologia-storia facendone anzi il filo conduttore della loro ricostruzione, mentre le tavole fotografiche dell'"Atlante di Napoli", ora a disposizione di tutti i cittadini, sono uno strumento di intervento per la pianificazione territoriale futura, e anche per una riorganizzazione più finalizzata delle conoscenze passate.
Se c'è un tratto comune nelle esperienze culturali di geologi e urbanisti questo è proprio la possibilità di leggere "in pianta", cioè di leggere rappresentazioni semplificate, simboliche e ridotte della realtà. Il sistema informativo messo in opera dalla Soprintendenza in seguito agli interventi decisi dopo il terremoto del 23 novembre 1980 in Campania e Basilicata, insieme con gli strumenti progettuali opportuni (descritti a fondo nell'introduzione), hanno portato alla realizzazione di un atlante che è il segno più chiaro di questa convergenza culturale attraverso l'espressione cartografica. Per esempio, il colore della città come emerge dalle fotografie è veramente il colore dei Campi Flegrei: il 'tufo giallo' non affiora solo come naturale substrato delle aree verdi, ma costituisce il mattone dei palazzi dei quartieri più antichi e popolari. Le nere colate laviche del Vesuvio arrivano fin dentro la città vecchia, a Mezzocannone, a Spaccanapoli, dove le strade sono lastricate da grandi "chianche" lavorate e strappate al vulcano che ripropongono l'intreccio naturale della lava, formando il reticolo connettivo del cuore di Napoli. È ben noto a storici e urbanisti come la documentazione sulla regione del Golfo di Napoli risulti fortemente condizionata dalla presenza incombente (a volte devastante) degli effetti dei fenomeni vulcanici o del "risentimento" dei grandi terremoti che da sempre sconvolgono la non lontana Irpinia (l'ultimo nel 1980). Lo scontro che qui sarebbe avvenuto fra Eracle e i Giganti (forse una primitiva rappresentazione di antiche eruzioni), gli abbandoni precipitosi e le riedificazioni (documentati almeno dal Il millennio a.C.): tra mitologia e storia il Vesuvio e i Campi Flegrei hanno condizionato e-in tempi di sufficiente coscienza del territorio-'dovrebbero' condizionare lo sviluppo areale dei centri abitati.
È d'altra parte vero che spesso le descrizioni "oggettive" di specialisti non hanno n‚ l'efficacia, n‚ talvolta la precisione dei racconti di grandi scrittori, magari del tutto privi di conoscenze geologiche, come Goethe, Dickens o Twain, impegnati nel 'grand tour' che nel XVIII secolo comprendeva imprescindibilmente Napoli e i suoi vulcani. Ed è il vulcano come terrore-attrazione di essere sospesi sull'orlo di un abisso non solo fisico, a contemplare l'"orrore del vuoto"- inaspettato nella natura-inteso anche come mancanza, a quel tempo, di tutti gli elementi per conoscerlo e per prevederne l'attività futura.
A metà del XIX secolo queste descrizioni non bastavano più e nasceva il primo osservatorio vulcanologico del mondo, palestra di generazioni di vulcanologi e "padre" di tutti quelli successivi, compresi i famosi delle Hawaii. Con esso nasceva la moderna vulcanologia, non lontana-come minuzia descrittiva-dai tentativi di Plinio il Giovane nelle sue Lettere a Tacito sulla morte dello zio nell'eruzione del 79 d.C.; ma ormai già sbilanciata verso le scienze metodologicamente mature. La nascita dell'osservatorio Vesuviano sta lì a testimoniare come si tosse già compreso che il Somma-Vesuvio era-ed è- il più complesso e pericoloso fra i vulcani italiani. Già Strabone ne aveva intuito la natura vulcanica, ma la sua notorietà crebbe solo con l'eruzione del 79 d.C. che-interrompendo un lungo periodo di riposo-distrusse Pompei ed Ercolano (con cadute di ceneri e torrenti di fango). Sono circa 300.000 anni che il Vesuvio è attivo e la sua fase attuale di quiescenza (che dura dal 1944) non significa che esso riposerà per sempre. L'ultimo periodo della sua storia eruttiva è stato caratterizzato da attività modesta (dall'eruzione del 1637 a oggi), ma in passato l'attività è stata prevalentemente di tipo esplosivo-con ricaduta di ceneri e pomici, quando non con scorrimento di enormi nubi ardenti, torrenti di fango e 'base-surges' (fenomeni cosi chiamati perché richiamano le "onde di base" degli esperimenti nucleari).
Non molto diversa è la situazione dei Campi Flegrei, sistema vulcanico complesso e giovane, formatosi circa 35.000 anni fa per collasso dopo un'incredibile eruzione di circa 80 km cubi di magma: non a caso proprio qui, al lago Averno (cioè "senza uccelli", che non potevano sostenere il volo nell'area a causa dei gas vulcanici), è situata da sempre la porta degli Inferi. Proprio ai Campi Flegrei, nel 1538, nacque in pochissimi giorni un vulcano di tutto rispetto (il Monte Nuovo), preceduto da scosse sismiche e accompagnato da emissioni gassose e sollevamenti del suolo. Si comprende perciò l'importanza di un osservatorio permanente, e il notevole interesse che l'area napoletana ha sempre suscitato negli studiosi di scienze della terra di tutto il mondo. Quello che si capisce meno è l'assoluta mancanza di rispetto con cui si è guardato e si guarda a un'area tanto pericolosa: sfogliando l'Atlante si nota che l'attività edilizia (non solo abusiva!) ha proceduto incontrastata fino quasi all'orlo del Somma o dovunque nell'area flegrea, accrescendo in maniera esponenziale i rischi connessi a future eruzioni. Non va dimenticato che il rischio vulcanico viene valutato attraverso la probabilità che in una certa zona si verifichi un'eruzione in rapporto alle sue possibili capacità distruttive e-quindi- in relazione alla densità di popolazione e al tipo e grado di urbanizzazione. E che esso ha raggiunto, e valicato, i limiti di sicurezza in tutta l'area del Golfo di Napoli. Non è tutto: da tempo i vulcanologi hanno previsto gli scenari possibili per i prossimi vent'anni, aiutandosi in maniera spesso determinante con tutte le descrizioni delle eruzioni che sono state fatte dal 79 d.C. ai giorni nostri, come si può riscontrare confrontando uno qualsiasi dei molti racconti, relativi a eventi passati, contenuti nel libro "Campania Felix" con le più moderne realizzazioni al computer. Terremoti connessi al vulcanismo, sollevamento sensibile del suolo, apertura di fratture e nascita di nuove fumarole precederanno, ora come in passato, la riapertura del condotto vulcanico in comunicazione con la camera sotterranea dove il magma ha ricominciato a salire. Il fenomeno più vistoso sarà-inizialmente-il sollevamento di una grossa colonna di fumo e vapore che trasporterà ceneri, pomici e blocchi incandescenti. La ricaduta che ne seguirà oscurerà il cielo, farà crollare tetti e seppellirà stratte per chilometri intasando i polmoni degli abitanti. I torrenti di fango, causati dagli accumuli di ceneri, che si formano anche per parecchi giorni dopo l'eruzione, saranno tra i maggiori responsabili della distruzione del tessuto urbanistico (per inciso, il termine "lava" in napoletano non indicava, come oggi, un flusso di magma degassato sulla superficie terrestre, ma proprio quei torrenti misti di acqua e fango che scorrevano sulle pendici del Vesuvio specie dopo le eruzioni di ceneri). Quando la colonna collasserà a causa dell'abbondanza di materiali solidi presenti, ciò avverrà in maniera repentina, formando vere e proprie nubi densissime (chiamate flussi piroclastici) che avanzeranno a 100 km/h a temperature elevate distruggendo qualsiasi cosa. Tutto questo anche in soli due o tre giorni dall'inizio dell'eruzione, momento in cui almeno 700.000 persone dovrebbero essere pronte a un'evacuazione di proporzioni bibliche.
Scenari come quello ipotizzato permettono di prevedere dove avverranno future eruzioni e di che tipo saranno, quello che non si può sapere è quando: anche se a breve termine è possibile capire il momento in cui i fenomeni premonitori diventano irreversibili; niente inquietudine degli animali domestici o segni misteriosi- dunque-ma una sorveglianza scientifica continua e gli studi geologici di base contribuiscono a fronteggiare le situazioni di emergenza. La pubblicazione di opere sul vulcanismo in chiave storica e di rappresentazione dei territori a rischio va salutata con piacere: chissà se basterà a ricordare che nemmeno cinque secoli fa qui è nato un nuovo vulcano.