Canoni americani. Oralità, letteratura, cinema, musica - Alessandro Portelli - copertina

Canoni americani. Oralità, letteratura, cinema, musica

Alessandro Portelli

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Editore: Donzelli
Anno edizione: 2004
In commercio dal: 15 gennaio 2004
Pagine: VI-376 p.
  • EAN: 9788879898461
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Canoni americani. Oralità, letteratura, cinema, musica

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    S_amara

    28/06/2020 16:32:20

    Una lettura degli Stati Uniti attraverso dei saggi che parlano degli autori e delle opere che hanno colonizzato il nostro inconscio, in una edizione molto curata e con le parole di un grande studioso quale è Alessandro Portelli.

La questione del canone attraversa, direttamente e indirettamente, lo sviluppo della critica letteraria negli Stati Uniti da almeno venticinque anni. Le ragioni di questa centralità sono abbastanza evidenti: nella definizione del corpus delle opere che una cultura sceglie di preservare e di tramandare ponendole al centro dei curricula scolastici e delle proprie istituzioni si giocano complesse questioni di definizione dell'identità nazionale e importanti meccanismi di trasmissione e di identificazione di questa identità, che operano intorno ai legami tra lingua, cultura e etnia e che, fin dalle definizioni ottocentesche, vedono nella letteratura come arte della parola il luogo privilegiato di questi nessi.

Come ricorda Portelli, negli Stati Uniti questa definizione di identità è da sempre particolarmente tormentata: "Una letteratura che nasce senza una lingua nazionale separata, che anzi usa una lingua con la gloriosa e imponente tradizione letteraria come l'inglese, può uscire dalla subalternità solo se ricostruisce i propri linguaggi sul terreno e sull'esperienza di chi ci abita". Per di più, l'esperienza americana è fin dalle sue origini multilinguistica, multiculturale e multietnica, anche se solo in anni relativamente recenti alla spinta a rispondere a questa pluralità secondo un modello di assimilazione - il melting pot che richiede ai soggetti pesantissime rinunce delle diversità inscritte nella cultura di origine e etichettate come "inferiori" - si va sostituendo un modello di integrazione molto più rispettoso di questa diversità percepita come un patrimonio positivo.

Nel Novecento, soprattutto nella seconda metà, il quadro si complessifica ulteriormente investendo in modo autocosciente strati sempre più vasti della popolazione. La cultura di élite, che nella letteratura ha per lunghissimo tempo avuto una delle sue massime espressioni, si scontra con una diffusione enorme della cultura di massa sostenuta dai media. Al riconoscimento delle differenze etniche e linguistiche si affianca un crescente rispetto per le differenze di genere. La globalizzazione dell'economia, associata alla globalizzazione dell'informazione, ripropone con grande forza il problema della distribuzione e dell'accesso alle risorse materiali e culturali.

Posta in questi termini, la questione del canone va ben oltre la letteratura e la cultura ed è direttamente politica nel senso più alto e più forte. E gli Stati Uniti sono un terreno privilegiato per affrontarla e tentare di definirne il profilo. Dai movimenti per i diritti civili degli anni cinquanta e dalla rivendicazione di uguaglianza del movimento nero ha avuto origine la domanda di multiculturalismo che attraversa oggi potentemente una società in cui la popolazione di origine bianca-anglosassone si avvia a essere minoranza. Nella militanza femminista degli anni sessanta hanno trovato impulso le rivendicazioni del rispetto delle identità di genere. E con la crisi dei regimi comunisti il modello liberale, e spesso liberista, della cultura americana appare incontrastato.

Il problema, naturalmente, non è solo americano. Basti pensare alle questioni di plurilinguismo, multiculturalismo e stratificazione sociale che la nuova Europa dovrà affrontare, al proprio interno e attraverso l'immigrazione extracomunitaria. Potrà bastare a questa nuova Europa un modello identitario basato sulle "comuni origini cristiane", sulla "tradizione classica greco-latina", su una sintesi tra "cultura romanza" e "cultura germanica"? Su quali modelli di integrazione saremo capaci di costruire un ragionevole equilibrio tra identità e differenze?

È la sensibilità a questo orizzonte di problemi e il rifiuto di affrontarli sul terreno protetto della matrice disciplinare della letteratura tradizionalmente intesa che rende il libro particolarmente rilevante. All'idea, ormai ampiamente diffusa, che il canone americano, una linea culturale che va "dai puritani al Rinascimento americano, culmina con H. James e prosegue con i classici del Novecento" vada esteso per "ammettere i nuovi soggetti - neri, indiani, donne operai (...) magari per la porta di servizio", Portelli contrappone l'ipotesi di abbandonare qualsiasi pretesa di unicità - di una immagine, per quanto pluralistica, dell'identità culturale americana - a favore di una molteplicità di testi, indagati come luoghi in cui si articolano, senza una necessaria risoluzione estetica o ideologica, "intrecci, contaminazioni e conflitti".

I saggi, che attraversano l'intero arco della produzione culturale americana, sono correttamente incorniciati da un Prologo, che riflette sulla centralità dell'idea di libertà nell'esperienza americana e sulle definizioni, anche problematicamente contraddittorie, che ha potuto assumere, e da un Epilogo, dedicato alla "storia culturale e letteraria della guerra preventiva", che sottopone il documento sulla National Security Strategy of the United States pubblicato dalla Casa Bianca nel 2003 a una ravvicinata analisi retorica e culturale che dimostra quanto siano essenziali, prima ancora che utili, gli strumenti chiave della critica letteraria.

In quest'arco, che si articola in modo sistematico intorno ai temi come "la relazione tra democrazia e immaginazione, il rapporto tra denaro, contratto, cittadinanza, schiavitù e discriminazione, la questione del limite, del confine e della possibilità; la relazione tra letteratura, cultura di massa, cinema, musica", il lettore incontrerà indagini su alcuni dei grandi libri fondanti della letteratura america - da Hawthorne a James, da Twain a Faulkner e fino a Pynchon e Toni Morrison - affrontati come espressione del "conflitto" e della contaminazione: tra generi e media, tra diverse forme di pensarsi e di rappresentare l'identità, personale e nazionale, di "razza" e di "genere". Ma anche analisi della nascita della cultura come spettacolo, dalla ridefinizione dell'idea di folklore in una società democratica attraverso il tall tale, nelle produzioni ottocentesche di Shakespeare, nel gioco del "bianco" e del "nero" del ministrel show, nelle reazioni del giovane Holden al cattivo jazz che si suona a New York mentre sta nascendo il rock, e fino all'impatto dell'attentato alle Torri gemelle sulla musica di Bruce Springstein. Il tutto legato da una felice e stretta rete di rimandi ed echi interni che non hanno bisogno del personal computer per mostrare la forza della coerenza molteplice di una "ipertestualità" correttamente intesa.

Citando Wenders, Portelli ci ricorda che "gli Stati Uniti nella loro accezione di fonte e prodotto dell'immaginazione e del desiderio ci hanno colonizzato l'inconscio", nel senso che "dall'America il mondo ha ricevuto gran parte delle forme, consapevoli o inconsapevoli con cui ci immaginiamo e ci rappresentiamo". La leadership internazionale americana consiste anche in questo. In un momento difficile come questo, in cui molti sembrano "abbandonarsi" a questa leadership e molti la mettono radicalmente in discussione, la possibilità stessa di pensare agli Stati Uniti in modo radicalmente plurale e al di là della propaganda e degli stereotipi è un contributo importante per costruire un rapporto critico che si rifiuti alle semplificazioni paralizzanti di un'opposizione tra "americanismo" e "anti-americanismo".

Gli Stati Uniti, scriveva Cesare Pavese, sono «il gigantesco teatro dove con maggiore franchezza che altrove veniva recitato il dramma di tutti [...]. La cultura americana ci permise in quegli anni di vedere svolgersi come su uno schermo gigante il nostro stesso dramma».
Se c'è un dato che ha sempre caratterizzato la letteratura degli Stati Uniti è proprio il continuo salire e scendere dei linguaggi, il flusso ininterrotto di scambi, dialoghi e conflitti fra ricerca letteraria e culture popolari, culture egemoniche e culture di minoranza, oralità e scrittura, scrittura, musica e cinema. Da Herman Melville a Bruce Springsteen, da William Faulkner a Spike Lee, da Toni Morrison alle origini letterarie della teoria della guerra preventiva, dall'autobiografia dello schiavo Olaudah Equiano ai mondi sotterranei di Don DeLillo, questi saggi ripercorrono con irriverenza appassionata l'arco cronologico della letteratura degli Stati Uniti e cercano di ridefinirne i confini e le forme: in altre parole, non il canone, ma i canoni, nella loro pluralità e nella dinamica dei loro rapporti in continuo divenire. E se è vero che, come ha detto Wim Wenders, «l'America ci ha colonizzato l'inconscio», questi saggi – che non dimenticano mai il punto di vista dell'osservatore – sono anche un'autobiografia del nostro rapporto profondo con questa inquietante ed eccitante presenza.

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