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Cantimori, Contini, Garin. Crisi di una cultura idealistica

Massimiliano Capati

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Editore: Il Mulino
Anno edizione: 1997
In commercio dal: 6 ottobre 1997
Pagine: 164 p.
  • EAN: 9788815062154

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recensione di Pedìo, A., L'Indice 1998, n.11

Questo lavoro si propone di dimostrare che la crisi vissuta dalla cultura idealistica italiana nel secondo dopoguerra non dipende da cause intrinseche, ma dalla lettura distorta a cui fu sottoposto il pensiero di Croce da parte della generazione di intellettuali formatisi nel periodo fascista. Delio Cantimori, Gianfranco Contini ed Eugenio Garin rappresenterebbero pertanto un caso emblematico, perché avrebbero avuto un rapporto a volte contraddittorio con il proprio passato idealista. Da un punto di vista strettamente metodologico, l'impostazione adottata dall'autore non ci sembra però particolarmente convincente, perché la presenza del dualismo fra irrazionale e razionale, fra etica e politica viene ritenuta sufficiente per accomunare tre studiosi che si sono dedicati all'approfondimento di differenti campi di indagine. L'uso di testimonianze autobiografiche induce inoltre a enfatizzare l'importanza dell'idealismo e a non tenere conto dell'inevitabile influenza di quell'eredità sulla cultura italiana che, fra le due guerre, era praticamente dominata dalle personalità di Croce e Gentile. Presto si scopre, però, che il vero obiettivo polemico di Capati è costituito dal positivismo e soprattutto dal materialismo storico, che, con la pretesa di raggiungere l'obiettività scientifica in tutte le aree disciplinari, avrebbe promosso la specializzazione degli studi a scapito di ogni istanza metafisica, decretando così la morte della filosofia per il trionfo del dato storico concreto.
Il pregiudizio moralistico di questa interpretazione è palese e non può non ripercuotersi sulla valutazione dei tre studiosi, il cui grado di fedeltà all'idealismo viene misurato in base alla maggiore o minore disponibilità a recepire la lezione marxista. Perciò, se Cantimori viene implicitamente incolpato di aver rinnegato l'attualismo in ossequio alla nuova fede politica e se a Garin si rimprovera un breve cedimento alle tentazioni marxiste, a Contini invece si riconosce il merito di aver raggiunto un giusto equilibrio fra intuito e razionalità, e di essere, insieme a pochi altri (Gennaro Sasso ed Emanuele Severino), postcrociano senza risultare anticrociano. Ci pare curioso che un critico letterario come Contini, solitamente ricordato per aver impresso una nuova svolta - strutturalista secondo alcuni, formalista per altri - agli studi filologici, diventi ora uno dei più fedeli esponenti del crocianesimo.
Maggiori perplessità desta l'analisi del complesso itinerario intellettuale di Cantimori, non solo perché risente del limite di aver trascurato la produzione storiografica posteriore al 1993, che - come si apprende da una nota - sarebbe successiva alla stesura del saggio, ma soprattutto perché l'autore, partendo dalle osservazioni di Michele Ciliberto ("Intellettuali e fascismo: saggio su Delio Cantimori", De Donato, 1977), attribuisce al dissidio fra etica e politica i caratteri di una vera e propria irrequietezza spirituale. A essa vengono ricondotte tutte le scelte dello storico romagnolo, con la conseguenza di negare una delle migliori intuizioni di Giovanni Miccoli - di recente ripresa da Roberto Pertici in "Mazzinianesimo, fascismo, comunismo: l'itinerario politico di Delio Cantimori (1919-1943)", "Storia della storiografia", 1997, n. 31 (cfr. "L'Indice", 1997, n.8) -, il quale, nel richiamo religioso alla politica e nell'attenzione per la componente sociale, propri del mazzinianesimo, scorgeva le ragioni dell'avvicinamento al fascismo e più tardi al marxismo. Capati inoltre fraintende l'interesse per i movimenti di destra tedeschi attivi negli anni venti, interesse che a nostro avviso non nasce da preoccupazioni di natura teoretica, ma esclusivamente ideologica e culturale. Né ci sembra di poter condividere l'accusa mossa a Cantimori di non aver saputo comprendere la natura "irrazionale" del nazionalsocialismo. Negli articoli sulla "Germania giovane", infatti, lo storico ha tracciato una lucida analisi di una "deutsche Bewegung" conservatrice e rivoluzionaria, tradizionale e al tempo stesso nazionalbolscevica, le cui istanze sociali erano state sacrificate alle esigenze della reazione hitleriana del 1934.
Il "nicodemismo" della seconda metà degli anni trenta e il successivo passaggio al comunismo vengono spiegati invece in chiave "psicologica", per cui il primo deriverebbe dalla paura e il secondo dalla volontà di operare una "rimozione" dell'attualismo. In realtà, il marxismo di Cantimori non corrisponde soltanto all'adesione a una nuova ideologia, ma soprattutto a un metodo di ricerca che privilegiava gli aspetti sociali, economici e istituzionali dell'esistenza umana. La necessità, avvertita dallo studioso romagnolo, di dover operare una chiara distinzione fra "teoria" e "prassi" per garantire la completa autonomia della storiografia dalla politica, perde secondo Capati ogni significato di fronte alla presenza di un "materiale rimosso", non razionale, pronto a riaffiorare soprattutto negli scritti autobiografici.
La tensione fra etica e politica che rimarrebbe in Cantimori fino all'ultimo irrisolta, nel caso di Garin viene negata in nome di una concezione filosofica che trova il suo inveramento nella pratica, nell'etica, nella filologia e nella politica. Tuttavia, il desiderio di rintracciare nelle "Cronache di filosofia italiana. 1900-1943" (1955; Laterza, 1997) una spiegazione della "genesi positivistica dell'irrazionalismo in Italia" induce l'autore a sottovalutare uno dei motivi ispiratori fondamentali di quel testo, che, a nostro giudizio, sembra sorretto dal proposito di riscattare il positivismo da eventuali critiche piuttosto che dalla volontà di contestarne la validità dei risultati. Anche questa volta Capati dimostra di rimanere fedele alla tesi espressa agli inizi del suo saggio. Così nel tentativo di difendere la superiorità dell'idealismo contro il materialismo storico, a cui - come si è visto - attribuisce la responsabilità della crisi della cultura italiana, smarrisce la complessità dell'orizzonte politico-culturale in cui i percorsi intellettuali di Cantimori, Contini e Garin avevano avuto modo di compiersi.
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