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Dettagli

1995
1 aprile 1995
208 p.
9788880570035

Valutazioni e recensioni

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Fabrizio Porro
Recensioni: 5/5

Libro da non perdere assolutamente !!! Cosi come "Storia del ghetto di Varsavia" di Israel Gutman , anch'esso pubblicato da Giuntina.

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Enrico
Recensioni: 5/5

Impossibile non versare almeno una lacrima o non restare colpiti e turbati durante la lettura di questo capolavoro. E' assurdo che non sia conosciuto nelle scuole.

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Roberto
Recensioni: 5/5

Vi prego.... dopo tante inutili parole sulla tolleranza ed il rispetto delle diversità, chiunque di voi ne abbia la possibiltà faccia conoscere questo libro a tutte le persone con cui viene in contatto, nelle scuole, nelle biblioteche, negli incontri pubblici. Credetemi, la vita di dopo non sarà più come quella di prima.

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Voce della critica


recensione di Massino, G., L'Indice 1995, n. 6

Presentando un'edizione parziale del 1966 Primo Levi definiva il "Canto del popolo ebraico massacrato" opera senza uguali nella storia della letteratura, di fronte alla quale il lettore non può che arrestarsi turbato e reverente. L'edizione integrale della Giuntina permette ora di cogliere pienamente la grandezza veramente unica di questo testo, rappresentazione grandiosa dell'indicibile ed estremo atto di resistenza della parola umana all'immondo fragore della storia.
Katzenelson nacque nel 1886 in Bielorussia ma trascorse la maggior parte della sua vita a L¢dz, in Polonia. Insegn• per anni in un ginnasio, animato da una profonda vocazione pedagogica, trasmettendo a intere generazioni l'amore vivo per la lingua ebraica. Scrisse in ebraico e in yiddish: drammi; poemi, liriche, che attendono ancora di essere tradotti in italiano. Lo scoppio della guerra impedì a Katzenelson di trasferirsi in Palestina e lo consegn• al tragico destino che travolse la quasi totalità dei rappresentanti della cultura e dell'arte ebraico-orientale. Per sottrarsi alle prime persecuzioni fuggi a Varsavia; qui nell'estate del 1942 assistette alla deportazione della moglie e di due figli e, via via, a tutti i tragici avvenimenti del ghetto fino alla rivolta della primavera del 1943. Sfuggito più volte miracolosamente alle deportazioni Katzenelson riuscì, grazie a un passaporto falso, a essere trasferito nel campo di smistamento francese di Vittel, insieme con il primogenito Zvi. A Vittel scrisse il "Canto" e un diario del ghetto che nascosti in un contenitore di latta e sotterrati sopravvissero alla distruzione della guerra. La speranza di essere scambiati con prigionieri tedeschi tramontò nel maggio del 1944: Yitzhak e Zvi Katzenelson furono deportati ad Auschwitz e immediatamente trucidati. Il manoscritto del "Canto", ritrovato nel 1945, fu pubblicato per la prima volta a Parigi in francese nello stesso anno.
"Dos lid funm oysgehargetn yidishn folk" si articola in quindici canti che ripercorrono con straordinaria forza evocativa, le tappe dell'annientamento dell'ebraismo polacco, dall'invasione nazista al rogo del ghetto di Varsavia. I versi lunghi di Katzenelson precipitano il lettore nel turbine della storia, vento orribile che scompone, annienta, cancella, vanifica la memoria, e che tende a un paradossale punto statico: l'azzeramento, il vuoto, il nulla. Basterebbe il bellissimo settimo canto sul vagare degli ebrei in fuga per la Polonia per evocare, da solo, l'intera 'katastrophé' della 'Shoà', l'inarrestabile discesa verso la fine in cui soltanto "la morte ci accompagna... come un'ombra fedele". Nessun autore probabilmente è riuscito come Katzenelson a rendere commensurabile l'incommensurabilità dell'Olocausto, a descrivere nella sua piena presenza la "folla immensa", la "moltitudine infinita" del ghetto, il groviglio umano dei treni per Treblinka con i morti "che stanno in piedi, non potendo cadere in quella calca"; ma anche l'immane vuoto che a quei trasporti subentra nella Varsavia ebraica "scomparsa sotto i miei occhi... sciolta come fosse neve", il silenzio delle case sventrate del ghetto, degli oggetti che giacciono monchi sui pavimenti.
Lo stesso frastuono della storia si iscrive nei versi di Katzenelson in un più profondo silenzio: nel lamento muto, nei gesti minimi, silenziosi, del popolo ebraico, voce di una "tristezza" che rimane e penetra là dove il "dolore" scompare, interrogando il silenzio dei cieli indifferenti e muti.
Schiacciato dal fragore della storia e dal silenzio dei cieli il canto di Katzenelson si innalza confutando violentemente entrambi in uno yiddish che il poeta ha preferito all'amato ebraico. Una lingua "grezza", come appariva a Primo Levi il lamento del "Canto", che nella sua sintassi talora ripetitiva e convulsa, nel suo lessico elementare e infuocato, costituisce l'espressione immediata e originaria dell'ebraismo orientale. Una lingua di cui il lettore che abbia confidenza anche solo col tedesco può cogliere - grazie alla preziosa traslitterazione - tutto lo spessore: voce naturale di un'afflizione infinita che sfonda l'orizzonte della storia ma anche strumento leggero, capace di fissare il respiro caldo e familiare di quel mondo svanito in immagini di estatica, struggente purezza: si vedano i versi dedicati alle madri e ai bambini ebrei, quelli, tenerissimi, per la moglie scomparsa, o quelli ancora sul lutto dei mercati polacchi in cui "mai più un ebreo porterà la sua allegria, la sua vita, il suo spirito, / mai più le falde di un caffettano svolazzeranno intorno ai sacchi di patate, di farina, di grano, / n‚ una mano ebrea solleverà una gallina, accarezzerà un vitellino". Una lingua che si sostituisce all'ebraico e che non ha più bisogno dell'ebraico perché resa essa stessa sacra dal martirio del popolo; la lingua del 'kaddish' per un universo svanito che parlerà soltanto più "per bocca di Bialik..., dai libri di Sholem Aleychem e di Sholem Asch".

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