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«Senza dimenticare che la demenza è una patologia di cui non si conoscono con precisione le cause, vale la pena di chiedersi se sia anche la manifestazione violenta di un ordine interno a lungo gestito o nascosto attraverso uno sforzo pesante di controllo degli altri e dell'ambiente circostante. Questo sforzo si traduce in un continuo sacrificio di sé. Il candidato di demenza, dopo essersi sacrificato per la sua comunità nel nome della tradizione, delle convinzioni religiose, delle convenzioni, alla fine si rende conto di aver sprecato la sua vita. E giunge a una forma esasperata ed estrema di riconquista della sua condizione di individuo assoluto. Questo è il suo caos ritrovato: il caos originario del suo Io». L'autrice di queste sei storie esemplari - esemplari per la loro cruda profondità, per il ruolo che hanno giocato in quella zona pubblico-privata dove si colloca esistenzialmente la professione di chi si occupa del disagio definitivo degli altri, esemplari infine per illustrare un certo modo di interpretare e di intervenire riguardo la demenza senile - è un assertrice del ruolo salvifico del caos. Non solo la demenza, osservata quotidianamente con l'interesse appassionato del terapista e dello studioso, è una specie di linguaggio del caos, ma essa ci addita in modo sofferto e oscuro la necessità di riappropriarci del nostro caos, di consentirgli il posto sempre più contrastato che reclama sia nelle nostre esistenze che nelle nostre società.