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Dieter Hägermann

Traduttore: G. Albertoni
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2004
Pagine: LXVIII-604 p. , Rilegato
  • EAN: 9788806162733

Un "tipo picnico (...) ciclotimico ipomaniaco". Così si esprimeva ormai molti anni or sono il grande Heinrich Fichtenau nel ritratto di Carlo Magno che inaugura il suo classico studio sull'Impero carolingio. Da quando lessi queste parole, mi riesce molto difficile impedirmi di pensare al sovrano franco come a un grosso ciccione iperattivo con un sorriso troppo ampio. O a qualcosa di altrettanto orribilmente fuori luogo. Questo per dire che essere icastici e sintetici in un terreno infido come quello della biografia - che più è ben fatta e più ha un'influenza di tipo "affettivo" su chi la legge, e magari anche su chi la scrive - può avere effetti collaterali imprevisti.

Ora, la biografia di Carlo Magno scritta da Dieter Hägermann di certo sintetica non è, e questo è per l'appunto uno degli "errori" che le sono stati imputati in Germania, alla sua prima uscita, nel 2000. E neppure il maggiore, visto che il libro è stato oggetto di qualche recensione non proprio positiva e di una addirittura malvagia da parte di Johannes Fried. Motivo dell'autodafé, oltre a una serie di "errate interpretazioni" e di imprecisioni (che in vari casi l'autore ha infatti provveduto a emendare e che pertanto non compaiono più nell'edizione italiana), è che l'opera di Hägermann sarebbe in sostanza inutile perché, tutta incentrata e concentrata sulla figura del re, non lascerebbe spazio a nessun altro personaggio. Né approfondirebbe come si conviene il quadro storico generale e una serie di temi storiografici, letterari e artistici che, grazie all'opera di molti studiosi, fanno ormai parte integrante della gigantesca produzione scientifica dedicata a Carlo. Per certi versi, tutto questo è vero, sebbene decisamente eccessivo. D'altra parte, per certi versi, proprio questo è il pregio maggiore del volume e il connotato che può renderne senz'altro consigliabile e anche soddisfacente la lettura.

In effetti, questa curiosa biografia, che meriterebbe di intitolarsi Einhardi continuatio, sacrifica ben poco sull'altare delle mode storiografiche o delle citazioni esplicite (le sole note a piè di pagina sono quelle del traduttore), anche se poi la bibliografia che la completa appare ampia e aggiornata, per quanto assai avara di contributi italiani. In compenso, il volume rivela un rapporto di tale assoluta confidenza con le fonti medievali da finire per assumerne vistosamente usi, percorsi e intonazioni. Il risultato, ed è questo l'aspetto singolare, non somiglia alla saga o al romanzo, ma si apparenta piuttosto alla letteratura annalistica o alla storiografia di corte. Da un lato, già questo basterebbe a giustificarne un certo fascino e soprattutto la concreta utilità, dato che l'impianto cronologico e l'enorme numero di dati e di particolari raccolti differenziano questa da altre biografie di taglio più tematico, o da studi più monografici e specialistici.

D'altro canto, la ricchezza dell'informazione non rende le pagine di Hägermann il classico libro di consultazione da saccheggiare all'occorrenza, anche senza leggerlo. Al contrario, un'attenta lettura, peraltro agevole, consente di giovarsi dei pregi del testo abituandosi per gradi ai suoi difetti. Come quello della divagazione e della ripetizione. Ogni tanto infatti, va detto, il lettore incontrerà qualche "onda anomala" di informazioni che lo porterà in giro sulle tracce di un missionario, o sulla non richiesta cronistoria di un'abbazia, o sulla reiterata insistenza su un particolare magari poco importante. È un (mal)vezzo molto medievale e tanto vale accettarlo di buona grazia come una caratteristica intrinseca del libro, benché sia difficile apprendere per la quarta volta i benefici delle acque termali di Aquisgrana mantenendosi calmi.

Un altro elemento costante delle pagine di Hägermann è la tendenza agiografica, che è tuttavia talmente vistosa, dichiarata e, a suo modo, adamantina da poter essere disinnescata con facilità anche dal meno malizioso dei lettori, che anzi trovandosi spesso nella condizione di critico o di scettico sarà sollecitato a concepire idee proprie. Così, per esempio, il rapporto di Carlo con papa Adriano I è presentato come un modello di altissima stima reciproca e di idilliaca amicizia. D'altra parte, il "dovere di cronaca" impone a Hägermann di riportare con rigore e completezza fatti e documenti che, sotto il preziosismo dei formulari cancellereschi, raccontano anche una storia di istanze esorbitanti e di funamboliche procrastinazioni, di ricatti e perfino di godibili dispetti, come quando il pontefice chiese di ricevere alcuni dei leggendari cavalli franchi, ottenendo l'invio di due soli animali, uno dei quali morì prima di raggiungere Roma, mentre l'altro fu giudicato poco più che un brocco...

Molto leale, ma poco convincente e anche piuttosto de trop per il tono e le preoccupazioni moralistiche che la muovono (e che certo mai sfiorarono il sovrano franco) risulta invece l'appassionata difesa che lo studioso tedesco ritiene di dover fornire a Carlo sul tema delle guerre contro i sassoni, e soprattutto sull'episodio significativamente noto come il "bagno di sangue di Verden". Qualche imbarazzo ma, di nuovo, una grande completezza di informazione, circonda poi la sfortunata vicenda, interessantissima anche per i suoi singolari corollari giuridici, della tribolata sottomissione del duca Tassilone di Baviera, altra notevole figura che prende forma sul palcoscenico della storia narrata da Hägermann. Un palcoscenico che, con buona pace di Fried, tanto deserto dopotutto non è, e che ospita anche figure assolutamente shakespeariane come quella di Pipino il Gobbo.

Di legge, peraltro, si parla molto, e bene, in questo libro che esamina e scandaglia concili e capitolari nella loro evoluzione cronologica e che, per esempio, può far nascere la voglia di domandarsi fino a che punto la frequentazione di dotti di provenienza italica come Paolino d'Aquileia o Paolo Diacono, o comunque di esperti di cose italiane come Maginario di Saint-Denis, possa aver influenzato la crescente attenzione per la precisione linguistica, che si traduce nel sempre più vistoso rispetto per la parola scritta. Rispetto che si estende all'intelligenza in genere, e che traspare ora dalla cura per l'educazione di figli e figlie, ora dai battibecchi scherzosi con Alcuino, ma soprattutto dalla quantità di personaggi di manifesta competenza scelti e avviati a sicure carriere come collaboratori del sovrano nella complessa costruzione di quella sorta di "unicorno politico", velleitario, virtuale, eppure tanto creativo che fu l'Impero carolingio.

Insomma, questo libro forse non si fa promotore di teorie definitive, e di sicuro non è un insieme di temi svolti su Carlo Magno; il lettore può però trovare tutto il materiale desiderabile per teorizzare da sé, per approfondire, per pensare o ripensare a questo o a quell'aspetto. È un libro che lascia liberi, anche di irritarsi e qualche volta di sorridere. Non è poco davvero. E così quando, dopo aver zoppicato per qualche anno, alla fine il picnico ciclotimico muore e viene sepolto, dispiace perfino un po'.

Stefania Pico è dottorata alla Scuola superiore di ricerca sulle istituzioni e le società medievali di Torino

Recensioni dei clienti

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    albino

    04/03/2005 09.59.15

    Sto leggendo questo ottimo libro consigliabile a chi vuole saperne di più su Carlo magno e il suo periodo, ottimo

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    fabrizio zerbini

    06/12/2004 18.48.17

    ho comprato il libro da poche settimane.Ho iniziato a leggerlo e trovo che sia una ottima lettura.opera scritta da uno storico di grande talento,attento ad ogni particolare,minuzioso nelladescrizione di ogni evento che riguarda la vita di Carlo e della sua epoca.Il taglio della narrazione e molto avvincente e coinvolgente:descrive una epoca che è poco conosciuta se non per la notorietà di Carlo Magno.Lo consiglio a chiunque ami la storia e in particolare l'epoca in cui visse Carlo.Si è rivelata estremamente importante:riguarda infatti la nascita e la formazione dell'Europa

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