Carmilla - Joseph Sheridan Le Fanu - copertina
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Descrizione

Questo racconto dello scrittore irlandese Le Fenu, sicuramente uno dei modelli del "Dracula" di Stoker che uscirà pochi anni dopo, è una delle più inquietanti e struggenti storie di vampiri che sia mai stata scritta e allo stesso tempo una seducente e diabolica storia d'amore tra due donne. La presente edizione è provvista di testo a fronte.
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1999
2 aprile 1999
228 p.
9788831771504

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MGF
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"Carmilla" è un romanzo breve che rappresenta uno degli esempi più fulgidi della letteratura gotica dell'Ottocento, probabilmente oscurato dal suo celeberrimo successore "Dracula" di Bram Stoker. Le Fanu ha dato vita ad una storia che ancora oggi riesce a non cadere mai nel banale o nell'esagerato, puntando su un'atmosfera suggestiva, su un crescendo di rivelazioni sconcertanti e soprattutto su un personaggio affascinante, ammaliante, ambiguo quale quello di Carmilla, vera femme fatale. Si tratta indubbiamente di un capolavoro della letteratura soprannaturale e horror che merita di essere letto, soprattutto dagli amanti del genere!

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L.Vanessa
Recensioni: 5/5

Libro davvero affascinante, mi ha rapita! Interessante la struttura del testo, presente sia in inglese, che in italiano. Consigliato per gli amanti del genere e per coloro che vogliono "addentrarsi" in un libro diverso dal solito Dracula di Stoker.

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Paola
Recensioni: 5/5

Immancabile classico per gli amanti della narrativa gotica.

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Voce della critica


recensioni di Pezzini, F. L'Indice del 1999, n. 09

Avvisano, per il nostro bene, gli esperti dell’occulto che a ogni figlio di Adamo tocca, in vita, il confronto con il doppio, quell’ombra o riflesso in cui si perverte la nostra vita morale; il caso di Goethe che, rientrando nel suo studio di Weimar, s’imbatté – pare – nella propria immagine seduta a fissarlo da dietro la scrivania, è soltanto il più celebre nel ricco deposito di storie che assillarono Joseph Sheridan Le Fanu, ineguagliato cantore di doppi e spettrali persecutori dal confine ultimo tra psiche e oltretomba.

Se indubbiamente Carmilla rappresenta un affascinante gioco letterario, la sciarada in punta di penna d’un autore cosciente della propria abilità, a cavallo tra genuini interessi folklorici e suggestioni esoteriche, la novella non perde una dimensione drammatica; e non solo, come si è accennato, per le connessioni angosciate e magari inconsce con la vita del "Principe invisibile", come Le Fanu veniva chiamato nei suoi ultimi, malinconici anni di volontaria segregazione (provato dai lutti, da un ruolo familiare che avvertiva gravoso – non è forse casuale la sua preferenza per voci narranti femminili –, da incubi terribili come quelli della sua Laura).

In Carmilla, infatti, e nel dramma della protagonista – chiamata a evocare schizofrenicamente, in un mondo intollerabile di censure e senescenza, il riflesso divorante del proprio desiderio – si specchia il dramma delle stesse censure e rimozioni che l’autore non riesce a rifiutare: la solidarietà di Le Fanu con gli anziani cacciatori di mostri accaniti sul corpo della giovane vampira resta troppo evidente, e il paradosso della loro brutalità vampirica rimane racchiuso nello schema ingiudicante della necessità fatale e della tragedia. La stessa prodigiosa, serrata densità simbolica, in Carmilla, di motivi letterari, artistici, scientifici, filosofici del dibattito ottocentesco sulla donna – la donna quale specchio o imitatrice della realtà, attrice per natura, immagine lunare; la donna sonnambula, ninfomane, isterica, spossata (magari per onanismo, mentre al narcisismo femminile si raccordava la sessualità lesbica), malata, morente e stesa nella bara – e insieme di antichi miti allusi o anagrammati (si pensi alla classica divisione demonologica tra incubi, che attenterebbero alla purezza femminile, e succubi, sfiancatrici di maschi: in Carmilla, con uno spiazzamento dei ruoli sessuali, l’aggressione è nel segno del lesbismo), ha il sapore allarmante d’un mondo ossessivo in cui la denuncia del disagio non conduce a una vera liberazione.

Nello specchio oscuro del Perturbante l’autore ravvisa tutta una dimensione di peccato, a partire forse da quello per antonomasia, un antico suicidio: poi accidia, ira e orgoglio (Carmilla infuriata che vanta la ferocia dei suoi antenati), voracità orale e sessuale, e quest’ultima nelle tinte fosche dell’omosessualità tanto deprecata, dell’incesto (tra l’antenata e la discendente; tra la madre defunta di cui Carmilla è proiezione e la figlia-vittima; in fondo, persino tra quest’ultima e il padre-partner che la reclama) e del sadismo associato alle lesbiche da antichi pregiudizi. Peccato e sterilità (a differenza del "vampiro nero" Dracula che diffonde il suo morbo in legioni di "vampire rosse", il bacio nero di Carmilla non sembra produrre filiazioni) che coinvolgono peraltro in profondo, problematico rapporto il mondo vecchio che circonda Laura: e l’impalamento della vampira salva solo in apparenza la giovane vittima. All’ineluttabilità angosciosa del tempo ciclico, anagrammatico delle incarnazioni in continuo ritorno (Mircalla, Millarca, Carmilla…), subentra così, reintegrata nella sua ineluttabilità altrettanto soffocante, quella del ciclo sociale della donna vittoriana.

Ma Carmilla resta un racconto sfuggente, ambiguo. Composto in anni relativamente misteriosi della vita del suo autore, non ne sono troppo chiare neppure le fonti, visto che Le Fanu ambientava usualmente le sue storie di spettri in tutt’altre atmosfere, più legate al folklore angloirlandese e ai racconti della sua infanzia. Persino la scelta della Stiria (regione oggi divisa tra Austria e Slovenia, ma all’epoca dipendente dalla corona absburgica) quale terra di vampiri appare curiosa, visto che i resoconti più celebri di epidemie vampiriche settecentesche non la menzionano. In realtà è probabile che storie di non-morti fossero effettivamente diffuse in una regione, come la Stiria, al confine tra i mondi germanico, ungherese e slavo (e, in passato, anche turco). Legata alla fusione di due pregiudizi geografici – quello tedesco, degli antichi orrori gotici, e quello ungherese – la "Stiria dei vampiri" dei lettori di Le Fanu divenne un topos della geografia fantastica di fine Ottocento: Bram Stoker, immaginando una collocazione ideale per le gesta del suo Conte vampiro, pensò inizialmente alla Stiria, e stiriana è la Contessa Dolingen, vampira del racconto-frammento di Stoker Dracula’s Guest; in Stiria si ambienta poi la novella The Sad Story of a Vampire (1894), del folle aristocratico Eric Stanislaus von Stenbock, dove il non-morto conte ungherese Vardalek seduce omosessualmente e uccide il fratello della narratrice Carmela Wronski. Ungherese – e non valacco, come il voivoda storico – risulterà infine il Dracula di Stoker, che decidendo in ultimo per una collocazione transilvana del romanzo convoglierà verso la "Terra oltre la foresta" l’immaginario collettivo occidentale: e "Transilvania" rimane oggi sinonimo, al cinema come nei fumetti e nel linguaggio corrente, più o meno scherzoso o irriflesso, di "terra di mostri". Ma la "Stiria dei vampiri" non scomparve totalmente dall’atlante del fantastico: rievocata cinematograficamente soprattutto nell’ambito della geografia Hammer (entusiastica evocatrice d’una Mitteleuropa immaginaria e minacciosa ricostruita con minima spesa nella verde campagna britannica), essa riapparirà con connotati di curiosa improbabilità nel mondo dell’esoterismo, e più in particolare degli adepti europei del vampirismo cerimoniale.

La favola tenebrosa di Barbei o Barbara de Cilly, egeria bellissima e lasciva del sinistro Ordine del Dragone, morta avvelenata e riportata a vita vampirica (donde lunghe tribolazioni sui luoghi della sepoltura) dall’amante Sigismondo d’Ungheria grazie al rituale magico di Abramelin, emerge dalle ombre dell’esoterismo più nero attraverso il filtro d’una divulgazione sostanzialmente ambigua – è difficile, ad esempio, stabilire la diffusione del mito e la stessa consistenza numerica degli adepti vampiristi in Europa (la situazione risulta un po’ diversa per gli Stati Uniti, dove la documentazione sulle sette vampiriche è ben altrimenti nutrita e approda fino a Internet). Barbara de Cilly costituirebbe così l’ispiratrice prima (più ancora della Contessa Rossa Báthory o di altre dissanguatrici celebri a cavallo tra storia e leggenda) della Carmilla di Le Fanu e del paradigma stesso della vampira stiriana: ciò che lascia perplessi gli storici mitteleuropei, abituati da sempre a conoscere il nome di Barbara di Cilli (Celje, nella Stiria slovena), seconda moglie dell’imperatore Sigismondo e figura di notevolissimo rilievo nei giochi di potere del tempo. Se poi rimane possibile una qualche conoscenza, da parte di Le Fanu, della "Magia sacra di Abramelin" (le cui tabelle magiche richiamano singolarmente i giochi anagrammatici del nome della vampira), è altresì probabile che l’autore irlandese, documentandosi sullo sfondo stiriano per Carmilla, si fosse imbattuto nel personaggio di Barbara di Cilli: figura affascinante quanto sconosciuta in Italia (dove neppure scarni cenni biografici le vengono riservati), la "Messalina tedesca" di cui Enea Silvio Piccolomini lamentò i lati peggiori fu donna bellissima e colta, già virtualmente rinascimentale, e spregiudicata in politica altrettanto che nella vita sessuale. Come Carmilla, venne da una famiglia ambiziosa, dalle nerissime vicende ancora ricordate nel folklore sloveno (i fasti dei conti di Cilli sono proprio quest’anno, fino a novembre, oggetto d’una mostra allestita al Pokrajinski Muzej di Celje); come Carmilla, ebbe fama di libera pensatrice, protesse gli hussiti e si dilettò di astrologia e alchimia. Non morì avvelenata, né in giovane età: tanto più che sopravvisse di parecchi anni al marito, e fu uccisa dalla peste (1451) nella rocca delle regine boeme di Melnik – senza sapere che la maggiore trasmutazione alchemica concessale dalla storia, in un tempo lontano, l’avrebbe vista regnare nei sogni d’una strana immortalità.



recensioni di Ferreccio, G. L'Indice del 1999, n. 09

Nell’infinità di storie di fantasmi di cui l’Ottocento vittoriano si ciba voracemente, la storia di Carmilla si distingue per il fascino avvolgente del vampiro, per la sottigliezza delle tecniche narrative, per l’ambiguità dell’innocente protagonista, che Henry James potenzierà nella figura della vampiresca istitutrice di Giro di vite. È proprio Henry James a riconoscere il talento di Le Fanu e a ricordare la fortuna di cui godette nell’atmosfera culturale vittoriana menzionando l’autore in un suo racconto: "Sul comodino c’era l’immancabile volume di Le Fanu, lettura ideale in una dimora di campagna dopo la mezzanotte".

Il mito della donna vampiro trova in questo originalissimo racconto una declinazione inusuale che lo ravviva, potenziandone la flessibilità, e lo adatta a rappresentare stati psicologici, ciò che, proprio in quegli anni precedenti la nascita della psicanalisi, la letteratura andava indagando. Nei suoi lavori migliori, Le Fanu è fine psicologo, nel senso che a tale termine attribuivano i primi Romantici, grandi lettori di Swedenborg che, dividendo la mente nei due livelli del conscio e dell’inconscio, vedevano emergere il secondo negli stati anormali del sogno, della pazzia, della visione. È alla schiera dei cultori dell’anima Romantica, e non solo a quella degli inventori di fantasmi, che l’autore di Carmilla appartiene. Rispetto ai Romantici, Le Fanu gode tuttavia del vantaggio di appartenere a una società, quella vittoriana, così ferocemente repressiva da scatenare le più fantasiose trasgressioni, e da camuffarle appena sotto il velo innocente e trasparentissimo del vampiro, del fantasma, della chimica miracolosa.

Gli interessi teosofici per l’occulto e il pensiero magico, coltivati da Le Fanu, gli offrono l’ampio sostrato di cognizioni parascientifiche con cui realizzare, nella forma sottilmente ironica del case-study, l’aspirazione che percorre il secolo, da Coleridge a Hoffmann a Poe, verso la riunificazione di quanto sia il pensiero scientifico sia quello filosofico avevano disgiunto e vanificato: l’ordine delle corrispondenze fra il mondo spirituale e quello materiale, dissolto dall’inarrestabile secolarizzazione. Le Fanu si vendica del libello di Kant contro Swedenborg, mostrando a quali sottigliezze metafisiche può giungere il Geisterseher. Il suo vampiro non si riscuote dal melanconico torpore che lo avvolge seguendo la via di un indifferenziato desiderio biologico, ma elegge a propria vittima chi sia già predisposto a vedere "gli spiriti".

Carmilla raduna in sé i tratti di una lunga tradizione di vampiri letterari, dalla Christabel di Coleridge (1801-1816) a The Vampyre di John William Polidori (1819), e anticipa il Dracula di Bram Stoker (1897); quanto al suo autore, non doveva esserle da meno se nella natìa Dublino era conosciuto, da un certo punto della sua vita in poi, come il "Principe Invisibile". Ma non è questo l’unico elemento che accomuna il creatore alla sua creatura. L’intera vita senza eventi di questo letterato appartenente alla Protestant Ascendency dublinese, definito da alcuni "Irish Poe", sembra infatti essersi svolta, nella fase che vede la sua maggiore creatività, secondo abitudini non dissimili da quelle di un vampiro.

Joseph Sheridan Le Fanu nacque a Dublino nel 1814, dove visse quasi ininterrottamente fino alla morte (1873). Il padre discendeva da un’antica famiglia ugonotta stabilitasi in Irlanda agli inizi del Settecento, dopo aver lasciato la Francia in seguito alla revoca dell’editto di Nantes (1685). La madre era diretta discendente del drammaturgo Richard Brinsley Sheridan, autore della famosa commedia The School for Scandal (1777). Fin da bambino attratto dai racconti di folklore irlandese ascoltati in famiglia, Joseph Sheridan conserva in età adulta tale passione, profondendola nei suoi primi scritti. Folklore e storia irlandese diventano tuttavia per lui qualcosa di più di un semplice materiale artistico. Scrittore precoce, si laurea in legge ma all’avvocatura preferisce il giornalismo, e diventa lui stesso proprietario e direttore di numerosi periodici dublinesi. Fin dalle prime prove letterarie – poemi e ballate irlandesi – conquista una grande popolarità che conserverà sempre e che aumenterà con il suo passaggio al repertorio del racconto fantastico. Autore prolifico di numerosi romanzi – fra i quali grande successo ebbero La casa presso il cimitero (1863), e Zio Silas (1864), tuttora considerati i suoi capolavori –, alternò a questi la produzione di racconti brevi, pubblicati nelle riviste più importanti dell’epoca. Amatissimo dal mondo vittoriano come scrittore di ghost-stories, di quello stesso mondo – dei suoi trasporti e delle sue fobie – divenne un rappresentante partecipe, benché la morte della moglie per una malattia nervosa, nel 1861, segnasse il suo progressivo ritrarsi dalla vita pubblica. Anche la partecipazione politica alla causa dell’indipendenza irlandese si affievolì, col progressivo sgretolarsi della posizione di preminenza dei protestanti nelle vicende storiche del paese. Questi anni difficili, aggravati da una nuova crisi economica, furono però i migliori per la produzione letteraria, cui si dedicò indefessamente, lavorando quasi sempre di notte, bevendo grandi quantità di tè, e uscendo solo col buio.

Dall’antropologia alla letteratura, la moda del vampiro si diffonde, nel diciottesimo secolo, a seguito dell’interesse suscitato da alcuni casi segnalati in varie zone d’Europa. Subito si propone la ricerca sul vampiro come indagine scientifica su fenomeni che la scienza non riesce a spiegare, il che provoca non solo i salaci commenti di Voltaire e di altri scettici osservatori, ma anche gli interventi dell’autorità ecclesiastica e imperiale volti a debellare superstizioni popolari.

Il vampiro letterario nasce tuttavia in una situazione più precisa e foriera di interminabili sviluppi. Il fatto è noto, ma così intriso di destino e ironia da costituire in sé un racconto romantico per eccellenza. Nella migliore atmosfera gotica, alcuni personaggi cercano, in una villa isolata nei dintorni di Ginevra, un passatempo con cui allietare una noiosa serata. I personaggi sono Lord Byron, John William Polidori, segretario di Byron e da lui soprannominato Polly Dolly, Mary Shelley, oltre a P.B. Shelley e la sua sorellastra Claire Clairmont. Da una scommessa su chi fosse riuscito a comporre la storia più terrificante, nacquero in seguito il Frankenstein di Mary Shelley (1818) e The Vampyre di Polidori (1819), il cui protagonista, Lord Ruthven, misterioso ed esangue, riassume in sé i tratti del libertino aristocratico e dell’ebreo errante, inquieto, senza radici, forse modellato su Lord Byron. Gli altri contendenti rinunciano all’impresa.

Prima di loro tuttavia fu Coleridge, se ci limitiamo alla letteratura inglese, a utilizzare la figura del vampiro in versione femminile nella ballata Christabel, ed è senz’altro questa l’opera di cui risente maggiormente la versione di Le Fanu, poiché qui il vampiro si presenta in primo luogo come una declinazione della categoria romantica del doppio. Al Doppio come sosia, ombra, riflesso, ritratto, persona amata, le storie di vampiri aggiungono il motivo dell’interscambiabilità fra vittima e carnefice.

Se il Vampiro di Polidori porta al Dracula di Bram Stoker seguendo il filo che lo collega al libertino settecentesco, seduttore impenitente e immoralista, Christabel conduce a Carmilla per ragioni che non si limitano alla scelta del sesso. Nel primo caso, pur esplicitandosi, a diversi livelli di lettura, il legame che unisce la vittima al suo persecutore, quest’ultimo rimane pur sempre figura isolata e grandiosa nel suo isolamento. Che si consideri Mme de Merteuil o Don Giovanni, non si troverà mai nei relativi antagonisti una figura adeguata alla loro grandezza, contraddistinta da una sfida rivolta a Dio o comunque segnata dai toni del sovrumano o dell’assoluto. Nella ballata di Coleridge, invece, è il carnefice a dipendere dalla vittima, ciò che instaura uno schema di reciprocità che prelude alle varie versioni del doppio interiorizzato. Su tale gioco di distanza e riavvicinamento si organizzano le varie configurazioni del doppio, che toccano i punti di massima esteriorità nel Dracula di Stoker e nel Dr. Jekyll di Stevenson, il massimo di interiorizzazione in Il Sosia di Dostojevskj e in Giro di vite di Henry James. Le Fanu percorre una via mediana nella quale il vampiro è sì proiezione di desideri e paure, ma può esserlo solo in quanto figurazione autonoma, che non si lascia annientare con il ritorno all’ordine. Né l’ordine ripristinato può svelare alcunché separatamente dalle immagini in cui la manifestazione si presenta. I luoghi e le convenzioni della letteratura vampirica – l’ambientazione gotico-tedesca – vengono utilizzati in un sottile equilibrio di resa letterale e forza immaginativa grazie a un’ironia impercettibile che non si riduce mai a parodia. Alla maniera di Poe, e di Coleridge prima di lui, Le Fanu ci ricorda che il terrore non è "germanico", ma dell’anima.

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Joseph Sheridan Le Fanu

1814, Dublino

Laureato in legge, si dedicò poi al giornalismo e alla letteratura. I suoi romanzi, come La casa presso il cimitero (The house by the churchyard, 1863) e Zio Silas (Uncle Silas, 1864), continuano la tradizione romantica del romanzo nero, ma Le Fanu è oggi considerato un maestro del racconto di fantasmi e di vampiri, dove, con pochi abili tocchi, riesce a evocare atmosfere sottilmente erotiche e personaggi carichi di mistero. In particolare sono celebri due lunghi racconti, Tè verde (Green tea) e Carmilla, entrambi pubblicati nel 1872.

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