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Ransom Riggs

Traduttore: I. Katerinov
Editore: Rizzoli
Collana: Rizzoli best
Anno edizione: 2016
Pagine: 383 p. , ill. , Rilegato

4 ° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Narrativa straniera - Fantasy

  • EAN: 9788817090018


Un fantasy oscuro e avvincente. L'indagine di un ragazzo per svelare i segreti della sua famiglia. Il primo capitolo della trilogia di "Miss Peregrine".

«Riggs si muove abilmente tra fantasia e realtà, tra prosa e fotografia, per creare una storia incantevole e, in molti punti, assolutamente terrorizzante.» - Los Angeles Times

Veneravo il nonno. C’erano cose di lui che dovevano essere vere, avevo bisogno che fossero vere. Quand’ero bambino, le sue storie fantastiche mi dicevano che una vita magica era possibile. Anche dopo aver smesso di crederci, percepivo ancora qualcosa di magico in lui. Avere sopportato tutti quegli orrori, avere visto il lato peggiore dell’umanità e ritrovarsi con una vita irriconoscibile, e nonostante questo restare la persona perbene e buona e coraggiosa che conoscevo. Sì, quella era magia. Quindi no, non gli avrei dato del bugiardo, del traditore o del cattivo padre. Perché se lui non era un uomo perbene, forse nessun altro poteva esserlo.

Le storie si nascondono ovunque. In bauli ricoperti di polvere nascosti sotto i letti. Nei sotterranei cupi e umidi di case diroccate e abbandonate da tempo. Nei vecchi artefatti carichi di leggenda conservati nei musei. Nelle fotografie ingiallite custodite in armadi antichi e misteriosi.
Jacob ha sempre amato le storie del nonno. Ha passato l’infanzia ad ascoltare quei racconti popolati da bambini strani e meravigliosi che vivevano su un’isola dipinta come un vero e proprio paradiso. Bambini speciali, perché dotati di poteri che li rendevano diversi dagli altri esseri umani: c’era chi era capace di volare, chi era in grado di sollevare massi pesantissimi con una sola mano, chi sapeva rendersi invisibile e chi ospitava all’interno del proprio corpo un intero sciame di api. E poi c’erano i mostri, le creature feroci e crudeli che avevano costretto il nonno Abraham a fuggire da casa, ad abbandonare i suoi genitori per rifugiarsi su quell’isola paradisiaca.
Ma da quell’isola il nonno se ne era andato. Un giorno, mentre la Seconda guerra mondiale aveva raggiunto l’apice dei suoi orrori, Abraham era partito per l’America, dove si era costruito una sua famiglia e aveva trascorso la sua vecchiaia a raccontare al nipotino Jacob le sue avventure con i bambini speciali.
Ora, però, Jacob è cresciuto. Ha sedici anni, e a sedici anni non si crede più alle favole dei nonni. A sedici anni la razionalità ruba il posto alla meraviglia e all’immaginazione. A sedici anni si cercano spiegazioni: ecco allora che i mostri assumono il volto dei nazisti che hanno sterminato la famiglia ebrea del nonno; l’isola misteriosa diventa l’orfanotrofio dove Abraham è stato accolto e ha trovato rifugio; e le fotografie conservate dal nonno a testimonianza dei poteri dei ragazzi non sono altro che immagini create per dare fondamento alle sue storie.
Tutto cambia quando Jacob riceve una telefonata. È suo nonno, disperato, impaurito. Nelle sue parole, allusioni a mostri che gli danno la caccia e che sono più vicini e pericolosi che mai. Jacob lo ritrova in un bosco, insanguinato e ferito a morte. Chi è stato a ucciderlo? I suoi incubi? Uno dei suoi mostri? Una bestia selvatica?
Ed è proprio in quel momento che qualcosa, nella mente di Jacob, si mette in moto. Le storie si confondono con la realtà, il passato si mescola con il presente, e le ombre iniziano a popolare i sogni. A Jacob non resta che partire verso l’isola dove il nonno aveva trovato rifugio, tra fotografie ingiallite, sotterranei bui e case diroccate, alla ricerca di quella casa magica e dei bambini che la abitavano, e di quel confine sottilissimo che corre tra le storie e la realtà.


Le prime frasi del romanzo

Prologo

Mi ero appena rassegnato a un’esistenza noiosa, quando iniziarono a succedere cose straordinarie. La prima fu davvero traumatica. E come tutto ciò che ti cambia per sempre, spaccò la mia vita in due metà: il Prima e il Dopo. Anche questo, al pari di molti altri eventi incredibili che sarebbero accaduti in seguito, aveva a che fare con mio nonno, Abraham Portman.
Fin da bambino, il nonno era per me la persona più affascinante al mondo. Era cresciuto in un orfanotrofio, aveva combattuto in guerra, aveva attraversato gli oceani in piroscafo e i deserti a cavallo, si era esibito in un circo, sapeva tutto sulle armi da fuoco, l’autodifesa e la sopravvivenza in condizioni estreme. Parlava almeno tre lingue oltre l’inglese. Tutto ciò appariva insondabilmente esotico a un ragazzino mai uscito dalla Florida, e ogni volta che lo vedevo lo scongiuravo di raccontarmi una storia. Lui mi accontentava sempre, dandomi l’illusione che quelle storie fossero segreti riservati esclusivamente a me.
A sei anni decisi: se volevo una vita emozionante anche solo la metà di quella del nonno, dovevo per forza diventare un esploratore. Il nonno mi dava corda. Passavamo pomeriggi chini sulle carte geografiche, pianificando spedizioni immaginarie con lunghe file di puntine da disegno rosse, mentre lui mi narrava delle terre fantastiche che un giorno avrei scoperto.
Quando tornavo a casa, mi aggiravo con un tubo di cartone appoggiato sull’occhio, gridando «Terra!» e «Prepariamoci allo sbarco!» finché mamma e papà mi spedivano a giocare fuori. Temevano, credo, che il nonno mi infettasse con qualche incurabile fantasticheria da cui non mi sarei più ripreso; che quelle illusioni, in qualche modo, potessero vaccinarmi contro ambizioni più pragmatiche. Così, un giorno, mia madre mi fece sedere e mi spiegò che non potevo diventare un esploratore perché al mondo tutto era già stato scoperto. Ero nato nel secolo sbagliato, e mi sentii tradito.
Mi sentii ancor più tradito quando capii che le storie migliori del nonno non potevano essere vere. Quelle più assurde riguardavano la sua infanzia: per esempio, diceva di essere nato in Polonia e che a dodici anni l’avevano spedito in un orfanotrofio su un’isoletta al largo del Galles. Se gli chiedevo per quale ragione avesse dovuto lasciare i genitori, la risposta era sempre la stessa. I mostri, diceva, gli davano la caccia. All’epoca la Polonia sosteneva lui. Con il tempo, inevitabilmente, iniziai a nutrire qualche dubbio.
«Che tipo di uccello?» gli domandai un pomeriggio – avevo sette anni – fissandolo con aria scettica dall’altra parte del tavolino su cui mi stava lasciando vincere a Monopoli.
«Un grande falco che fumava la pipa.»
«Tu mi prendi per scemo, nonno.»
Sfogliò il suo misero mazzetto di banconote arancioni e azzurre. «Non penserei mai questo di te, Yakob.» Sapevo di averlo offeso, perché nella sua voce era riaffiorato l’accento polacco che non era mai riuscito a eliminare del tutto, sicché aveva detto penzerei e qvesto. Mi sentivo in colpa, e decisi di concedergli il beneficio del dubbio.
«E perché i mostri volevano farvi del male?» gli chiesi.
«Va bene, non devi credermi sulla parola» continuò. «Ho le fotografie.» Spinse indietro la sedia da giardino ed entrò in casa, lasciandomi solo sulla veranda. Un attimo dopo tornò con una vecchia scatola da sigari. Mi sporsi a guardare mentre tirava fuori quattro fotografie ingiallite e spiegazzate.
La prima immagine era sfocata: sembrava un abito senza nessuno dentro. Oppure una persona senza testa.
«Ce l’ha sì, la testa.» Il nonno sorrise. «Però non la vedi.»
«Perché no? È invisibile?»
«Ehi, ma che bel cervello abbiamo qui!» Inarcò le sopracciglia, come se l’avessi colpito con le mie abilità deduttive. «Millard, si chiamava, uno strano ragazzino. A volte se ne usciva con un: “Ehi, Abe, so cos’hai fatto oggi”, e ti raccontava per filo e per segno dov’eri stato, cosa avevi mangiato, se ti eri messo le dita nel naso pensando che nessuno ti vedesse. Ti seguiva, silenzioso come un topo, senza vestiti addosso, così non lo vedevi... Ti guardava e basta!» Scosse il capo. «Pensa un po’, eh?»
Mi porse un’altra foto, mi lasciò un momento per esaminarla, poi chiese: «Allora? Cosa vedi?».
«Una bambina?»
«E...?»
«Ha una corona in testa.»
Picchiettò col dito sul bordo inferiore. «Non noti niente qui sotto?»
Guardai meglio. I piedi non toccavano terra. Ma la bambina non stava saltando: pareva galleggiare a mezz’aria. Restai a bocca aperta.
«Vola!»
«Quasi» disse il nonno. «Sta levitando. Non sempre riusciva a controllarsi. Figurati che ogni tanto dovevamo legarla con una fune per evitare che prendesse il largo!»
Non riuscivo a staccare gli occhi da quel viso da bambola. Era inquietante. «È vera?»
«Certo!» sbottò lui, riprendendo la foto e porgendomene un’altra: un ragazzo mingherlino che sollevava un masso. «Victor e sua sorella non erano molto svegli, ma accidenti se erano forti!»
«Dall’aspetto non si direbbe» ribattei io, osservando le braccia smilze del ragazzo.
«Be’, una volta ho sfidato Victor a braccio di ferro e mi ha quasi strappato la mano!»
La foto più strana era l’ultima. Raffigurava la nuca di un uomo con una faccia dipinta sopra.
Continuai a fissarla, mentre il nonno spiegava: «Aveva due bocche, vedi? Una davanti e una dietro. Ecco perché era tanto grasso!».
«Ma è finta! La faccia è solo disegnata.»
«Perché non eravamo come le altre persone. Noi eravamo Speciali.»
«Speciali in che senso?»
«Oh, in tanti sensi. Una bambina sapeva volare. Un ragazzino aveva uno sciame di api nella pancia. E altri due, fratello e sorella, erano in grado di sollevare pesi immani fin sopra la testa.»
Era difficile credere che potesse dire sul serio, d’altra parte il nonno non era tipo da barzellette. Mi lesse in faccia il dubbio e corrugò la fronte.

Recensioni dei clienti

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    gess

    02/11/2016 19.12.04

    libro veramente noioso,per alcuni versi sembra la brutta copia di harry potter! Carina l'idea delle foto e delle pagine con l'effetto "vecchio"...

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    nadia

    23/10/2016 19.19.26

    Abbandonato a pagina 217. Un libro che - foto a parte - non propone niente di nuovo. Mentre lo leggevo, avevo la spiacevole sensazione di stare a sprecare il mio tempo. Meglio passare ad altro.

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