La casa del sonno

Jonathan Coe

Traduttore: D. Scarpa
Editore: Feltrinelli
Collana: I narratori
Edizione: 2
Anno edizione: 1998
Pagine: 312 p.
  • EAN: 9788807015373
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Recensioni dei clienti

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    francesca

    09/04/2014 19:26:15

    È il primo romanzo che leggo per avvicinarmi a Coe, l'ho trovato parecchio simile al suo connazionale Hornby. Comunque un libro che non stanca e non annoia, interessante anche se forse con un finale dei più comuni. Consigliato caldamente.

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    luigi giannotti

    27/02/2014 06:28:53

    forse, uno dei libri piu' belli che ho letto. Coe è bravissimo

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    Roberto

    19/01/2012 14:50:16

    Bellissimo. "La casa del sonno" è uno di quei libri che quando li finisci hai la piacevole sensazione di aver speso bene i tuoi soldi ed il tuo tempo. Io, che sono un lettore superficiale, non ho notato particolari metafore politiche se non qualche esternazione dell'ormai folle Dudden che, unico appunto, mi è sembrata abbastanza fuori posto nel contesto di un'opera che ricorderò come una meravigliosa storia d'amore.

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    irene

    22/07/2008 12:48:15

    ...grande libro...

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    MONICA

    21/02/2008 15:07:30

    E' il secondo libro che ho letto di Coe dopo l'amore non guasta. E' uno dei miei libri preferiti. Bellissimissimo. L'ho regalato due volte: una volta al mio colto amico flautista che non è riuscito a leggerlo e alla persona che ho amato di più in vita mia che non l'ha mai letto secondo me. A me non l'ha mai regalato nessuno ma è bellissimo.

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    Antonio

    09/11/2007 16:28:55

    Un solo aggettivo:fanatastico!!!

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    Simo

    29/10/2006 21:33:57

    Dagli incubi alla speranza di un amore, la realizzazione dell'unico sogno di un bambino, il sonno che si sostituisce alla vita...è un libro bellissimo e non ringrazierò mai abbastanza chi me l'ha regalato.

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    daniela camarda

    23/07/2006 01:06:43

    un vero gioiellino... mi sono imbattuta per caso in questo libro perché sono sempre stata affascinata dalla narcolessia, ed è stata una vera fortuna... E' senz'altro uno dei libri più belli che ho letto negli ultimi tempi. è un mix perfetto di emozioni, sentimenti, humor, grottesco... assolutamente da leggere! la scena dell'equivoco del gatto (chi lo ha letto mi capirà al volo..) è una delle più esilaranti che io abbia mai letto! ora comprerò senza dubbio altri libri di Coe, a risentirci per altre recensioni!

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    zari attilio

    23/06/2006 13:27:53

    c'è tutto in questa meraviglia di libro.ma quello che mi ha tolto il respiro e mi ha dato un emozione irripetibile è l'amore di robert per sarah.certo il capitolo in cui coe raccopnta il giorno alla spiaggia di robert e sarah è un tempio di belezza sublime un bagliore che ti fa strizare gli occhi.io invidio chi ancora non ha letto il libro perchè potrà goderselo completamente.certo io lorileggo ma ne provo un piacere diverso.leggetelo.

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    alessandra

    05/10/2003 14:05:02

    semplicemente meraviglioso!Coe é riuscito a coniugare storie e personaggi differenti con un' unico filo conduttore e a colpire il lettore con un bellissimo finale...BRAVO COE!!!!!

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recensione di Thomson, G., L'Indice 1998, n. 6

Nicolas Chamfort scrisse che il sonno è un palliativo, l'unica cosa che ci dà sollievo nella malattia della vita. Sicuramente i personaggi di "La casa del sonno", il nuovo romanzo di Jonathan Coe (di cui Feltrinelli ha già pubblicato "La famiglia Winshaw" nel 1995, cfr. "L'Indice", 1995, n. 5) non sarebbero d'accordo poiché per tutti loro il sonno è un problema, sia medico che esistenziale.Per Sarah, che scoprirà di soffrire di narcolessia - una malattia in cui il paziente cade in un sonno profondo nei momenti di grande tensione emotiva - i sogni sono talmente vividi, talmente reali, da confondersi con la realtà con conseguenze talvolta disastrose.Il critico cinematografico Terry, invece, da studente viveva letteralmente per dormire, mentre finirà poi per soffrire di insonnia. E Robert assomiglia a un personaggio di Borges, destinato a vivere nei sogni degli altri. A completare questo quartetto troviamo Gregory Dudden, scienziato maniacale e direttore di una clinica privata specializzata nei disturbi del sonno, il cui più grande sogno è quello di eliminare il bisogno di dormire.
Le storie di questi personaggi si intrecciano in un romanzo straordinario in cui il sonno diventa una metafora polivalente. Innanzitutto, sul piano politico, si riferisce all'Inghilterra degli anni novanta che, dopo aver attraversato il periodo thatcheriano, un incubo per molti, si ritrova in quello spazio indeterminato che separa il sonno della veglia, ancora incerta se svegliarsi o continuare a dormire. Poi, sul piano esistenziale, il sonno è anche il museo del tempo perduto ed è proprio il tempo, vissuto dai personaggi e dal lettore in modo onirico, talvolta quasi delirante, a formare l'altro asse intorno a cui ruota il libro.
L'azione del romanzo oscilla tra i primi anni ottanta, quando Sarah, Terry e Robert si incontrano nel collegio universitario di Ashdown, e l'estate del 1996 in cui Ashdown è stata trasformata in clinica e gli studenti, ormai molto cambiati, si sono persi di vista. Terry, che ora lavora come critico per un quotidiano tessendo le lodi di orrendi polpettoni, si trova di nuovo nella vecchia Ashdown, questa volta per cercare di curare la sua insonnia. Ma per lui Dudden ha altri progetti: lo vede infatti come potenziale alleato nel suo disperato tentativo di ridurre il bisogno di dormire, aumentando così "del trentatré per cento la speranza di vita di ogni singolo uomo, donna e infante di questo pianeta di merda". Ma dietro la facciata ironicamente gotica di questa casa i fantasmi del passato iniziano a prendere corpo a uno a uno e i misteri vengono svelati. Leggiamo infatti della disastrosa relazione amorosa tra Sarah e Gregory, della sinistra abitudine che aveva Gregory di osservare la compagna mentre dorme, di premere le dita sulle sue palpebre quando raggiunge la fase Rem. Scopriamo che Sarah cambierà identità sessuale dopo l'incontro con Veronica, una femminista studentessa di teatro la cui vita finirà in un abisso tragicomico. Assistiamo all'amore non corrisposto di Robert per Sarah, alla loro amicizia che resiste nonostante problemi e incomprensioni, all'improvvisa scomparsa di Robert dopo aver saputo di non essere amato. Seguiamo Terry nella sua ossessione per un capolavoro del cinema neorealista andato perduto, di cui troverà solamente una fotografia di scena. Sono tutti momenti cruciali delle vite dei personaggi, che ci vengono rivelate in un miscuglio di frammenti collegati tra loro splendidamente. Sono immagini di sogno, vivide e ammalianti, il cui significato ultimo rimane inafferrabile.
Coe è bravissimo nel mantenere un delicato equilibrio tra i diversi fili della narrazione in modo da far sì che essi si illuminino a vicenda. Spesso troviamo eventi che all'apparenza sembrano insignificanti ma che, con il dipanarsi della narrazione, scatenano una serie di reazioni a catena che hanno un profondo effetto sulla vita dei personaggi. Ci troviamo in un mondo dominato da periodi ipotetici del terzo tipo, in un sottile intrecciarsi di caso e destino.
Questo mescolamento degli strati del tempo e dei punti di vista crea un movimento che per certi aspetti ricorda quello dei film di Alain Resnais, in particolare "Mon oncle d'Amerique "o "L'amour à mort", un movimento che rivela la dimensione puramente virtuale del desiderio, dell'identità, della memoria e del tempo stesso.Ci chiediamo allora se la predilezione di Terry per i film incompiuti, mai visti o introvabili non sia semplicemente una forma di lutto per i sogni meravigliosi che fa ma che non riesce a ricordare, sogni che sembrano offrirgli la "visione di un mondo migliore, ma destinato a oscillare per sempre fuori della sua portata". Tuttavia il cinema, e il neorealismo in particolare, ci insegna che il nostro credere in questo mondo dipende dal fatto che esso resta una pura visione, immersa in un tempo che è passato ma al tempo stesso deve ancora venire.
Questo eterno ritorno del virtuale, gli elementi di un evento che per così dire sfuggono alla storia, che durante il loro momento storico rimangono addormentati per poi risvegliarsi in un altro istante, o forse mai, è come un ritornello che riecheggia attraverso tutto il testo. In un passo cruciale del romanzo, Robert e Sarah portano Ruby Sharp, la figlia degli ex-proprietari di Ashdown, al mare, sulla spiaggia davanti alla casa. Ed è qui che, durante un pomeriggio quasi idilliaco, Robert ha la sua epifania - "Nel guardarla Robert seppe, seppe con certezza assoluta ed entusiasmante, che nella sua vita aveva avuto luogo un cambiamento terribile; era avvenuto mesi prima, nella sua stanza, il giorno che lei era entrata con i capelli bagnati e l'intenzione di consolarlo; ma soltanto oggi il suo significato autentico e la sua portata diventavano chiari: ora, in questo singolo istante protratto, capiva che non c'era nessuna cosa al mondo che non avrebbe fatto per questa donna...'.
Ma ogni istante futuro che fa realizzare il passato inevitabilmente contiene un nuovo elemento addormentato, che non si concretizza, in attesa di compimento. "Un'altra vita occorrerà che passi per rivelarti lei" scrive Robert componendo una poesia che poi metterà come una bomba a orologeria tra le pagine di un romanzo, anche questo intitolato "La casa del sonno", che scoppierà nella vita di Sarah tredici anni dopo. Un "Sonniloquio" composto di frammenti, di schegge di memoria, onirico come l'ultimo romanzo di Jonathan Coe.


recensione di Maglioni, S., L'Indice 1998, n. 6

"Ho due incubi ricorrenti. Innanzitutto quello di essere a scuola, di dover sostenere un esame e di non aver ripassato nulla.E poi di trovarmi in un teatro, sul palcoscenico: si alza il sipario e mi accorgo di essere completamente nudo davanti agli spettatori. Questa sera ho l'impressione che entrambi i sogni si stiano avverando". Così si racconta Jonathan Coe presentando in un incontro "La casa del sonno". Ed è proprio del sonno che ci parla, descrivendo la struttura particolare del suo romanzo, caratterizzata da continui spostamenti temporali: "Ho utilizzato l'idea del sonno per dare un senso di disorientamento. Volevo che il lettore si sentisse spaesato, non proprio perso, ma che provasse un senso di disagio, che non sapesse esattamente dove collocare gli eventi o quale fosse l'identità dei personaggi. Il senso di disorientamento che si prova nella fase tra il sonno e la veglia è la condizione in cui vivono molti dei miei personaggi. Si trovano anche in uno stato di confusione emotiva e non hanno ancora scoperto qual è il loro posto nella vita, non hanno ancora trovato la loro strada.Il sonno è una metafora di questa condizione".
A questo punto Jonathan Coe racconta la genesi della sua idea e parla di come sia arrivato a esplorare il terreno dei disturbi del sonno: "Ho scelto la sindrome della narcolessia innanzitutto per una esigenza testuale, per risolvere dei problemi che avevo nell'elaborare la trama del libro. Volevo che uno dei personaggi, Sarah, soffrisse di una malattia che le impedisse di distinguere i sogni dall'esperienza reale. Poi ho scoperto che, per i narcolettici, i ricordi dei sogni sono così vividi da sovrapporsi a quelli di veglia. Inoltre possono cadere in un sonno profondo improvvisamente, durante il giorno, solitamente dopo momenti di forte intensità emotiva. Secondo me per un autore conta anche molto la fortuna: io ho avuto la fortuna di conoscere al momento giusto una dottoressa specializzata in narcolessia che mi ha aiutato nelle mie ricerche".
Ma nel libro di Coe il sonno, oltre a essere uno strumento strutturale e letterario, ha una profonda valenza politica. I capitoli del romanzo sono ambientati, in alternanza, nei primi anni ottanta e nell'estate del 1996.Parlare della Thatcher è allora inevitabile: "Ashdown, la casa in cui si svolge il racconto - prima dormitorio per studenti e poi clinica dove si curano i disturbi del sonno -, è chiaramente una metafora della situazione politica dell'Inghilterra (...) All'inizio del libro è un edificio diroccato, fatiscente, una sorta di rappresentazione della Gran Bretagna degli anni settanta. Ma spostandosi avanti nel tempo, dopo tredici anni di thatcherismo, si può vedere la sua trasformazione. Le hanno fatto, per così dire, una plastica facciale, è stata rimessa a nuovo, perlomeno superficialmente. Ha una parvenza di efficienza ed è gestita da un tiranno che dice di aver bisogno di sole tre o quattro ore di sonno per notte. Coe commenta con amarezza anche il presente, nella sua continuità politica e culturale con il passato: il cambiamento tanto sperato non è mai realmente avvenuto.


"Enorme, grigia e imponente, Ashdown sorgeva su un promontorio, a una ventina di metri dalla viva parete della scogliera, ed era lì da più di un secolo. Per tutto il giorno i gabbiani ruotavano intorno alle sue guglie e torricelle con strida rauche e luttuose."

Il titolo è quello di un libro, non importante, non fondamentale nell'andamento della storia, che leggono alcuni dei protagonisti e che ricompare in varie situazioni e in vari momenti della narrazione. È un pretesto, ma anche l'emblema del romanzo, racchiuso in una frase, in pochissime parole. In una casa, ora sede di una clinica di ricerche sui disturbi del sonno, sono vissuti tempo addietro alcuni studenti, quando l'edificio era adibito a dimora universitaria. In un collage composto da flash-back e brani di narrazione contemporanea, l'autore ripropone questi studenti, con le loro difficoltà di relazione, di scambi interpersonali, di autodefinizione.

Un difficile rapporto con il sonno caratterizza molti personaggi della storia ed è il fil rouge di tutta la narrazione. C'è chi (Terry) soffre di insonnia assoluta, totale (ma senza patirne particolarmente...) e si affida alle cure del dottor Gregory Dudden, primario della clinica, spinto più dalla curiosità professionale di giornalista e critico cinematografico che dalla reale volontà di guarigione, oppure chi cade in crisi di narcolessia (Sarah) e non riesce più a stabilire quale parte dei suoi ricordi siano la realtà e quali il sogno; e c'è chi (la piccola Ruby) parla dormendo... Ma un altro possibile tema conduttore è l'omosessualità femminile, non drammatizzata come elemento di vera rottura, ma descritta con leggerezza e semplicità.

Curioso notare come il romanzo sia scritto in modo tale da indurre ogni lettore a cogliere aspetti differenti della storia e alcuni personaggi più di altri, ognuno i propri. Se, per citare esempi illustri, Masolino d'Amico nella recensione di Tuttolibri focalizza particolarmente Gregory Dudden "scienziato pazzo e crudele", Sarah "studentessa incerta sulla propria sessualità" e Terry "creazione notevole", Tommaso Giartosio nel suo articolo per Il Manifesto, sottolinea invece la presenza di Veronica che "tradisce la sua passione per il teatro entrando in una azienda" e Robert, innamorati entrambi di Sarah.

Varie chiavi di lettura, dunque, per l'opera di Coe e vari livelli di narrazione.

Attraverso l'evoluzione delle vite di questi protagonisti, intrecciate con quelle di numerossissimi altri, Coe traccia un affresco degli anni Ottanta e di quello che hanno portato con sé nei gusti, nelle scelte, nella cultura, particolarmente, com'è ovvio, in quella inglese.

Autore della cosiddetta "generazione Blair", lo scrittore si inserisce in un nuovo filone letterario "vincente" di stampo anglosassone, legato ai problemi delle ultime generazioni, alle aspettative per il futuro, alla fuga dalla realtà, anche, perché no, attraverso il sogno.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del romanzo:

VEGLIA
1.

Era l'ultima lite, almeno questo era chiaro. Ma benché l'avesse presentita da giorni e forse da settimane, nulla poteva placare l'ondata di rabbia e risentimento che gli stava montando dentro. Era lei dalla parte del torto, e s'era rifiutata di ammetterlo. Ogni argomento che lui aveva provato a opporre, ogni suo tentativo di mostrarsi conciliante e ragionevole gli era stato distorto, contorto e ribaltato contro. Come s'era permessa di tirare in ballo la serata - del tutto innocente - che lui aveva passato con Jennifer alla Mezzaluna? Come s'era permessa di definire "penoso" il suo regalo e di sostenere che aveva un'aria "sfuggente" quando glielo aveva dato? E come s'era permessa di tirare in ballo sua madre - sua madre, proprio così - accusandolo di andarla a trovare troppo spesso? E con l'aria poi di trarne conclusioni sulla sua maturità; peggio, sulla sua mascolinità...
Aveva lo sguardo fisso nel vuoto, ignaro dei passanti e di tutto quanto lo circondava.
"Troia, " pensò tra sé e sé quando le frasi di lei gli tornarono alla mente. Poi ad alta voce, fuori dai denti stretti, lo gridò: "TROIA!".
E si sentì un po' meglio.

*

Enorme, grigia e imponente, Ashdown sorgeva su un promontorio, a una ventina di metri dalla viva parete della scogliera, ed era lì da più di un secolo. Per tutto il giorno i gabbiani ruotavano intorno alle sue guglie e torricelle con strida rauche e luttuose. Per tutto il giorno e per tutta la notte le onde si scagliavano forsennate contro la barriera di roccia, diffondendo un ruggito senza fine, come di traffico intenso, per le camere glaciali e i corridoi intricati ed echeggianti della vecchia casa. Anche le parti più vuote di Ashdown (e attualmente era vuota in gran parte) non erano mai silenziose. Le camere più abitabili erano assiepate tra il primo e il secondo piano, a picco sul mare, inondate durante il giorno da una gelida luce solare. Al pianterreno la cucina dal soffitto basso, lunga e a forma di L, aveva soltanto tre piccole finestre ed era avvolta in un'ombra perenne. La spoglia bellezza di Ashdown sfidava gli elementi e mascherava il suo essere sostanzialmente inadatta all'insediamento umano. I più vecchi e i più prossimi tra i vicini ricordavano ancora, quasi con incredulità, che un tempo era stata una residenza privata, la dimora di una famiglia di otto o nove membri appena. Ma vent'anni prima l'aveva acquistata la nuova università, e ora ospitava un paio di dozzine di studenti: una popolazione mobile e cangiante come l'oceano disteso ai suoi piedi e proteso nell'orizzonte, di un verde malsano e agitato da pena infinita.

*

Forse i quattro sconosciuti al suo tavolo le avevano chiesto il permesso di sedersi accanto a lei, o forse no. Sarah non ricordava. Le pareva che ora stesse nascendo una discussione, ma non sentiva cosa dicevano, anche se percepiva l'alzarsi e l'abbassarsi delle voci in un risentito contrappunto. Ciò che ascoltava e vedeva all'interno della sua testa era ben più reale, al momento. Un'unica parola velenosa. Occhi lampeggianti d'odio indefinito. La sensazione che non le avesse parlato ma sputato addosso. Un incontro durato quanto? due secondi? meno? ma che da più di mezz'ora, involontariamente, la sua memoria continuava a rivivere. Quegli occhi. Quella parola. Non c'era modo di sbarazzarsene, almeno per un po'. Anche ora, mentre il tono delle voci intorno saliva e diventava sempre più animato, una nuova ondata di panico si gonfiava in lei. Colta improvvisamente dalla nausea, chiuse gli occhi.
L'avrebbe assalita, si chiese, se High Street non fosse stata così affollata? L'avrebbe tirata in un portone, stracciando i vestiti?
Sollevò la tazza del caffè, la tenne un po' discosta dalle labbra e ci guardò dentro. Guardò fissa la superficie oleosa percorsa da un vibratile luccicore. Strinse più saldamente la tazza. Il liquido tornò calmo. Le mani non tremavano più. Era passata.