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Patricia Highsmith

Traduttore: E. Turchetti
Collana: Il castello
Edizione: 2
Anno edizione: 1989
Pagine: 256 p.
  • EAN: 9788838905544

recensione di Canova, G., L'Indice 1989, n. 8

All'inizio de "La preda del gatto", il racconto d'apertura dell'ultimo libro di Patricia Highsmith pubblicato in Italia, alcuni personaggi stanno giocando a scarabeo in una tipica villa della campagna inglese. Nell'attesa dell'ora del tè , ingannano il tempo facendo acrobazie con le parole: cioè producendo parole a incastro, o tramando con le suggestioni enigmistico-alfabetiche della scrittura. D'improvviso, il gatto di casa fa irruzione nel salotto trascinandosi dietro una "cosa biancastra e lunga all'incirca quindici centimetri". All'inizio nessuno dei giocatori ci fa caso. Qualcuno sbircia l'animale con sguardo distratto e frettoloso, pensando si tratti di una zampa d'oca, o di una carota di forma strana. Tutti comunque continuano a giocare come se nulla fosse, finché la padrona di casa non si accorge con orrore che "la preda del gatto" è in realtà ciò che resta di una mano umana. Il disagio provocato dalla macabra scoperta viene immediatamente esorcizzato col ricorso alle astuzie più consolidate del 'fair play' britannico: la discrezione, il silenzio, il rito sacro del tè . I compunti e compassati giocatori scoprono ben presto che quella mano è l'indizio allarmante di un delitto commesso a poca distanza da casa loro, ma si guardano bene dal denunciare il caso alla polizia. E anche quando il colpevole confessa apertamente l'omicidio, decidono di mettere tutto a tacere, con una scelta di omertà che si configura come una forma perversa di complicità di classe con l'assassino. Tutto deve continuare ad andare per il meglio nel migliore dei modi possibili. Senza rimorsi n‚ sensi di colpa.
Nella sua limpida e spietata sobrietà, "La preda del gatto" si offre non solo come efficace chiave di lettura per tutti gli altri testi raccolti nel volume, ma anche come possibile paradigma di tutta la narrativa di Patricia Highsmith: uno spunto iniziale inverosimile o fantastico viene sviluppato con stretta aderenza a canoni descrittivi realistici. E i personaggi, proiettati bruscamente in una situazione improbabile, agiscono con assoluta coerenza logica e psicologica, fino alle estreme conseguenze. Il tono è sommesso e l'atmosfera blandamente allucinata, ma l'epilogo è atroce. E tale da precipitare nell'ambiguità ogni tentativo di separare nettamente il bene dal male.
Il mondo romanzesco di Patricia Highsmith nasce quasi sempre da suggestioni di questo tipo: studia la colpa e il venir meno del senso di colpa, con una scrittura fitta e serrata che rispetta tutti i canoni della narrazione 'a suspense', ma ponendosi sempre leggermente al di fuori dell'ortodossia del genere giallo. Alla Highsmith non interessa la soluzione 'enigmistica' del mistero poliziesco, tanto cara alle 'detective stories' tradizionali. Le interessa piuttosto studiare la personalità del colpevole, indagandolo soprattutto per quello che è e non per quello che fa. Ciò non significa, beninteso, che la Highsmith propenda per una narrativa di indole psicologico-introspettiva: la sua è e resta soprattutto una scrittura di intreccio e di intrigo, stimolata dall'idea di riuscire a sviluppare una trama logica e consequenziale a partire da premesse il più possibile illogiche e improbabili.
Per questo, si diceva, "La preda del gatto" è un racconto paradigmatico: perché tutta la narrativa della Highsmith può essere letta come una lunga e geniale partita di scarabeo attorno ai temi del delitto, della morte e della colpa. O come un freddo e raziocinante esercizio combinatorio attorno alla contraddittorietà e banalità del vivere. Spesso alcuni dettagli inquietanti rimbalzano ossessivamente dalle pagine di un racconto a quelle di un altro, come in un gioco di incastri e di innesti: la mano mozzata de "La preda del gatto", ad esempio, sembra provenire direttamente dal racconto "La mano", che apre con un provocatorio paradosso i "Piccoli racconti di misoginia" (La tartaruga nera, 1984): "Un giovane chiese a un padre la mano della figlia, e la ricevette in una scatola - la mano sinistra". Altre volte sono invece certe presenze recursive e ricorrenti (gli animali, l'omosessualità latente nelle coppie maschili, o certe figure femminili schizzate con impietoso cinismo nella loro miseranda ipocrisia) a strutturare il reticolo delle concordanze combinatorie. Ma ad unificare coerentemente il mondo romanzesco della Highsmith è poi, soprattutto, l'irresistibile fascino del delitto. Ha scritto giustamente Julian Symons: "Senza occuparsi direttamente di politica, la Highsmith suggerisce implicitamente che in una società dove la maggior parte delle persone è imprigionata nei meccanismi di organizzazioni, gruppi sociali o familiari, i criminali sono potenzialmente liberi. I suoi eroi sono quindi spesso dei criminali, eroici nel senso che sono i personaggi più attrattivi del romanzo". Così è ad esempio per Guy Haines, protagonista del romanzo d'esordio della scrittrice ("Sconosciuti in treno", 1950). Ma in maniera analoga è costruito anche il conturbante Tom Ripley, collezionista d'arte e assassino, protagonista di una quadrilogia che ha reso la Ilighsmith celebre in tutto il mondo. Nelle storie di Ripley non esiste possibilità di salvezza. Esistono solo il delitto, il crimine, il male assoluto. Ripley è un personaggio tragico proprio in questa sua totale, inscalfibile amoralità. La sua malattia non è il rimorso. È, piuttosto, la sua divorante attrazione per il 'male'. Che alla fine trionfa, sempre.
Anche i personaggi dei racconti de "La casa nera" sono potenzialmente dei criminali: individui comuni e 'normali' che arrivano a compiere un delitto quasi senza rendersene conto, senza riuscite a crederci del tutto, senza provare in fondo - e sorprendentemente - il minimo rimorso. In "Non era uno di noi", ad esempio, alcuni amici dei salotti intellettuali di Manhattan spingono al suicidio un loro conoscente, dopo averlo distrutto psicologicamente e moralmente, solo perché lo ritengono "melenso e sgradevole": e al funerale sanno di essere degli assassini, ma non hanno il coraggio di dirselo, n‚ di riconoscere apertamente la loro colpa. Analogamente in "Anziani in casa" i due coniugi Herbert e Lois - lui analista, lei studiosa di storia -prima adottano una coppia di vecchi per esorcizzare la 'colpa' connessa alla mancanza di figli, poi si liberano del loro vittimismo invadente e capriccioso facendoli bruciare vivi in un provvidenziale incendio che lasciano divampare senza chiamare i pompieri. "Potevano telefonare loro ai vigili del fuoco, non ti pare?", dice Herbert alla moglie. E rimuove in tal modo, con le astuzie della parola e della ragione, le insidie del senso di colpa.
Storie di rimozioni e di ordinarie follie, di delitti senza castighi, di strazianti debolezze e di ciniche malvagità, i racconti de "La casa nera" affastellano sulla pagina un'umanità dolente e malata che pratica il delitto con incosciente 'souplesse', quasi agita da un doppio perverso, o da un sosia misconosciuto. Spesso al centro dell'intrigo (e all'origine del male) ci sono incomprensioni generazionali ("Disprezzo per la tua vita", "Sotto gli occhi di un angelo nero"), rivalità coniugali ("Accadde a Roma"), pregiudizi sociali ("La casa nera"). Ma più spesso ancora è il destino a precipitare i personaggi nell'errore fatale che li porta alla sconfitta e alla perdizione.
Lontana dalla lapidaria concisione dei "Piccoli racconti di misoginia" ("Più che racconti sono fucilate", ha scritto Lia Volpatti) o dall'agghiacciante ferocia dei "Delitti bestiali" (Sonzogno 1975), la Highsmith de "La casa nera" incastra i suoi incubi quotidiani attorno a una sorta di poetica dei gesti sbagliati: prende un personaggio, lo mette in una situazione ambigua e dimostra come sia per lui inevitabile commettere l'errore che lo perderà. E che perderà, con lui, anche il mondo che lo circonda.
Qualcuno ha scritto che dopo aver letto Patricia Highsmith si ha voglia di uccidere. Se è vera, provocatoriamente e paradossalmente, per i romanzi, l'affermazione risulta probabilmente eccessiva e fuorviante per i racconti. Alla fine de "La casa nera" si ha soprattutto la sensazione di aver assistito a una tragedia interpretata da altri, ma che in qualche modo, imponderabilmente, riguarda anche noi. E di aver sfiorato, fra echi di Fitzgerald e incubi alla Tennessee Williams, un impasto di ansie e di angosce, di perversioni e di rimozioni, di cui anche noi sappiamo, segretamente, di essere (o di esser stati) capaci. Senza rimorsi, senza vergogne.