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Jean-Pierre Baud

Curatore: C. M. Mazzoni
Traduttore: L. Colombo
Editore: Giuffrè
Collana: Derive
Anno edizione: 2003
Pagine: XX-254 p.
  • EAN: 9788814099182

L'affaire de la main volée di Jean-Pierre Baud, storico del diritto e antropologo all'Università di Parigi X, potrebbe essere il titolo di un thriller poliziesco e si continua a crederlo anche dopo aver letto il primo capitolo. Un terribile incidente rende un uomo mutilato della sua mano. Nessuno nel caos generale si accorge che un vicino di casa giunto sul luogo dell'infortunio sottrae la mano tagliata e la getta via: una vendetta personale, un antico odio. Non è importante il motivo che spinge l'uomo a un simile atto, ma le questioni sollevate dall'episodio tratto dalla fantasia dell'autore ci trasportano in un luogo dove tentare di dare delle risposte a quelle che apparentemente sembrano semplici domande diventa davvero complicato. Che cos'è una mano tagliata? Un piccolo cadavere? Una "cosa" ancora vivente? Una cosa?

Nel racconto di Baud la mano tagliata viene sottratta, rubata; una mano staccata dal corpo muore nel momento in cui non è più possibile reimpiantarla. Il vicino fa in modo che l'uomo mutilato resti tale perché butta via la sua mano, non ci sono possibilità di reimpianto.

Dal secondo capitolo il libro perde velocemente la fisionomia del thriller e diventa un saggio sulla questione giuridica del corpo. Baud ricorda il postulato della tradizione giustinianea che divide la realtà tra persone e cose. L'essere umano è escluso dalla categoria delle cose anche nel suo corpo. Nella sua globalità il corpo umano si identifica con la persona. Ma allora, un elemento corporeo staccato dal corpo è necessariamente una cosa? Dalle pagine dell'autore si desume di sì. Sembra che nel momento in cui un uomo perde una mano questa diventi res nullius e chiunque se ne possa appropriare. Nel racconto di Baud la vittima è svenuta al momento dell'incidente; il nemico che si appropria della sua mano non può essere accusato di furto, ma diventa il proprietario di un bene senza padrone. Nella logica della diritto positivo lo pseudo-ladro può essere assolto.

Appartiene allo statuto del corpo una mano tagliata? Il caso della mano rubata ci obbliga a un approfondimento, a una chiarificazione sullo statuto ontologico e giuridico del corpo umano.

Jean-Pierre Baud ci ricorda come l'invenzione del concetto di persona nel suo significato giuridico e nell'uso che ne fanno i giuristi (al contrario dei filosofi) sia un artefatto che rappresenta l'uomo e abbia l'effetto di censurare il corpo umano. Questo sistema dottrinale ha funzionato perfettamente fino alla metà del XX secolo. Fino ad allora nel ragionamento dei giuristi l'astrazione della persona aveva preso il posto della materialità del corpo, il quale beneficiava della protezione che il diritto accordava alla persona. Alla fine degli anni quaranta si scoprì improvvisamente che si poteva mantenere in vita qualcosa di umano anche al di fuori del corpo e che si poteva sia re-immeterlo nel corpo cui apparteneva, sia introdurlo in quello di qualcun altro. Si trattava del sangue: al tempo furono messi a punto processi efficaci per la sua conservazione. Baud paragona questi avvenimenti alla prima scossa di un lungo terremoto. Le nuove scoperte delle biotecnologie di questi ultimi decenni vanno a mettere in discussione la distinzione tradizionale che ha funzionato da Giustiniano a oggi tra cose e persone.

La dottrina del diritto civile rifiuta di ammettere la "realtà" del corpo, poiché rifiuta il fatto che quest'ultimo si possa considerare una merce. Questa volta Baud si serve di un racconto che non è fittizio, al contrario è accaduto realmente e si avvicina in modo allarmante al caso della mano rubata. È il famoso caso di John Moore: i medici si accorgono che la leucemia ha generato nel corpo del malato delle cellule uniche al mondo. Essi sanno che possono prelevarle, conservarle, moltiplicarle e vendere molto cari i prodotti farmaceutici da esse derivati. Lo fanno per sette anni senza dire niente al signor Moore, fino a quando questi lo scoprirà e inizierà un procedimento per rivendicare la proprietà delle proprie cellule. La corte d'appello della California gli darà ragione, fondandosi sul principio secondo il quale un individuo ha un vero e proprio diritto di proprietà sui tessuti del suo corpo. Baud mette in evidenza la semplicità e l'efficacia dell'argomento del giudice californiano in contrapposizione al nostro sistema dottrinale continentale. Secondo l'autore è necessario che i giuristi riconoscano in primo luogo che il corpo è una cosa, e poi affermino che è una cosa fuori commercio o a commercializzazione limitata.

Con questi argomenti Baud ci rende consapevoli del fatto che l'irruzione del corpo sulla scena giuridica sottopone alla prova e al dubbio ciò che da due millenni fonda il diritto civile.

I capitoli che compongono la parte centrale dell'opera riguardano la storia del diritto civile sul corpo. È proprio il diritto civile, come tiene a sottolineare Baud, che vive uno dei momenti più importanti della sua storia, poiché la distinzione tra persone e cose si confronta violentemente con l'esplosione delle biotecnologie. Il giurista dovrà accettare questa sfida, ossia imporsi nella gestione del corpo, materia che una volta era affidata alla medicina e all'autorità religiosa, sotto il controllo dell'amministrazione pubblica.

Secondo Baud, la fine del XX secolo resterà nella storia del diritto come l'epoca in cui la riflessione giuridica ha dovuto riscoprire il corpo, mentre il sistema in cui si muoveva era stato costruito perché non se ne parlasse, perché non si dovesse pronunciare sulla sua natura giuridica e perché il giurista, abbandonando la sua sacralità al prete e la sua trivialità al medico, potesse ricostruire un'umanità popolata di persone, vale a dire di creature giuridiche, prodotte dal giurista. Oggi la dottrina giuridica comincia a raccogliere questa sfida poiché ha capito che non si può eludere più a lungo la questione principale della natura (giuridica) del corpo umano.

Il corpo fa parte della persona, realtà dimenticata da quando è stato lasciato alla competenza esclusiva del diritto canonico e della scienza medica. Questa realtà riappare nel nostro tempo e ci fa scoprire fino a che punto si è evitato di riflettere sui fondamenti della proprietà privata. L'appropriazione del corpo da parte della persona permette di definire chiaramente il diritto sul corpo; permette anche di garantirlo efficacemente e di fissarne i limiti. Secondo Baud, dire che il corpo è una cosa e che si ha su di esso un diritto di proprietà presenta l'enorme vantaggio pratico della stabilità giuridica del corpo vivente o morto e di ciò che lo compone senza dover distinguere se tale elemento sia attaccato al corpo o meno. Nella sua ipotesi di fanta-giurisprudenza, Baud sostiene che era possibile condannare per mutilazione il ladro della mano solo nel caso in cui questa fosse stata una cosa prima di essere separata dal corpo: tagliare questa cosa o rubarla per impedire il suo reimpianto era esattamente lo stesso crimine. Da ciò si dimostra che il semplice fatto di classificare il corpo fra le cose permetteva di garantire l'integrità fisica rivendicata dalla persona a favore del proprio corpo. Inoltre, il riconoscimento alla persona di un diritto di proprietà sul suo corpo è il modo migliore di proteggerlo contro chi volesse commercializzare i prodotti (come nel caso Moore), anche contro eventuali pretese abusive dell'autorità pubblica.