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Un castello di silenzio di Chiara de Simone è stata una lettura che mi ha coinvolta più di quanto mi aspettassi. L’ambientazione distopica, con questo mondo diviso in piattaforme sospese sopra una Terra ormai inabitabile, mi ha ricordato per certi aspetti "L’Attraversaspecchi" di Christelle Dabos. Allo stesso tempo, però, il romanzo ha una forte componente riflessiva: il tema del silenzio attraversa tutta la storia e viene esplorato in modo quasi filosofico, un po’ come accade ne "La bussola d’oro" di Philip Pullman. Interessante anche il ruolo della traduzione e del linguaggio, che in alcuni momenti richiama "Babel" di R. F. Kuang. Ho apprezzato molto il fatto che il protagonista, Gabriel, non sia il classico “prescelto”. È un personaggio normale, non è un eroe “eccezionale”, ma una figura credibile, che diventa parte di qualcosa di più grande attraverso il lavoro e la collaborazione con altri. Ed è proprio questo aspetto corale uno dei punti di forza del libro: la ricerca non è mai individuale, ma condivisa, fatta di studio, tentativi, relazioni e anche contrasti. Il tema del silenzio è sicuramente l’elemento più interessante. In un mondo dominato da rumori costanti, la storia porta a chiedersi cosa sia davvero il silenzio e se sia possibile sperimentarlo davvero. È una riflessione che risuona molto anche nella realtà: il silenzio può affascinare, ma anche inquietare, e non è un caso che storicamente sia stato usato come forma di controllo o punizione. Quando il silenzio assume una forma più concreta, quasi “materiale”, diventa qualcosa di estremamente ambito. A quel punto entra in gioco una dinamica molto attuale: ciò che è raro e potente diventa oggetto di interesse, di competizione e potenzialmente di conflitto, proprio come accade con le risorse più preziose nel nostro mondo. È un libro scorrevole, che si legge con facilità, ma che allo stesso tempo lascia diverse domande e spunti su cui riflettere.
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