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Cerchi infiniti. Viaggi in Giappone - Cees Nooteboom - copertina

Cerchi infiniti. Viaggi in Giappone

Cees Nooteboom

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Traduttore: Laura Pignatti
Editore: Iperborea
Anno edizione: 2017
In commercio dal: 23 febbraio 2017
Pagine: 128 p., Brossura
  • EAN: 9788870914771
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Cerchi infiniti. Viaggi in Giappone

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Dall'autore di "Tumbas", una preziosa e folgorante raccolta di testi dedicati al Giappone.

«Uno dei dieci migliori scrittori di racconti di viaggio degli ultimi cent'anni.» - Newsweek

«Una voce impressionante e unica nel coro degli scrittori moderni.» - The New York Times

«L'uomo che ha il potere di trasformare qualunque cosa in racconto.» - Internazionale

Certi viaggi hanno l’obiettivo segreto di «estraniarti dalle tue origini», «scardinarti l’esistenza»: «soltanto allora sei stato veramente via, così altrove da essere forse diventato un altro», scrive Cees Nooteboom, infaticabile esploratore di culture, riguardo al paese che conserva per lui un fascino unico: il Giappone. Cerchi infiniti raccoglie i suoi testi più illuminanti su quarant’anni di viaggi attraverso i paesaggi, le architetture, la poesia e la storia del Sol Levante. Dalle metropoli avveniristiche di Tokyo e Osaka alle antiche città imperiali di Kyoto e Nara, dalle incisioni di Hokusai e Hiroshige al teatro kabuki, il rapimento mistico e intellettuale dei giardini zen, quella coesistenza intrecciata di buddhismo e shintoismo nei templi e nei riti millenari che scandiscono ancora il calendario nelle campagne. Viaggi accompagnati dalle pagine di Kawabata, Mishima, Tanizaki, ma soprattutto dalle Note del guanciale di Sei Shōnagon e dalla Storia di Genji di Murasaki Shikibu, il primo romanzo della storia, che ritrae il raffinamento estremo a cui giunse l’isolata corte di Heian nell’XI secolo. Con la sua capacità di cogliere le sfumature più sottili, accendere connessioni, stimolarci a vedere con altri occhi e a rapportare il particolare all’universale, Nooteboom ci immerge nell’esperienza della scoperta, della bellezza e della sfida che il Giappone continua a rappresentare per l’Occidente: possiamo arrivare a conoscere veramente una cultura così lontana da noi? Ma è proprio nel confronto con l’altro che il viaggio diventa una ricerca sul fondo comune della condizione umana, un pellegrinaggio interiore per interrogarsi su se stessi.
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    Mattia

    22/09/2019 13:45:43

    Un bellissimo viaggio attraverso il Giappone più autentico, sorvolando i clichè culturali attraverso gli occhi di Cees Noteboom, perchè la terra del Sol Levante non è soltanto templi, tecnologia e sushi...Una lettura veloce e consigliatissima.

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    TOMMASO

    07/03/2019 18:43:39

    Con una veste grafica degna di nota, come da migliore tradizione Iperboreale, "Cerchi Infiniti" di Cees Nooteboom mantiene solo in parte ciò che promette. Veniamo immediatamente disillusi a partire dal sottotitolo, "Viaggi in Giappone", laddove scopriamo che il libro contiene solo cinque racconti di viaggio e viene allungato con quattro saggi scritti in differenti occasioni (mostre sul Giappone ambientate in Europa oppure come prefazioni o postfazioni a libri che, su livelli diversi, hanno comunque ad argomento il Giappone). I viaggi si dipanano durante trent'anni, il primo sul finire degli anni settanta, l'ultimo intorno al duemila. Sin dalla prima esperienza però, notiamo che l'autore paga lo scotto di una duplice paura: quella di non ritrovare nel presente alcun frammento di quella cultura classica che lui tanto ama (ma va?!) e quella di essere accettato (o sopportato?) unicamente per spirito di cortesia in una società solo superficialmente aperta all'altro (fermi tutti: mi state dicendo che non mi è bastato un viaggio in Ungheria affinché gli Ungheresi mi considerino una di loro?!). Tralasciando il (terrificante e risibile in ogni esperienza di viaggio che si rispetti) confronto con la terra natia, in generale tutto il libro manca di entusiasmo, di guizzi, di gioia. Il peccato più atroce che uno scrittore di viaggi possa commettere è quello di mancare di meraviglia e, di conseguenza, di non trasmettere stupefazione e curiosità ai suoi lettori. La letteratura di viaggio non è per tutti e, difatti, l'autore si rifà ampiamente nei saggi, decisamente più godibili, dove la sua ampia conoscenza della cultura giapponese può appoggiarsi sulla fondamenta sicure della vecchia Europa.

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    Loris

    05/06/2017 08:58:28

    I testi raccolti hanno varie provenienze: si va dal diario di viaggio vero e proprio ad introduzioni scritte per mostre e libri. Il tema unificante ovviamente è il Giappone, o più specificatamente la fascinazione che suscita, accompagnata da un senso di esclusione che pare insormontabile. La barriera linguistica è l’ostacolo più appariscente: all’indecifrabilità dei segni grafici si accompagna l’evidenza di termini ed espressioni intraducibili, resi intuibili solo attraverso lunghe perifrasi. Vi è poi la questione delle regole sociali, prevalenti rispetto all’idea occidentale di principi etici universali. La chiave d’accesso scelta da Nooteboom è la letteratura: mentre i dipinti e le stampe propongono figure prive di psicologia, i testi classici di un millennio fa rivelano una condizione umana comune che consente ancora l’empatia del lettore moderno, oltre tutti i codici di corte, linguistici e non, ormai indecifrabili. Il rischio però è quello di cercare un Giappone che appartiene e un altro tempo, irraggiungibile, in uno spazio che pure è stato modificato, anche se ci si può illudere di ritrovarlo nei templi e nei monasteri lontani dalla modernità delle metropoli. Le contraddizioni non si risolvono, ma resta il fascino di una cultura ‘altra’ dove la natura e le stagioni hanno un ruolo centrale, insieme alla religione, che unisce buddismo e shintoismo.

A volte si sogna ad occhi aperti, desiderando di partire verso mete lontane, alla scoperta di nuovi e incantevoli panorami. Non è  necessario un biglietto o una valigia per farlo.

Si può scegliere di stringere tra le mani il libro giusto, sfogliarlo e allontanarsi comunque per migliaia e migliaia di kilometri; in Giappone per esempio.

In un raffinato romanzo Cees Nooteboom accompagna il lettore attraverso i racconti di quarant’anni di viaggi nell’impero del Sol Levante; racconta delle sue immense metropoli, del ritmo frenetico ma scandito dei suoi abitanti, del legame mistico e profondo con la natura.

È una scrittura travolgente, ma allo stesso tempo chiara e stilisticamente accurata, che ripercorre i pensieri e le intime riflessioni dell’autore su una cultura millenaria, ricca di spiritualismo.


Non solo: Cerchi Infiniti, rispecchia, in realtà, un lungo viaggio interiore alla ricerca di se stessi; è l’analisi minuziosa della solitudine e di quel bisogno di  equilibrio racchiuso tra i silenzi e la quiete di un giardino zen o di un tempio millenario. Applicando ai testi una potenza narrativa sui generis, l’autore ci apre gli occhi a nuove bellezze, nuove differenze, nuove storie perché «È nei luoghi di cui ignoravi perfino l’esistenza, che finisci per essere più felice».

Recensione di Fabiola Astore
A cura del Master Professioni e prodotti dell’editoria - Collegio Universitario "Santa Caterina da Siena” in collaborazione con l’Università di Pavia

Nooteboom e Dyer, virtuosi della frustrazione

Espansivi e frastagliati come solo i racconti di viaggio hanno il dovere di presentarsi, Cerchi infiniti di Cees Nooteboom e Sabbie bianche di Geoff Dyer sono due libri che confliggono. Tanto ordinato e apparentemente composto il primo, quanto ironico e rivoltato il secondo, che parte dal resoconto dell’ultimo giorno di un viaggio a Pechino e termina con un capitolo intitolato «Inizio»: libro reverso, come il meccanismo di un intramontabile modello Jaeger-LeCoultre – libro/orologio che tuttavia denuncia sull’istante che c’è tanta più struttura qui di quanta non se ne ricavi dal naturale criterio cronologico che stringe assieme i capitoli di Nooteboom. Che poi è una smilza antologia interamente dedicata al Giappone (ma i testi sono estratti dall’editore italiano da due libri diversi dello scrittore olandese) mentre Dyer, come al solito, affronta praticamente di tutto: dalla Polinesia alle installazioni di Land Art, dalle disavventure on the road con autostoppista evaso al racconto memorabile di un pellegrinaggio alla casa californiana di Adorno. Gli affanni irresistibili di una settimana alle isole Svalbard, una specie di supplizio di Tantalo in attesa di fantomatiche aurore boreali che non compariranno mai. Non nascondo che ciò che mi fa adorare i libri di Dyer (spilungone nato nel ’58 in una tranquilla città termale del Gloucestershire e trapiantato da qualche anno nel serraglio di Venice Beach – dal Regency a Baywatch, praticamente) è la vocazione a quella che lui definirebbe come una tuttità dell’oggetto-libro, che poi segna anche l’estensione – ambiziosa, maniacale – dei territori e dei materiali che fanno le sue pagine.

Nooteboom è un compito signore classe ’33 più volte candidato al Nobel che indossa maglioni comodi, ama guardare in basso come fanno gli introversi ma quando si anima sa gesticolare in maniera molto mediterranea. Ha frequentato con successo quasi ogni genere letterario. È un prosatore acuto, elegante, dettagliato, innocente. È bene tornare, di quando in quando, a una certa innocenza di osservatori come lui, nei quali anche l’ironia proviene da una vibrazione stupita (leggete la passeggiata sotto la pioggia in un paesino della prefettura di Nagano). Dyer appartiene – con John Berger, Phillipe Lopate e pochi altri – a una razza di talenti che sanno illuminare il mondo col solo atto di guardarlo (non è un caso che molti di loro siano soprattutto venerabili scrutatori d’immagini). Dyer, diciamolo, è esattamente il tipo di osservatore di cui ha bisogno il nostro tempo, dopodiché è anche un maledetto genio. Il tipo di inglese che porta l’intelligenza come uno stemma sulla fronte amplissima (intelligenza britannica, imperialista, incline a celebrare l’estensione del proprio dominio con la naturalezza serafica di un grosso rapace). Uno che sul paragrafo è sciolto e confidenziale, quando mette un verbo e un aggettivo dentro una frase dà sempre l’impressione di averli scoperti in quel momento esatto.

Questa freschezza degli scrittori come lui è già di per sé prolusione o addestramento a una narrativa avvincente (quella più contaminata dal personal essay). Nella medesima risma e tra qualche linea di febbre, talvolta con l’apparente, accidiosa onniscienza dei fuoriclasse: Martin Amis saggista, DFW qualsiasicosista. C’è tuttavia un che di antico nella freschezza di Dyer, come di un lessico fragrante perché non levigato dalla banalità, tonico come gli oggetti caduti in disuso e appena riscoperti (ma esiste davvero, fra gli scrittori, l’eventualità del disuso?), croccante come le lingue congetturali, frammentato e runico. Squillante, per lo più. Quanto di regola avviene nelle sue prose è una sistematica demolizione dell’innocenza, il paragrafo monta in alto non per l’avanzare delle suggestioni (Dyer saprebbe rimettere al regno della suggestione anche un paio di calzini usati, tradurre conseguenze epocali da uno starnuto) ma nella necessità di definire il proprio metodo – fino a condurre il lettore al cospetto di un’evidenza beffarda: il metodo di Dyer è nient’altro che essere Geoff Dyer, ciò che non senti, per dire, in riconosciuti maestri della proiezione mente-luogo come Lewis Mumford o Marc Fumaroli: il vivo della persona, il vivissimo, chiamiamolo così. Il Giappone di Nooteboom sta inscritto nel giusto bordo (sarà il segreto del suo equilibrio: rifilatura), gli spostamenti di Dyer ricordano piuttosto una stampa “al vivo”, come si dice nel gergo delle copisterie. La prosa occupa ogni spazio possibile senza rivestirsi di elettricità o isteria: è la prosa gassosa di chi ha abdicato a ogni simulazione d’innocenza.

In Sabbie bianche Dyer viaggia con uno specchio, sua moglie. Viaggia, o più correttamente si sposta. Adesso “spostarsi” è un omaggio apparecchiato ad hoc per il cultore di lettere italiano: vorrebbe riflettere il retroscena nevrotico di pellegrini riottosi e prolifici, squartierati e grondanti come Manganelli. L’artificio conclamato in Sabbie bianche è quello di omettere il vero nome della moglie e utilizzarne uno d’invenzione. Basta questo a suscitare un Altrove, come negli universi paralleli della fantascienza: sfasati di poche frequenze, o anche di una sola virgola rispetto al nostro – è l’oscura funzione-Borges che opera in Dyer, sempre con l’opacità di una variante sorniona, di un presupposto scontato. In Nooteboom il presupposto dell’osservatore è invece una certa apprensione. Alleva il primo dei suoi scritti e da lì scivola in tutti i testi che lo seguono, anche a distanza di molti anni, il che è decisamente bello, nel senso che è bello assistere alla persistenza di uno stato d’animo man mano che il viaggiatore familiarizza e penetra nei luoghi (Tokyo, Nara, Osaka, Kobe accarezzata magistralmente da una prospettiva portuale, ecc.): ci conferma che l’apprensione è un’eccitazione spoglia, il residuo di palpiti sfumati (nell’esperienza? nel dubbio? nelle riserve?) – e in ogni caso ci predispone di nuovo all’esercizio del conflitto, perché le cose che vediamo si accalcano su un “prima”, mentre il libro di Dyer poggia quasi sempre su un “dopo”, non raccontando altro che l’esperienza del rammarico: luoghi che sono paurosamente diversi da quello che si sperava, luoghi che non mantengono mai le promesse (ma i luoghi non promettono un bel niente, come potrebbero? i luoghi stanno là, e viaggiare è soprattutto andare là).

Volendo tentare un accomodamento fra i due libri si potrebbe dire che il denominatore comune del viaggiare (non l’esito, ma diciamo una zona di competenze condivise) sia la frustrazione. Paradosso segnaletico: non esiste concetto più lontano da questi libri dello stare comodi, a parte per lo stile. Paradosso annidato nel paradosso: lo stare comodi è insieme la realizzazione del viaggio (il viaggio totalmente amministrato, un Moloch heideggeriano) e la sua negazione suprema, ciò che si chiama il viaggio di lusso (le suite del Burj al-Arab, i vani opulenti di prima classe nei nuovi Airbus, cosa rappresentano se non la replica e l’ottimizzazione del comfort domestico? La casa in trasferta, proporzionata alle sovrumane capacità di spesa di chi può permettersi di spostarsi in quel modo).

Pertanto viaggiare dev’essere un’esperienza frustrante, altrimenti non è viaggiare. Si viaggia, ormai, per verificare l’esistenza dei luoghi (è il primo afflato conoscitivo, credo, o l’ultimo?). E la verifica – come Nooteboom avverte qua e là, e Dyer dichiara quasi ovunque – è subordinata a un sentimento di delusione. I posti, i tratti salienti del viaggio, la stessa saggezza che si accumula dentro i giorni: essi devono deluderci. Questo in parte ci richiama a una mitologia dell’esperienza remota, alla visione primitiva del territorio inospitale, della regione impervia da conquistarsi con le unghie. Capisco perché alcuni scrittori anche molto diversi vogliano infine scrivere dei loro viaggi. Di fatto non conosco, per la nausea che mi provocano, territori meno ospitali della lingua, regioni più impervie della pagina.

Recensione di Fabrizio Patriarca.

  • Cees Nooteboom Cover

    Scrittore olandese, autore di romanzi, poesie, saggi, opere teatrali e resoconti di viaggio, come Verso Santiago e Il Buddha dietro lo steccato (Feltrinelli), è ormai ritenuto uno dei più importanti e originali autori europei contemporanei. Rivelatosi a ventidue anni con Philip e gli altri, ha raggiunto il successo internazionale con Rituali e Il canto dell’essere e dell’apparire. Iperborea ha pubblicato anche i romanzi: Mokusei (1994), Le montagne dei Paesi Bassi (1996), La storia seguente (2000, Premio Aristeion della Comunità Europea e Premio Grinzane Cavour 1994 ), Il giorno dei morti (2001), Perduto il paradiso (2006), Le volpi vengono di notte (2010), Avevo mille vite e ne ho preso una sola (2011), Lettere a Poseidon (2013). A Nooteboom è... Approfondisci
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