Chiara luce del giorno

Anita Desai

Traduttore: A. Nadotti
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 1999
Pagine: 250 p.
  • EAN: 9788806149277
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    Chiara

    18/09/2006 09:28:00

    Anita Desai ha uno stile inconfondibile, semplice e profondo nello stesso tempo. Belle le figure femminili tra passato e presente, tra la loro vita e la storia dell'India tra l'indipendenza, la divisione dal Pakistan e la morte di Gandhi. Un libro leggero, ma triste allo stesso tempo con chiari riferimenti alla cultura indiana attraverso alcune metafore, ma che si conclude con uno spiraglio di speranza: la chiara luce del giorno.

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recensioni di Monti, A. L'Indice del 1999, n. 12

In apparenza il romanzo Chiara luce del giorno di Anita Desai ci racconta una tipica storia postwoolfiana di retrospezione e di ricerca d'identità. Tuttavia, la struttura che alterna la rievocazione del passato alla visita nel presente di Tara alla sorella Bim, nella vecchia e malandata casa di Delhi, rimanda a un percorso di sterilità femminile affidato alla simbologia tipica dell'induismo. Sotto tale aspetto, Chiara luce del giorno è opera di forti contaminazioni, affine per scelta stilistica e di moduli narrativi alle tecniche del modernismo occidentale, ma impregnata di un substrato culturale autoctono (deshi) che ne distorce, in un certo senso, le prospettive d'indagine psicologica, ne allenta e quasi corrompe la tensione cognitiva, opponendo al libero discorso dell'io segni e icone di una cultura pressoché immodificabile. Riceve di conseguenza particolare risalto nel testo l'immagine del pozzo, la cui presenza definisce, nel giardino della casa ancestrale, le soglie nefaste della contaminazione e del destino incompiuto femminile. Vi cade infatti dentro annegando la mucca di casa, co-nutrice insieme alla "zia" Mira delle due sorelle e dei fratelli Raja e Baba. Bianca e rosea, la mucca (go in sanscrito) ha le fattezze di una sposa ("Somigliava davvero a una sposa, con il suo muso candido, gli occhi mansueti e l'espressione un po' stolida"), è insomma una gauri (letteralmente "luminosa come una mucca"), numinoso epiteto di luce che battezza sia la sposa "chiara" di Siva sia la moglie ideale e sottomessa dell'induismo. La sua identità di buon auspicio dovrebbe annullare il carattere infausto di Mira (vedova, senza aver neppure consumato il matrimonio) e infondere nelle sue vene il vigore fecondo della grhalaksmi, la donna di casa identificata con la dea dell'abbondanza, così da consacrare una dimora altrimenti destinata alla sterilità e al declino.
Madre per procura, Mira vede riflessa nella morte per acqua della mucca la propria predestinazione al ruolo di serva della casa, come avviene delle vedove nell'induismo, o addirittura proietta il proprio io nella morte per annegamento volontario, estremo sfogo concesso alle donne irrealizzate. (Scrive al proposito un critico indiano che "il suicidio per acqua si contrappone alla santità della morte per fuoco ed è considerato estremamente vergognoso. È spesso messo in pratica dalle donne non realizzate". Ancora oggi, nella regione meridionale del Karnataka sono pressoché quotidiani i suicidi di mogli ripudiate o maltrattate. Si veda, anche, il tentato suicidio nel fiume della moglie tradita, nella Stanza di Savitri, di R.K. Narayan, Giunti, 1999).
A mio giudizio, l'immagine del pozzo in Chiara luce del giorno costituisce il segno riassuntivo di tutti i percorsi di vita arida e inespressa tracciati nel romanzo, in contrapposizione implicita alla figura "luminosa" della mucca. Si spiega in tal modo l'afasia spirituale di Bim, custode, e non "madre", di una casa divisa in tante isole di solitudine e di rifiuto spaurito del mondo esterno. In particolare, Bim percepisce la realtà come se fosse costituita da una serie di brusche e inspiegabili accelerazioni che perturbano il fluire piatto degli eventi. Anche qui sarebbe forse errato vedere una semplice propensione individuale all'apatia; Bim concentra in sé lo spirito immoto e decadente della vecchia Delhi, tanto da costituirne la vivente incarnazione crepuscolare.
La storia fluisce addosso a Bim, senza scalfirla, cosicché la tragedia della Partizione tra India e Pakistan è vista come di squarcio, sullo sfondo di un atto di rottura che è già stato consumato nel passato, con il declino e la scomparsa della vecchia Delhi. (Si consideri che Bim insegna storia dell'India musulmana all'università, vivendo un rapporto discorsivo continuo con gli estinti imperatori di Delhi). Lo stesso incanto malsano per un passato ormai spento spinge il fratello Raja a vivere nel mito del vecchio nawab (signorotto musulmano) Hyder Ali e a praticare la sofisticata ma ormai arida poesia in urdu. L'esperienza di Raja prefigura in una certa misura la raffigurazione corrosiva della declinante tradizione urdu fatta da Anita Desai nel romanzo successivo In custodia, pubblicato in Italia dalla Tartaruga nel 1990: in ambedue i casi si ha una fuga verso un falso mondo cortese. Raja, per esempio, compie una sua Partizione personale, adattando i sogni "eroici" della sua adolescenza alla vita d'adulto, senza crescere pur assumendo un'identità di protagonista, in veste di poeta.
Il discorso extra-diegetico dell'autrice traspone su un piano alto questo insieme di vite o perplesse o spente o frammentate, innestando su spente esperienze quotidiane momenti sublimi d'illuminazione, che vorrebbero forse richiamare le "epifanie" di Joyce o gli analoghi "momenti d'essere" di Virginia Woolf. Tuttavia, il filo esile e sublime della memoria, da cui scaturisce il bagliore della rivelazione, rivela una struttura troppo fragile. La comparsa evocativa della lumaca, nello squarcio d'apertura tra i vialetti disordinati nel giardino negletto della casa avita, vuole indicare una tentata continuità della memoria tra passato e presente. La traccia, biologicamente ma anche geneticamente, "simile ad albume" dalla lumaca è però un segnale effimero e facile a essere smarrito. È possibile che Desai qui si sia ricordata di una ben nota poesia del vittoriano Robert Browning, Two in the Campagna, in cui fragilissimi fili di ragnatela indicano quale strumento fragile sia la mente umana e come sia tenue l'intreccio dei rapporti intrapersonali.
È ugualmente possibile che nel doppio episodio della lumaca ("una creatura condannata a morire") l'autrice si ricordi del valore simbolico che la presenza dell'animale assume in Kew Gardens di Virginia Woolf, dove indica un'idea di continuità affidata al rapporto matrimoniale. Tuttavia, la lumaca scivola dalle mani di Tara, per perdersi o confondersi nel sottostante terriccio fangoso, di modo che le valenze simboliche dell'episodio si accartocciano e smarriscono ogni possibilità di senso positivo: invece di essere la scintilla che dà significato al presente ricreando il passato, in Anita Desai la memoria richiama solo eventi o gesti iterativi, destinati comunque al fallimento. È appunto questa sua cifra complessa e in parte celata che situa la scrittrice a mezza strada tra il modernismo femminista e l'immutabile tradizione indiana, tra la "luce chiara" di una coscienza rinata e l'ombra incombente del pozzo.

(A.M.)