Il cimitero di Praga

Umberto Eco

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Editore: Bompiani
Anno edizione: 2010
Pagine: 523 p., ill. , Rilegato
  • EAN: 9788845266225
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Trent'anni dopo "Il nome della rosa" Umberto Eco torna in libreria con un nuovo romanzo di ambientazione storica. Lungo il XIX secolo, tra Torino, Palermo e Parigi, troviamo una satanista isterica, un abate che muore due volte, alcuni cadaveri in una fogna parigina, un garibaldino che si chiamava Ippolito Nievo, il falso bordereau di Dreyfus per l'ambasciata tedesca, la crescita di quella falsificazione nota come "I protocolli dei Savi Anziani di Sion", che ispirerà a Hitler i campi di sterminio, gesuiti che tramano contro i massoni, massoni, carbonari e mazziniani che strangolano i preti con le loro stesse budella, un Garibaldi artritico dalle gambe storte, i piani dei servizi segreti piemontesi, francesi, prussiani e russi, le stragi nella Parigi della Comune, orrendi ritrovi per criminali che tra i fumi dell'assenzio pianificano esplosioni e rivolte di piazza, falsi notai, testamenti mendaci, confraternite diaboliche e messe nere. Ottimo materiale per un romanzo d'appendice di stile ottocentesco, tra l'altro illustrato come i feuilletons di quel tempo. Un particolare: eccetto il protagonista, tutti i personaggi di questo romanzo sono realmente esistiti e hanno fatto quello che hanno fatto. E anche il protagonista fa cose che sono state veramente fatte, tranne che ne fa molte, che probabilmente hanno avuto autori diversi. Accade però che, tra servizi segreti, agenti doppi, ufficiali felloni ed ecclesiastici peccatori, l'unico personaggio inventato di questa storia sia il più vero di tutti.
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    AdrianaT.

    19/11/2018 09:23:53

    Ecce Eco! Lo stile di scrittura di Eco è una di quelle cose di cui ci si può innamorare. E io me me ne sono innamorata. Persa. Mi assaporo le sue frasi cercando di trattenerne il massimo per il piacere che procurano. Vabbè trama, intreccio, intrigo, personaggi, tutta roba importante (e qui ce n'è parecchia), ma poi mi ritrovo a scordarmeli per la maggior parte, perché c'è qualcosa di potente, di solido e di immediato, anche solo limitatamente alla sua prosa, che rimane impresso, indelebile, unico e forse irripetibile.

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    Fabio Mazzilli

    10/08/2015 20:09:35

    Il mio rapporto con Umberto Eco è problematico: grande studioso e saggista, giornalista divertito, intellettuale insuperabile, scrittore lacunoso. Anche col "Cimitero di Praga" mette in bella mostra una cultura senza eguali nel panorama italiano, e non solo italiano, unito a una trama avvincente, in cui la Storia si mescola alla storia (quella fittizia), gli intrighi, le paranoie, le morti. Ma non è tutto oro ciò che luccica: la scrittura di Eco è pesante, frasi la cui comprensione deve imporne una lettura attenta, tornare indietro e rileggere il paragrafo. Francesismi, elenchi delle pietanze tipiche di un'epoca (e ce ne sono tanti), il citazionismo, il libro che parla di libri: Eco al suo megio... Tanta erudizione confluisce in un libro che, in teoria, dovrebbe essere di svago con qualche considerazione impegnata: è qui è il problema. Se avesse scritto un libello o un pamphlet, ok, ma questo è un romanzo e come tale si rivolge a un pubblico presumibilmente vasto. In tutti i romanzi di Eco, fatta eccezione per La misteriosa fiamma della Regina Loana, le considerazioni esterne al libro ne arricchiscono la lettura, nel bene e nel male. Eco non è per tutti, purtroppo. Da qui a dire che i libro è illeggibile, come ho letto in altri commenti su internet e come mi è stato riferito da molti amici, non sono d'accordo. Dopo, appunto, La misteriosa fiamma della Regia Loana e il trascurabile Numero Zero, credo che questo romanzo sia molto più semplice del Nome della Rosa, di cui conserva l'erudizione che mette in bella mostra in modo compiaciuto e ironico. Ho terminato il libro in una settimana, nonostante le mie titubanze iniziali: fatta eccezione per alcuni capitoli, soprattutto quelli iniziali, i libro è stato coinvolgente, sembrava davvero di essere lì, in una Parigi buia, in cui da un momento all'altro succede qualcosa. Ecco, se Eco fosse uno "scoiattolo della penna", qui staremmo parlando del più grande scrittore italiano del 900... Se...

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    Arno Klein

    26/03/2015 11:38:45

    Più che un romanzo tirato via, un romanzo pasticciato con frattaglie e avanzi dei romanzi precedenti: la teoria della cospirazione sembra la versione appena abbozzata della struttura portante del "Pendolo di Foucault," il doppio come elemento narrativo era già presente ne "L'isola del giorno prima," la memoria e la teoria della mente erano già stati ampiamente trattati (e meglio) ne "La misteriosa fiamma della Regina Loana" e il falso come canovaccio su cui si costruisce una presunta verità era già la colonna portante di "Baudolino." In definitiva "Il cimitero di Praga" è una minestra riscaldata, fatta con ingridienti quasi andati a male e nemmeno troppo aggiustata di spezie. Lo stile è piano, semplice, basico, molto lontano dalle affabili peripezie linguistiche dei primi romanzi. Eco poteva evitare di scriverlo. Si può evitare di leggerlo. E al posto di questo magari si può rileggere "Il pendolo di Foucault."

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    Aris-34

    31/01/2015 18:21:05

    35 dopo aver letto per la prima volta "Il nome della rosa" , il miglior romanzo di sempre nella mia classifica, (d'altronde per un liceale al terzo anno di classico un thriller storico sul medioevo era qualcosa di fantastico) , 25 anni dopo lo splendido ed immaginifico "Il pendolo di Focault" e dopo aver iniziato senza finire il romanzo successivo (non ne ricordo nemmeno il titolo) torno a leggere Eco e mi rimane un sapore amaro. Il libro e' scritto molto bene, ma non ne colgo appieno il senso. Spesso pare un esercizio di stile fine a se stesso. La consueta teoria del complotto giudaico che attraversa la storia mi pare poco innovativa. Certo, il messaggio secondo cui le notizie false possono essere più vere di quelle reali e' interessante ma anch'esso piuttosto datato. Insomma da leggere senza troppe illusioni.

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    Alberto Castrini

    04/05/2014 23:00:50

    Anche in questo Cimitero di Praga, Eco si conferma un grande scrittore, un po' meno come narratore. Penso che il primo che si diverta sia lui. Per fortuna superando qui l'illeggibile La misteriosa fiamma della regina Loana, dove l'autocelebrazione è ridotta a copia-incollla. Ci sorprende con la rilettura dei fatti storici, illuminati da un punto di vista rivoluzionato. La denuncia del complottismo è divertente, senza però raggiungere i livelli del Pendolo di Foucault. Bella la creazione delle due personalità con l'abate Dalla Piccola. Sicuramente non una lettura facilissima, bisogna conoscere tutti i riferimenti ed i rimandi impliciti. Anche tutti i dettagli culinari sono godibilissimi. Purtroppo, per la fluidità della storia, oltre la pagina 300 ci si impantana. Si annaspa tra Taxil, Osama Bey, Drumont, Sandherr, Bataille, Esterhazy, Golovinskij eccetera, eccetera. Verso la fine si torna a divertirsi ma ormai l'incanto è purtroppo spezzato.

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    ander

    21/02/2014 14:51:22

    Inizia molto bene: il mistero, l'ambientazione storica, i complotti....poi però si arrotola su stesso e si dilunga disperdendo la trama. Vengono citati innumerevoli testi, nomi e cognomi e il tutto disorienta e annoia.

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    barbagianni39

    26/12/2013 23:26:53

    Interessante ricostruzione dietrologica degli eventi storici dell'Europa della fine del XIX secolo; ma comunque un bel mattone, che nelle ultime 100 pagine scade moltissimo per dar luogo a vicende che con la storia hanno poco a che spartire. Siamo ai livelli del Pendolo di Focault e di Baudolino; distanti anni luce dal Nome della rosa!

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    Vivix

    01/11/2013 23:35:46

    Okay che i romanzi storici non sono proprio il mio tipo e che questo libro mi è stato assegnato dalla prof, ma... non mi sarei mai aspettata una cosa del genere. L'autore mescola mille fatti insieme col risultato di non far capire nulla al lettore, si perde in descrizioni chilometriche, riporta ricette (cosa cavolo ce ne importa?!?!)e intere frasi in francese (e chi non lo conosce può smettere di sperare di capirci qualcosa). Come se non bastasse varie scene, soprattutto nel finale, sono davvero ripugnanti perciò chi è leggero di stomaco è meglio che non lo legga, anche se, sinceramente, non lo consiglio nemmeno agli altri. Per finirlo ci ho messo qualcosa come 2-3 mesi e questo la dice lunga...

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    Anna

    14/09/2013 10:12:50

    Ho finito giusto ieri di leggere questo libro. Non ci sarebbe bisogno nemmeno di dare un voto, perchè è la parte davvero meno importante, con i libri di Eco. Ciò che invece importa è comprendere come Eco si confermi ogni volta un genio nel descrivere attraverso i suoi romanzi il sistema e le sue mire millenarie sul mondo, e lo fa parlando sempre, a mò di fiction, delle trame occulte che si celano dietro personaggi come Garibaldi in questo caso, i Templari nel caso del Pendolo di Focault. Ma c'è molto, molto di più: basta solo saper leggere tra le righe di un romanzo di Eco, che essendo semiologo dell'uso della lingua Italiana se ne intende e non scrive proprio nulla per caso. Eco non ha bisogno di delineare bene i suoi personaggi, per il semplice fatto che quei personaggi sono solo pedine di una scacchiera che nemmeno loro conoscono, individui che come avviene nel mondo reale, vengono fatti fuori una volta che non servono più allo scopo di chi li paga e controlla. Ringrazio Eco perchè i suoi libri sono sempre fondamentali per capire chi si cela dietro falsi eroi e personaggi fin troppo frettolosamente acclamati dalla storia, in verità pedine comode di chi il mondo lo domina e controlla davvero da dietro le quinte.

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    Roberto Marte

    15/07/2013 12:21:57

    Bello il libro, ma manca di scorrevolezza. Interessanti le prime 300 pagine, mentre le successive si perdono in descrizioni molto lente ma positivamente esoteriche. Comunque Libro da acquistare 4 stars!

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    Daria B

    18/06/2013 18:09:52

    Purtroppo a me non è piaciuto. E'stato faticoso portarlo a termine. Ne ha scritti di migliori e per questo mi sento di consigliarne altri. "de gustibus non disputandum est"

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    Umberto Nabòcco

    07/12/2012 00:49:15

    Lo Eco torna con cotal volume, in epoca di carta immaginaria e tomi romanzeschi di altri autori volatili, con un bel testo di valor qualitante. Resta ben a modo scrittore di complessità non in eccesso, ma di semplicità che pretende serietà e adulazione alla fatica della conoscenza e dello studio. Soddisfazione poi crea, la fatica. Stimolante per il cerebro che nel cranio rischia la passività. Dotato di bravura, lo Eco.

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    Bafometto

    02/12/2012 19:13:22

    Capolavoro assoluto. Per pochi,acculturati eh. Meglio cosi',le cose belle devono rimanere per pochi. Gli altri,be',che rimangano nelle loro letture di bassa lega.

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    Antonio

    13/10/2012 10:52:51

    Affascinante il periodo storico in cui è ambientato il romanzo. Umberto Eco riesce, come al solito, ad attirare il lettore in una trama complessa e interessante. A pagine godibilissime (ad esempio la parentesi dei Mille) si alternano pagine un po' noiose, come quel lungo elenco dei titoli che vengono attribuiti al Gran Maestro della Massoneria. A volte ho l'impressione che Eco voglia un poco prendersi gioco del lettore, ma probabilmente fa parte del gioco delle parti. A differenza dei precedenti in questo caso il protagonista è un personaggio negativo, una vera e propria carogna. Purtroppo sono concorde nel pensare che l'unico personaggio inventato del libro sia quello più reale, perchè altrimenti non ci spiegheremmo le stragi e i servizi segreti deviati, se non esistessero certi individui. Anche l'idea di introdurre illustrazioni tipo feuilleton mi è piaciuta. Comunque anche i lettori a cui non è piaciuto dovrebbero dare atto ad Eco del grande lavoro di ricerca che sostiene il romanzo: ben cinque anni!! Anche l'Olocausto diventa un po' più comprensibile, sebbene assolutamente non giustificabile. A quando il Nobel?

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    nanni

    29/09/2012 16:14:09

    Un'analisi storica che testimonia un attento lavoro di ricerca; ed è certo un gran pregio. Mi pare parodossale criticare un romanzo storico perchè mette al centro il fatto accaduto. Un libro importante, interessante; ma anche criticabile per l'incomprensibilità di un attacco violento a massoneria e specialmente verso gli ebrei tutto svolto su dichiarati documenti falsi. Mentre gli attacchi a chiesa e governo vengono presentati in forma reali. Resta il dubbio se la ricostruzione fornita nel libro come inventata contro ebrei e massoni non debba rimanere nelle menti dei lettori come vera per la larga "eco" (...) che suscita (nel libro) fra il popolo. Inoltre v'è da appuntare una leggera pesantezza nel libro, ma questa è caratteristica anche di altri libri di Eco ed in generale di libri che non si incentrano sul thriller o trame volutamente accattivanti. Alla socrrevolezza(mancanza) forse non giova l'intreccio dei tre personaggi (narratori) che scrivono il libro, ma tale espediente è per altri versi gradevole. Comunque veramente una buona lettura!

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    José Colaço Barreiros

    27/07/2012 17:58:22

    ho trovato l'opera affascinante e leggibile, anche se per gustarla appieno serve un bagaglio culturale non da poco: in particolare, il problema del rinvio intertestuale si pone al quadrato, perché non solo fa citazioni occulte Eco come autore, ma ne fanno continuamente, con intenti esplicitamente ironici, e ben più palesi, gli stessi personaggi. Certo, a volte, preso dal dubbio, mi sono chiesto se Eco forse non scriva romanzi soltanto per permettersi questi riferimenti comprensibili solo a sè stesso, sentendosi come un pittore che ritragga una stoffa damascata e, tra le volute, i fiori e i corimbi ponga - quasi invisibili- le iniziali della propria amata (e non importa se neppure lei le individuerà, gli atti d'amore sono gratuiti). Ma ho concluso che vale certamente la pena, come vale la pena, per un esploratore d'altri tempi, percorrere lande desolate da cui non trarrà alcun profitto materiale, ma tenendo per sè il piacere immenso della scoperta, e l'aver messo piede, forse primo essere umano dalla creazione, su luoghi tanto impervi.

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    max

    03/07/2012 17:12:51

    Sicuramente erudito. Se si vuole avere uno scorcio della vita del XIX secolo, questo libro va bene. Ma se cercate emozioni ne troverete poche. Qualche tratto più vivace, ma per il resto... Uno stile più da saggio che da romanzo rende la lettura lenta.

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    ant

    31/05/2012 22:47:07

    Un libro che è,a mio avviso, un eccezionale resoconto del XIX secolo sotto diversi punti di vista: storico,antropologico,culturale, scientifico etc.Tutto scritto, con una sottile ed efficace ironia, da una delle penne e delle menti più brillanti dello stivale, ossia Umberto Eco. E' quasi impossibile vista la corposità, secondo me, poter descrivere e recensire in 2 battute la trama di questo romanzo, mi limiterò ad esprimere personalissimi pareri. Innanzitutto avverto, come prima impressione dopo la lettura di queste pagine, la voglia di Eco di ribaltare canoni e clichè che hanno caratterizzato tanti fatti storici relativi al XIX secolo, facendo emergere al contrario intrighi,misteri e stranezze molto particolari. Un altro elemento chiave di questo libro è la caratterizzazione sia comportamentale che soprattutto di pensiero del protagonista, cioè l'agente segreto e falsario Simone Simonini. Un individuo, il personaggio di cui sopra, di una perfidia e di una malvagità paurose. Il succo del romanzo cmq è tutto concentrato nella falsità di un documento in possesso di Simonini "I Protocolli dei Savi di Sion" che servirà poi alla polizia zarista x mietere innumerevoli vittime in chiave antisemita. Una falsità che lasciò il segno...e chissà che elementi come Simone Simonini siano ancora tra noi a costruire e ordire trame malvagie e fantasiose in nome dell'odio verso determinate razze. Forse è proprio questo il messaggio più importante di questo romanzo? Penso di sì, anche se , sigh, leggo che addirittura questo libro da alcuni critici è stato catalogato come fonte d'ispirazione all'odio razziale. Cmq da leggere

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    Michele Lucivero

    26/05/2012 18:47:36

    Che sia una lettura disimpegnata e d'evasione certamente non si può dire, come del resto non lo si può dire per nessun degli altri cinque romanzi di Eco, ma tutta la concentrazione e l'applicazione riposta nel districarsi tra le vicende di mezza Europa accadute nell'arco di tutto l'Ottocento sono ripagate dal guadagno storico che indiscutibilmente se ne ricava. Probabilmente il lettore occasionale o quello «non fulmineo di comprendonio», come lo definisce lo stesso autore, potrebbe essere tentato di abbandonare la lettura dopo qualche pagina, magari per la complessa struttura narrativa che vede l'alternarsi di tre diverse voci narranti oppure perché disturbato, nel suo perbenismo, da tanto antisemitismo oppure perché non riesce a superare l'impasse costituito dall'impenitente dovizia di particolari concernenti la cucina, gli anfratti di Parigi e gli esplosivi. Tuttavia, la cultura ha bisogno di pazienza per essere coltivata e detesta il consumo fugace e la logica dell'immediatezza, pertanto è possibile che verso la metà dell'opera l'intreccio possa cominciare a non lasciare più fiato e così ancora una volta Eco riesce a catturare nelle tresche delle logge massoniche, dei regicidi, delle spedizioni garibaldine e delle messe nere. Sullo sfondo un accattivante e direi modaiolo assunto di base che presta il fianco alla più intrigante delle cospiracy theory dell'Occidente, cioè un inedito, ma possibile, complotto internazionale tra massoni ed ebrei per la conquista dei gangli del potere politico, economico e culturale. Contro ogni semplicistica accusa di antisemitismo, Eco mette qui in rilievo il contributo indiscutibile e prezioso dato dalla tradizione ebraica a tutta l'economia, alla politica e alla cultura europea.

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    Patty Krone

    23/05/2012 22:42:43

    certo questo non è un romanzo facile, e capisco la delusione di molti. Per fruirne pienamente, il testo presuppone nel lettore modello una enciclopedia di un certo formato, e, anche se è molto difficile stabilire in anticipo quale esso sia, è di sicuro al di là della portata di tanti. Come nei precedenti romanzi di Eco, esso è complesso e ricchissimo quasi come lo stesso mondo, e se ne può rimanere più facilmente confusi sino alla vertigine che inebriati. Il talento di Eco, secondo me, è stato quello di aver creato personaggi indimenticabili, tanto veri nonostante siano romanzeschi e viceversa, che si muovono nel labirinto della Storia disorientati tanto quanto lo stesso lettore, in un'Opera il cui Autore è Dio, ma di cui si intravede la trama assai meno che in quella di Eco. Non solo ci racconta una storia, ma ci racconta la Storia, per quanto spesso confusa, in un modo che confuso non è (altro gran talento) e con uno stile raffinatissimo. Per chi si chiedeva come mai non abbia ancora ricevuto il nobel: lo hanno dato a gente molto meno notevole, quindi

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Dell'ultimo romanzo di Eco s'è parlato forse troppo. Giornali e televisioni hanno dedicato largo spazio al libro partendo dall'uso che l'autore fa dei Protocolli dei Savi di Sion. S'è detto perfino che sarebbe un romanzo pericoloso, fomentatore di antisemitismo. Non esageriamo. Fra dibattiti e progetti di legge contro intercettazioni e contro negazionisti (una liaison che s'è conquistata la prima pagina dei quotidiani per eterogenesi dei fini) s'è finito con il perdere di vista il romanzo, nel quale invece a me sembra che il veleno della teoria sul complotto ebraico altro non sia che un mero espediente narrativo. In questo libro, come del resto in tutta l'opera di Eco, un ruolo preminente è dato invece dal genere della parodia. Fin dai tempi di Diario minimo la passione per l'imitazione letteraria è notevole. Non si può vivere di soli Protocolli, così come non si può vivere di solo umorismo yiddish. Di barzellette sugli ebrei si è un po' studi (dopo il caso-Ciarrapico e dintorni) Ci siamo dimenticati di un genere di scrittura, la parodia, dove la cultura ebraica ha lasciato maestri insigni a Eco sono assai noti. La parodia impone un discorso sul concetto di imitazione. Un asino che raglia non suscita l'attenzione di nessuno, nemmeno degli altri asini. Un leone che imita un asino che raglia fa problema, perché gli altri leoni non sono disposti a perdonarlo. Gli ebrei posseggono il genio dell'imitazione, scriveva Ahad Ha-Am. E' nota la definizione di uomo come "animale mimetico", data da Disraeli. In Italia il nome, a Cesare Cases molto caro, di Franca Valeri, è una garanzia. La verità non si può imitare, dice Mendel di Kotzk nei Racconti dei Chassidim di Martin Buber, tutto il resto sì. E' sulla parodia che Eco ci porta a riflettere. Non inganni il fatto che oggi in Italia si imitino, purtroppo, soltanto i politici e non gli scrittori. Non è un segnale incoraggiante. La parodia è un riconoscimento della poesia. Uno scrittore non è uno scrittore se non possiede un proprio abbecedario d'immagini. Il parodista si appropria di questo cifrario e lo imita. Lo stile è come il carattere. Talvolta l'imitazione serve all'imitato e lo fa crescere, come scrisse Max Libermann a proposito di Robert Neumann: una parodia deve essere più spontanea dell'originale. I Promessi sposi di Guido Da Verona, l'Antologia apocrifa di Paolo Vita Finzi hanno avuto vita lunghissima e migliaia di lettori (la prima edizione venne fatta da Formiggini nel 1927, Eco l'ha citata spesso, così come non ha mai nascosto la sua ammirazione per Guido Almansi e Guido Fink, che raccolsero il testimone e proprio da Bompiani pubblicarono nel 1971 Quasi come, esempio di parodistica comparata). La profondità della parodia è data dalla contiguità con due problemi interpretativi centrali nell'ebraismo: da un lato la questione dell'imitazione di Dio (Lev. 11,44), dall'altro il problema del divieto di farsi immagine. Non ci si fa immagine di nessuno, ma con la parola si può fare quello che con il pennello è proibito fare. Con i suoi colpi di scena, le sue avventure sentimentali ad effetto, gli abati e gli isterici satanisti che percorrono in lungo e in largo la penisola , Il cimitero di Praga a me sembra soprattutto una perfetta parodia del romanzo d'appendice. Non parlo del romanzo d'appendice in generale, ma del romanzo d'appendice avente per protagonista "orfani del ghetto", meglio se fanciulle. In pagine che Eco conosce molto bene, Gramsci ha sottolineato il ruolo centrale della "ragazza ebrea", la figlia del ghetto nella narrativa popolare dell'Ottocento. La "ragazza dai capelli neri che attraversa ogni mattina piazza Carlina… occhi di velluto… carnagione bruna e gli occhi velenosi delle femmine di questa razza" deride il protagonista del romanzo di Eco (p. 74), dandogli del gagnu in stretto dialetto piemontese, è parodia perfetta della protagonista del capolavoro di Carolina Invernizio, L'orfana del ghetto. Tutto questo avviene insieme ad altre palesi citazioni dall'Ebreo errante di Sue e molta buona (e cattiva) letteratura d'appendice. Eco non mi sembra abbia fatto altro che restituire vitalità a un genere inattuale, in un libro, fra l'altro, in cui la sua nostalgia per il Piemonte è più viscerale che mai, come documenta la trascrizione, per nulla parodistica, della ricetta di svariate prelibatezze indigene, a partire dalla bagna caôda giù fino al fritto misto. Si tranquillizzi il lettore spaventato di fronte all'idea di un Eco inconscio antisemita. Qui si oscilla tra L'orfana del ghetto e la Prova del cuoco.   Alberto Cavaglion        

Un romanzo sulla “paranoia del complotto”, secondo la definizione dello stesso autore, sulla convinzione più o meno giustificata di molti storici e intellettuali, che le grandi avventure dell’umanità, le rivoluzioni come le guerre, le crisi e le epidemie, siano sempre state dirette da un oscuro manipolo di menti superiori e forze occulte. Una suggestione affascinante che ha attecchito in ogni secolo e che Umberto Eco prova a scardinare scrivendo un romanzo epico supportato da una mole grandiosa di prove documentali. Titolare di ben 37 lauree honoris causa, filosofo, accademico e bibliofilo, oltre ad essere uno scrittore prolifico di saggi e di romanzi, come Il nome della rosa e Il pendolo di Foucault tradotti in tutto il mondo, il semiologo piemontese con Il cimitero di Praga affronta un nuovo capitolo della sua indagine ad ampio spettro sul mondo e sulla creazione delle idee.
Dopo essersi dedicato all’Alto, al Basso Medioevo e all’Illuminismo, con questo romanzo affronta anche le false credenze dell’Ottocento europeo, un secolo eroico e tragico che ha prodotto gli Stati-Nazione così come li conosciamo oggi, ma anche il germe delle ideologie e degli assolutismi che ne determineranno il crollo. Un romanzo in cui compaiono soltanto personaggi realmente esistiti, ai quali Eco attribuisce frasi, azioni e pensieri documentati dalle fonti dell’epoca. L’unico personaggio inventato è il protagonista, Simone Simonini, di professione notaio, falsario, ma soprattutto spia. Cresciuto nella Torino oscura di metà Ottocento, Simonini, figlio di un carbonaro, viene educato da suo nonno, capitano della guardia regia e da un prete gesuita. Nei suoi incubi da bambino il terribile Mordechai, il leggendario ebreo errante, lo insegue per ucciderlo e impastare il pane azzimo con il suo sangue cristiano. È così che nasce in lui l’odio, anzi, la repulsione verso gli ebrei del ghetto di Torino e verso le donne, portatori entrambi di corruzione e peccato.
Ma Simonini non si limita a odiare gli ebrei e non ha un solo nemico da affrontare. Il suo astio e la sua stizza si rivolgono verso tutti: carbonari, repubblicani, francesi, piemontesi, massoni, gesuiti, satanisti, tedeschi, poveri e ricchi, senza distinzione di sorta. Un rancore covato lungo i settant’anni della sua vita, trascorsa tra Torino, Palermo e Parigi, un odio meditato sullo scranno del suo studio notarile mentre falsifica documenti, oppure nelle bettole di mezza Europa dove ingaggia ingenui bombaroli. Simonini è uno dei migliori falsari dell’epoca, una laurea in giurisprudenza gli ha fornito la perizia tecnica, ma l’arte di imitare le grafie altrui è una sorprendente dote naturale. Se ne avvantaggerà di volta in volta, e dietro lauti compensi, ognuno dei suoi acerrimi nemici, ai quali non esita a vendersi. È così che nella sua avventurosa vita, il notaio Simonini si ritroverà sulla nave di Alexandre Dumas che approda in Sicilia al seguito dei Mille garibaldini.
La sua missione, foraggiata dai servizi segreti sabaudi, è quella di falsificare i documenti contabili che tiene il giovane attendente Ippolito Nievo, per nascondere il complotto massone che sta dietro all’unificazione dell’Italia; mentre sono gli attentati dinamitardi degli anarchici contro Napoleone III a condurlo nelle vie malfamate di Parigi. Una vita fatta di brevi alleanze e tradimenti, di travestimenti, così come si addice alla classica spia dell’epoca, di messe nere, di propaganda e poi, naturalmente, di complotti. C’è una grande opera a cui Simonini dedica tutta la vita e che interessa i servizi segreti di mezza Europa - russi, prussiani, francesi, ma anche cattolici e gesuiti - sono i Protocolli dei Savi di Sion, una serie di documenti - falsi e scritti di suo pugno - che attestano l’avvenuto incontro di dodici Rabbini a capo di tutte le comunità ebraiche nel cimitero di Praga. Una riunione segreta che avviene ogni cento anni e in cui gli ebrei complottano per rovesciare tutti i governi del mondo e conquistare il potere assoluto a spese dei popoli. In realtà il vero complotto è quello di Simonini, che mette insieme tutti gli scritti pubblicati nel corso dei secoli contro gli ebrei, insieme a un misto di paure infantili e leggende popolari, inventando uno dei falsi documenti più diffusi e pericolosi del mondo.
L’eterogenesi della soluzione finale in un lavoro di ricerca delle fonti documentali che ha impegnato Umberto Eco per cinque anni. Un’opera ricca di rimandi ad altre opere, come un grande ipertesto in cui perdersi o viaggiare, senza mai dimenticare la presenza dell’autore, che nella sua grandezza, partecipa alla trama quasi fosse lui stesso un personaggio.

  • Umberto Eco Cover

    Critico, saggista, scrittore e semiologo di fama internazionale. A ventidue anni si è laureato all'Università di Torino con una tesi sul pensiero estetico di Tommaso d'Aquino. Dopo aver lavorato dal 1954 al 1959 come editore dei programmi culturali della Rai, negli anni Sessanta ha insegnato prima presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Milano, poi presso la Facoltà di Architettura dell'Università di Firenze. Infine presso la Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Inoltre, ha fatto parte del Gruppo 63, rivelandosi un teorico acuto e brillante.Dal 1959 al 1975 ha lavorato presso la casa editrice Bompiani, come senior editor. Nel 1975 viene nominato professore di Semiotica all'Università di Bologna, dove... Approfondisci
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