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Descrizione

Trent'anni dopo "Il nome della rosa" Umberto Eco torna in libreria con un nuovo romanzo di ambientazione storica. Lungo il XIX secolo, tra Torino, Palermo e Parigi, troviamo una satanista isterica, un abate che muore due volte, alcuni cadaveri in una fogna parigina, un garibaldino che si chiamava Ippolito Nievo, il falso bordereau di Dreyfus per l'ambasciata tedesca, la crescita di quella falsificazione nota come "I protocolli dei Savi Anziani di Sion", che ispirerà a Hitler i campi di sterminio, gesuiti che tramano contro i massoni, massoni, carbonari e mazziniani che strangolano i preti con le loro stesse budella, un Garibaldi artritico dalle gambe storte, i piani dei servizi segreti piemontesi, francesi, prussiani e russi, le stragi nella Parigi della Comune, orrendi ritrovi per criminali che tra i fumi dell'assenzio pianificano esplosioni e rivolte di piazza, falsi notai, testamenti mendaci, confraternite diaboliche e messe nere. Ottimo materiale per un romanzo d'appendice di stile ottocentesco, tra l'altro illustrato come i feuilletons di quel tempo. Un particolare: eccetto il protagonista, tutti i personaggi di questo romanzo sono realmente esistiti e hanno fatto quello che hanno fatto. E anche il protagonista fa cose che sono state veramente fatte, tranne che ne fa molte, che probabilmente hanno avuto autori diversi. Accade però che, tra servizi segreti, agenti doppi, ufficiali felloni ed ecclesiastici peccatori, l'unico personaggio inventato di questa storia sia il più vero di tutti.
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2010
523 p., ill. , Rilegato
9788845266225

Valutazioni e recensioni

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Recensioni: 3/5
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Rebecca My
Recensioni: 4/5

Siamo nella seconda metà dell'Ottocento. Simone Simonini è un falsario ed è anche molto bravo; il nostro protagonista ha, però, un problema: ha perso la memoria. Simonini scriverà un diario, che verrà annotato anche da un misterioso personaggio, l'abate Della Piccola. Simonini, per capire chi è questo personaggio, ripercorre la sua vita a partire dall'adolescenza. Scopriamo che suo nonno ha avuto una grossa influenza sullo sviluppo della sua persona, alimentando il suo odio verso gli ebrei e verso le donne. Simonini si ritroverà al centro di molti intrighi, redigerà documenti falsi che verranno usati dai potenti per incalanare la rabbia dei popoli verso un nemico comodo, sempre affiancato dall'abate Della Piccola, fino a quando non svelerà il mistero che si cela attorno a questa figura. È innegabile: questo romanzo storico ha un'accuratezza che solo Eco poteva raggiungere. Tutti i personaggi, fatta eccezione per il protagonista, sono realmente esistiti. Personalmente, poiché non sono una grande amante dei romanzi storici, ho faticato molto nella lettura di alcuni capitoli, perché molto densi di avvenimenti, appellativi vari e personaggi. Spesso, a causa della mia pessima memoria, ho dovuto fare frequenti ricerche per raccapezzarmi e dare un senso agli eventi. È, tuttavia, estremamente interessante la ricostruzione delle vicende che hanno poi portato alla diffusione dei Protocolli dei Savi di Sion, che aumentarono ancora di più la convinzione di chi, a gran voce, chiedeva la soluzione finale. Lo consiglio a tutti coloro che sono appassionati di storia e che sono curiosi di capire come funzionava il complottismo dai tempi di Garibaldi in poi.

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AdrianaT.
Recensioni: 4/5

Ecce Eco! Lo stile di scrittura di Eco è una di quelle cose di cui ci si può innamorare. E io me me ne sono innamorata. Persa. Mi assaporo le sue frasi cercando di trattenerne il massimo per il piacere che procurano. Vabbè trama, intreccio, intrigo, personaggi, tutta roba importante (e qui ce n'è parecchia), ma poi mi ritrovo a scordarmeli per la maggior parte, perché c'è qualcosa di potente, di solido e di immediato, anche solo limitatamente alla sua prosa, che rimane impresso, indelebile, unico e forse irripetibile.

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Fabio Mazzilli
Recensioni: 3/5

Il mio rapporto con Umberto Eco è problematico: grande studioso e saggista, giornalista divertito, intellettuale insuperabile, scrittore lacunoso. Anche col "Cimitero di Praga" mette in bella mostra una cultura senza eguali nel panorama italiano, e non solo italiano, unito a una trama avvincente, in cui la Storia si mescola alla storia (quella fittizia), gli intrighi, le paranoie, le morti. Ma non è tutto oro ciò che luccica: la scrittura di Eco è pesante, frasi la cui comprensione deve imporne una lettura attenta, tornare indietro e rileggere il paragrafo. Francesismi, elenchi delle pietanze tipiche di un'epoca (e ce ne sono tanti), il citazionismo, il libro che parla di libri: Eco al suo megio... Tanta erudizione confluisce in un libro che, in teoria, dovrebbe essere di svago con qualche considerazione impegnata: è qui è il problema. Se avesse scritto un libello o un pamphlet, ok, ma questo è un romanzo e come tale si rivolge a un pubblico presumibilmente vasto. In tutti i romanzi di Eco, fatta eccezione per La misteriosa fiamma della Regina Loana, le considerazioni esterne al libro ne arricchiscono la lettura, nel bene e nel male. Eco non è per tutti, purtroppo. Da qui a dire che i libro è illeggibile, come ho letto in altri commenti su internet e come mi è stato riferito da molti amici, non sono d'accordo. Dopo, appunto, La misteriosa fiamma della Regia Loana e il trascurabile Numero Zero, credo che questo romanzo sia molto più semplice del Nome della Rosa, di cui conserva l'erudizione che mette in bella mostra in modo compiaciuto e ironico. Ho terminato il libro in una settimana, nonostante le mie titubanze iniziali: fatta eccezione per alcuni capitoli, soprattutto quelli iniziali, i libro è stato coinvolgente, sembrava davvero di essere lì, in una Parigi buia, in cui da un momento all'altro succede qualcosa. Ecco, se Eco fosse uno "scoiattolo della penna", qui staremmo parlando del più grande scrittore italiano del 900... Se...

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Recensioni

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Voce della critica

Dell'ultimo romanzo di Eco s'è parlato forse troppo. Giornali e televisioni hanno dedicato largo spazio al libro partendo dall'uso che l'autore fa dei Protocolli dei Savi di Sion. S'è detto perfino che sarebbe un romanzo pericoloso, fomentatore di antisemitismo. Non esageriamo. Fra dibattiti e progetti di legge contro intercettazioni e contro negazionisti (una liaison che s'è conquistata la prima pagina dei quotidiani per eterogenesi dei fini) s'è finito con il perdere di vista il romanzo, nel quale invece a me sembra che il veleno della teoria sul complotto ebraico altro non sia che un mero espediente narrativo. In questo libro, come del resto in tutta l'opera di Eco, un ruolo preminente è dato invece dal genere della parodia. Fin dai tempi di Diario minimo la passione per l'imitazione letteraria è notevole. Non si può vivere di soli Protocolli, così come non si può vivere di solo umorismo yiddish. Di barzellette sugli ebrei si è un po' studi (dopo il caso-Ciarrapico e dintorni) Ci siamo dimenticati di un genere di scrittura, la parodia, dove la cultura ebraica ha lasciato maestri insigni a Eco sono assai noti. La parodia impone un discorso sul concetto di imitazione. Un asino che raglia non suscita l'attenzione di nessuno, nemmeno degli altri asini. Un leone che imita un asino che raglia fa problema, perché gli altri leoni non sono disposti a perdonarlo. Gli ebrei posseggono il genio dell'imitazione, scriveva Ahad Ha-Am. E' nota la definizione di uomo come "animale mimetico", data da Disraeli. In Italia il nome, a Cesare Cases molto caro, di Franca Valeri, è una garanzia. La verità non si può imitare, dice Mendel di Kotzk nei Racconti dei Chassidim di Martin Buber, tutto il resto sì. E' sulla parodia che Eco ci porta a riflettere. Non inganni il fatto che oggi in Italia si imitino, purtroppo, soltanto i politici e non gli scrittori. Non è un segnale incoraggiante. La parodia è un riconoscimento della poesia. Uno scrittore non è uno scrittore se non possiede un proprio abbecedario d'immagini. Il parodista si appropria di questo cifrario e lo imita. Lo stile è come il carattere. Talvolta l'imitazione serve all'imitato e lo fa crescere, come scrisse Max Libermann a proposito di Robert Neumann: una parodia deve essere più spontanea dell'originale. I Promessi sposi di Guido Da Verona, l'Antologia apocrifa di Paolo Vita Finzi hanno avuto vita lunghissima e migliaia di lettori (la prima edizione venne fatta da Formiggini nel 1927, Eco l'ha citata spesso, così come non ha mai nascosto la sua ammirazione per Guido Almansi e Guido Fink, che raccolsero il testimone e proprio da Bompiani pubblicarono nel 1971 Quasi come, esempio di parodistica comparata). La profondità della parodia è data dalla contiguità con due problemi interpretativi centrali nell'ebraismo: da un lato la questione dell'imitazione di Dio (Lev. 11,44), dall'altro il problema del divieto di farsi immagine. Non ci si fa immagine di nessuno, ma con la parola si può fare quello che con il pennello è proibito fare. Con i suoi colpi di scena, le sue avventure sentimentali ad effetto, gli abati e gli isterici satanisti che percorrono in lungo e in largo la penisola , Il cimitero di Praga a me sembra soprattutto una perfetta parodia del romanzo d'appendice. Non parlo del romanzo d'appendice in generale, ma del romanzo d'appendice avente per protagonista "orfani del ghetto", meglio se fanciulle. In pagine che Eco conosce molto bene, Gramsci ha sottolineato il ruolo centrale della "ragazza ebrea", la figlia del ghetto nella narrativa popolare dell'Ottocento. La "ragazza dai capelli neri che attraversa ogni mattina piazza Carlina… occhi di velluto… carnagione bruna e gli occhi velenosi delle femmine di questa razza" deride il protagonista del romanzo di Eco (p. 74), dandogli del gagnu in stretto dialetto piemontese, è parodia perfetta della protagonista del capolavoro di Carolina Invernizio, L'orfana del ghetto. Tutto questo avviene insieme ad altre palesi citazioni dall'Ebreo errante di Sue e molta buona (e cattiva) letteratura d'appendice. Eco non mi sembra abbia fatto altro che restituire vitalità a un genere inattuale, in un libro, fra l'altro, in cui la sua nostalgia per il Piemonte è più viscerale che mai, come documenta la trascrizione, per nulla parodistica, della ricetta di svariate prelibatezze indigene, a partire dalla bagna caôda giù fino al fritto misto. Si tranquillizzi il lettore spaventato di fronte all'idea di un Eco inconscio antisemita. Qui si oscilla tra L'orfana del ghetto e la Prova del cuoco.   Alberto Cavaglion        

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La recensione di IBS

Un romanzo sulla “paranoia del complotto”, secondo la definizione dello stesso autore, sulla convinzione più o meno giustificata di molti storici e intellettuali, che le grandi avventure dell’umanità, le rivoluzioni come le guerre, le crisi e le epidemie, siano sempre state dirette da un oscuro manipolo di menti superiori e forze occulte. Una suggestione affascinante che ha attecchito in ogni secolo e che Umberto Eco prova a scardinare scrivendo un romanzo epico supportato da una mole grandiosa di prove documentali. Titolare di ben 37 lauree honoris causa, filosofo, accademico e bibliofilo, oltre ad essere uno scrittore prolifico di saggi e di romanzi, come Il nome della rosa e Il pendolo di Foucault tradotti in tutto il mondo, il semiologo piemontese con Il cimitero di Praga affronta un nuovo capitolo della sua indagine ad ampio spettro sul mondo e sulla creazione delle idee.
Dopo essersi dedicato all’Alto, al Basso Medioevo e all’Illuminismo, con questo romanzo affronta anche le false credenze dell’Ottocento europeo, un secolo eroico e tragico che ha prodotto gli Stati-Nazione così come li conosciamo oggi, ma anche il germe delle ideologie e degli assolutismi che ne determineranno il crollo. Un romanzo in cui compaiono soltanto personaggi realmente esistiti, ai quali Eco attribuisce frasi, azioni e pensieri documentati dalle fonti dell’epoca. L’unico personaggio inventato è il protagonista, Simone Simonini, di professione notaio, falsario, ma soprattutto spia. Cresciuto nella Torino oscura di metà Ottocento, Simonini, figlio di un carbonaro, viene educato da suo nonno, capitano della guardia regia e da un prete gesuita. Nei suoi incubi da bambino il terribile Mordechai, il leggendario ebreo errante, lo insegue per ucciderlo e impastare il pane azzimo con il suo sangue cristiano. È così che nasce in lui l’odio, anzi, la repulsione verso gli ebrei del ghetto di Torino e verso le donne, portatori entrambi di corruzione e peccato.
Ma Simonini non si limita a odiare gli ebrei e non ha un solo nemico da affrontare. Il suo astio e la sua stizza si rivolgono verso tutti: carbonari, repubblicani, francesi, piemontesi, massoni, gesuiti, satanisti, tedeschi, poveri e ricchi, senza distinzione di sorta. Un rancore covato lungo i settant’anni della sua vita, trascorsa tra Torino, Palermo e Parigi, un odio meditato sullo scranno del suo studio notarile mentre falsifica documenti, oppure nelle bettole di mezza Europa dove ingaggia ingenui bombaroli. Simonini è uno dei migliori falsari dell’epoca, una laurea in giurisprudenza gli ha fornito la perizia tecnica, ma l’arte di imitare le grafie altrui è una sorprendente dote naturale. Se ne avvantaggerà di volta in volta, e dietro lauti compensi, ognuno dei suoi acerrimi nemici, ai quali non esita a vendersi. È così che nella sua avventurosa vita, il notaio Simonini si ritroverà sulla nave di Alexandre Dumas che approda in Sicilia al seguito dei Mille garibaldini.
La sua missione, foraggiata dai servizi segreti sabaudi, è quella di falsificare i documenti contabili che tiene il giovane attendente Ippolito Nievo, per nascondere il complotto massone che sta dietro all’unificazione dell’Italia; mentre sono gli attentati dinamitardi degli anarchici contro Napoleone III a condurlo nelle vie malfamate di Parigi. Una vita fatta di brevi alleanze e tradimenti, di travestimenti, così come si addice alla classica spia dell’epoca, di messe nere, di propaganda e poi, naturalmente, di complotti. C’è una grande opera a cui Simonini dedica tutta la vita e che interessa i servizi segreti di mezza Europa - russi, prussiani, francesi, ma anche cattolici e gesuiti - sono i Protocolli dei Savi di Sion, una serie di documenti - falsi e scritti di suo pugno - che attestano l’avvenuto incontro di dodici Rabbini a capo di tutte le comunità ebraiche nel cimitero di Praga. Una riunione segreta che avviene ogni cento anni e in cui gli ebrei complottano per rovesciare tutti i governi del mondo e conquistare il potere assoluto a spese dei popoli. In realtà il vero complotto è quello di Simonini, che mette insieme tutti gli scritti pubblicati nel corso dei secoli contro gli ebrei, insieme a un misto di paure infantili e leggende popolari, inventando uno dei falsi documenti più diffusi e pericolosi del mondo.
L’eterogenesi della soluzione finale in un lavoro di ricerca delle fonti documentali che ha impegnato Umberto Eco per cinque anni. Un’opera ricca di rimandi ad altre opere, come un grande ipertesto in cui perdersi o viaggiare, senza mai dimenticare la presenza dell’autore, che nella sua grandezza, partecipa alla trama quasi fosse lui stesso un personaggio.

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Umberto Eco

1932, Alessandria

Critico, saggista, scrittore e semiologo di fama internazionale. A ventidue anni si è laureato all'Università di Torino con una tesi sul pensiero estetico di Tommaso d'Aquino. Dopo aver lavorato dal 1954 al 1959 come editore dei programmi culturali della Rai, negli anni Sessanta ha insegnato prima presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Milano, poi presso la Facoltà di Architettura dell'Università di Firenze. Infine presso la Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Inoltre, ha fatto parte del Gruppo 63, rivelandosi un teorico acuto e brillante.Dal 1959 al 1975 ha lavorato presso la casa editrice Bompiani, come senior editor. Nel 1975 viene nominato professore di Semiotica all'Università di Bologna, dove...

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