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Cinema. Vol. 2: L'Immagine-tempo. - Gilles Deleuze - copertina

Cinema. Vol. 2: L'Immagine-tempo.

Gilles Deleuze

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Traduttore: L. Rampello
Editore: Ubulibri
Collana: I libri bianchi
Edizione: 5
Anno edizione: 2004
Pagine: 308 p., Brossura
  • EAN: 9788877480880
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Gaia la libraia

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Con "l'immagine-tempo", dopo "l'immagine-movimento", Gilles Deleuze prosegue la sua rifondazione del pensiero sul cinema, anzi una ridefinizione del cinema medesimo. La teoria per lui non si fonda sul cinema ma sui concetti da questo suscitati. I grandi autori sono come i pittori o i musicisti: parlano meglio di altri di quel che fanno, tramutandosi così in filosofi. Secondo Deleuze sono proprio i concetti del cinema e non le teorie a creare l'unicità della settima arte ed è per questo che non bisogna chiedersi "che cos'è il cinema", ma "che cos'è la filosofia". Da questa nuova pratica delle immagini e dei segni che è il cinema, ecco nascere una sindrome personale che prende corpo come visione del mondo.
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(recensione pubblicata per l'edizione del 1989)
recensione di Tomasi, D., L'Indice 1989, n. 9

"L'immagine-tempo" va letto e meditato non come un'opera a sé stante, pensi come la continuazione del precedente "L'immagine-movimento" (edito sempre da Ubulibri, nel 1984). I due volumi costituiscono infatti un'unica e generale riflessione sulla storia del cinema - pur non essendo una "storia del cinema" - da un inedito e originale punto di vista teorico: quello filosofico. Lo stesso Deleuze, concludendo la sua fatica, tende a precisare la specificità del suo approccio quando scrive che "il cinema stesso è una nuova pratica delle immagini e dei segni, di cui la filosofia deve fare la teoria in quanto pratica concettuale. Perché nessuna determinazione tecnica, n‚ applicata (psicanalisi, linguistica), n‚ riflessiva è sufficiente a costituire i concetti del cinema stesso". L'approccio filosofico di Deleuze non commette però l'errore di dimenticare i precedenti contenuti elaborati da quelle stesse discipline da lui considerate insufficienti: la psicoanalisi, la linguistica e la semiologia, oltre, naturalmente, alla teoria del cinema. Ne risulta così un'opera ricca e articolata, in grado di definire il suo oggetto da molteplici prospettive senza tuttavia disperdersi lungo strade secondarie, ma al contrario sapendo ricondurre sempre il discorso a quelle ipotesi filosofiche di partenza il cui nocciolo sta nel Bergson di "Materia e memoria" (1896). Pur con la cautela che è necessaria ogni qual volta ci si trova a valutare opere che percorrono strade diverse da quelle usuali, possiamo dire che l'impressione è quella di trovarsi di fronte a un testo chiave. Causa prima di questa impressione è il modo in cui Deleuze interpreta l'essenza del cinema che "ha come obiettivo più elevato il pensiero nient'altro che il pensiero e il suo funzionamento ". L'immagine-tempo non è che l'immagine caratterizzante il cinema moderno. Se l'immagine-movimento, quella del cinema classico, subordinava il tempo al movimento, l'immagine-tempo rovescia tale condizione. Dal Neorealismo in poi le situazioni non si articolano più in azione e reazione. Sono pure situazioni ottiche e sonore (opsegni e consegni) "in cui il personaggio non sa come rispondere, spazi in disuso in cui smette di sperimentare e agire". Ma ciò che il personaggio del cinema moderno ha perso in azione ha guadagnato in veggenza. Ora il personaggio "vede, cosicché il problema dello spettatore diventa 'che cosa c'è da vedere nell'immagine"'. Per Deleuze l'immagine-tempo è proprio il correlato dell'opsegno e del sonsegno. "Quell'immagine non si è mai manifestata meglio che nell'autore che ha anticipato il cinema moderno, fin dall'anteguerra e nelle condizioni del muto, Ozu: gli opsegni, gli spazi vuoti e sconnessi, si aprono sulle nature morte come pura forma del tempo".
  • Gilles Deleuze Cover

    (Parigi 1925-95) critico e filosofo francese. Nella sua opera si possono individuare due periodi. Nel primo si collocano prevalentemente studi di storia della filosofia: Empirismo e soggettività (Empirisme et subjectivité, 1953), Nietzsche e la filosofia (Nietzsche et la philosophie, 1962), Il bergsonismo (Le bergsonisme, 1966), Spinoza e il problema dell’espressione (Spinoza et le problème de l’expression, 1969), Logica del senso (Logique du sens, 1969) e il saggio Marcel Proust e i segni (M. Proust et les signes, 1964), che dà vita a un’interpretazione originale della Ricerca del tempo perduto, considerandola un’opera non sulla memoria ma sull’apprendimento: secondo D., il narratore mira alla scoperta della verità e non al... Approfondisci
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