Il cinghiale che uccise Liberty Valance

Giordano Meacci

Editore: Minimum Fax
Collana: Nichel
Anno edizione: 2016
In commercio dal: 3 marzo 2016
Pagine: 452 p., Brossura
  • EAN: 9788875217174
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Recensioni dei clienti

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    Anna

    12/07/2017 14:58:17

    Sono arrivata a pagina 100 e già ho voglia di mollarlo. Per quanto mi riguarda la letteratura vera non è fatta di una scrittura così appesantita e di ricerca esasperata di aggettivi, avverbi, frasi secondarie, discorsi indiretti e via dicendo, ma al contrario di periodi brevi e linguaggio lirico e limpido pur restando semplice. Questo libro è davvero pesante e illeggibile, se lo termino è solo perché mi dispiace aver speso dei soldi per un libro che non finisco, anche se non sarebbe la prima volta. Ma da tanto tempo non mi capitava un libro dalla scrittura così inutilmente densa e farraginosa, e di libri ne ho letti davvero tantissimi in vita mia. Non mi sento di consigliarlo a chi ama una letteratura lirica ma semplice.

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    Apperbohr

    12/11/2016 09:01:12

    “Il cinghiale che uccise Liberty Valance” è il canovaccio di un immaginario e immaginifico western che sembra scritto da un Fellini sotto acido. Un linguaggio denso e mai banale, seppur inizialmente un po’ appesantito, dà forma al ritratto di un’umanità sincera e profonda, e un’architettura labirintica e analitica dà vita a un romanzo universo in cui le poche certezze partoriscono infiniti dubbi.

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    Alberto

    22/09/2016 14:08:10

    Meraviglia assoluta trovare questo romanzo finalista dello Strega 2016. Lettura faticosa, linguaggio inutilmente complesso che scoraggia il lettore, anche il più accanito e stoicamente votato alla sofferenza. Sconsigliato.

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    Vera

    19/09/2016 10:57:56

    A fatica sono riuscita ad arrivare alla fine del libro, con la curiosità di capire perchè fosse arrivato finalista ad un premio letterario; l'idea era originale ma ne è risultato un libro noioso, prolisso e di lettura per niente scorrevole.

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    Kenzo

    02/09/2016 12:31:08

    Forse è la seconda volta in tutta la mia vita che mi tocca mollare un libro senza finirlo. Ero esasperato. Le prime 10 pagine ti illudono poi, alla lunga, si fa una fatica immane per tenere il filo della narrazione; una bella scrittura, con sprazzi veramente lodevoli, con una bella ricerca delle parole. Ma, pure, una scrittura completamente fuori controllo. Bulimica e, spesso, asfissiante nel suo divagare. Il lettore è chiamato ad una prova immane. La scrittura "strutturata e complessa" è un'altra cosa, qui c'è solo un enorme autocompiacimento. La Minimum Fax s'è fatta due sonni in fase di editing.

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    antonella

    26/08/2016 11:46:11

    purtroppo anche io non sono riuscita ad andare avanti nella lettura di questo libro. vi dirò di più ero anche arrabbiata per aver speso 16Euro l'ho lasciato in un campeggio in sicilia sperando che qualcuno lo apprezzi

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    franco chiusoli

    07/08/2016 16:35:01

    È l'unico,DICESI L'UNICO, libro che nella ormai lunga mia vita non sono riuscito a terminare. Ma sarò certamente io che non l'ho capito.

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    Pietro Marsi

    03/08/2016 08:52:17

    All'inizio la scrittura ricca, arzigogolata e arabescata di Meacci non mette del tutto a proprio agio il lettore, a meno che non ci si sia già fatti le ossa con Celine, Gadda, Joyce Miller, Durrell, Arbasino, Manganelli, Amis, Wallace, Pynchon e compagnia bella, insomma la 'crème' dei clowns-funamboli della parola nella letteratura del secolo XX e XXI. Tra i quali Giordano Meacci può entrare con grande merito e con la fronte cinta d'alloro. Quindi il consiglio è di procedere con pazienza e determinazione fino a pagina 440 per rendersi conto d'aver letto uno dei romanzi più divertenti, intelligenti e originali degli ultimi anni. Inoltre si impara il cinghialese che può sempre tornare utile nella vita. GRAW HAW! Pietro Marsi

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    Erminio & Marianna

    29/06/2016 11:06:24

    Un problema non da poco quello di dare voce a un cinghiale. Giordano Meacci ci riesce con alcuni stratagemmi linguistici molto interessanti. Un libro sicuramente originale

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    Alessio

    07/06/2016 15:06:02

    Aprite questo libro e non lo lascerete più. Di simile ad altro che potete aver letto c'è solo l'ambientazione, quella di un microcosmo-paese (Corsignano) immaginario. Poi, per tutto il resto, si parte per lidi originali quasi sconosciuti, dove le storie normali ed intime degli abitanti sembrano intrecciarsi con l'incedere del mondo; dove il cinghiale del titolo, un po' come la scimmia di "2001 Odissea nello spazio", prende coscienza (coscienza ?) del linguaggio del mondo umano. Dove la prosa barocca e dannatamente affascinante (forse la vera protagonista del libro più ancora dei corsignanesi e del cinghiale) finisce col trasportare il lettore in un tempo (tempo ?)aggrovigliato e affastellato. Del resto, come si dice nel capitolo introduttivo, "si riuscisse davvero a capire cosa sono passato e futuro in questa corsa che serve solo a trattenere il fiato, mentre le persone, e i ricordi che ancora non sono neppure stati, sono tutti fermi, e fissi, nelle nebbia slavata delle loro ultime pose". E poi ancora il filo rosso del film citato, vera pietra miliare del cinema e straordinario affresco della storia americana. Dove mondi diversi si scontrano, dove il duro da fuoco a casa sua per amore e il debole diventa senatore. Ed infine : chi ha davvero ucciso Liberty Valance ? datevi la risposta in cinghialese seguendo il vocabolario in appendice.

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Finalista al LXX Premio Strega. Finalista al Premio Procida – Isola di Arturo - Elsa Morante 2016. Presentato da Giuseppe Antonelli e Diego De Silva.

Meacci scrive un romanzo bellissimo, commovente, appassionante, che racconta l’eterno mistero dei nostri sentimenti e lo fa grazie all’antico espediente di trattare le bestie come uomini e gli uomini come una delle molte specie viventi sulla Terra.

Llhjoo-wrahh, amore mio, è questo e solo questo che vorrebbe dirle, ma nella lingua dei rvrrn non esiste una parola così, non c’è il concetto di mio e in definitiva non esiste l’amore che serve per definire o spiegare quello che lui prova; quello che vorrebbe dirle. Così le dice all’orecchio il suo nome, e basta; lei si allontana di poco, gira su sé stessa e gli regala sul grinfio Ap-orbihr; nel modo spezzato che le viene quando grugnisce.

Un branco di cinghiali sciama attorno a Corsignano, un borgo toscano intrappolato a fine degli anni ’90, un paese immaginario tra Spoon River e Twin Peaks, dove se la realtà incontra la leggenda, vince la leggenda. La cittadella è in realtà un luogo dell’anima, i cui abitanti sembrano incarnare un’italianità destinata a perdersi a cavallo del nuovo millennio. Ad assistere alle derive grottesche delle vicende degli Alti sulle Zampe – gli umani in gergo cinghialesco - è Apperbohr, epico suino dalla sorte bizzarra. In una notte di razzie nei pressi di un orticello viene fulminato da un raggio di luce emesso da un televisore sintonizzato sull’Uomo che uccise Liberty Valance, il western di John Ford del 1962. Da quel momento in poi la bestia percepirà in anticipo l’eco dei propri pensieri, declinati nella lingua degli Alti sulle Zampe, e prenderà gradualmente consapevolezza dell’allontanamento dalla propria natura ferina, assumendo infine una coscienza umana. Apperbohr solitario vagherà incompreso sia dai propri simili sia dagli umani, testimone impotente della fine di un’epoca, confortato solo dalla scoperta del più misterioso dei sentimenti umani: l’amore.

Il cinghiale che uccise Liberty Valance è un romanzo ingombrante, in cui a sorprendere è la densità di strati narrativi, ma ciò non deve spaventare il lettore. Alla complessità della prosa corrisponde infatti una narrazione ben ritmata, alimentata da contrappunti lirici che si innestano maestosamente su una polifonia di personaggi surreali e al contempo molto umani. Il testo è benedetto dal dirompente furore dell’estro di Meacci, la cui penna trabocca a ogni pagina di invenzioni linguistiche, soluzioni letterarie ardite e specialmente di suggestioni cinematografiche. L’autore spinge sul pedale dell’acceleratore per quanto riguarda la scrittura, tuttavia i risultati non sono di impaccio poiché trascendono la sperimentazione fine a se stessa. La prosa è fitta, fluviale e zigzagante, costellata da incisi, subordinate ed infinite digressioni che rimpallano continuamente con dialoghi dal sapore meta-filmico. La ricerca linguistica è ancora più spinta: ai toscanismi rubati dal colloquiale si accompagna la lingua a tratti aulica del narratore. A spiccare è soprattutto l’invenzione dell’idioma dei cinghiali - creato da zero - un Jabberwocky cinghialesco dotato di glossario. La trama è costruita su un gioco a incastri, in cui a farne le spese è la linearità del romanzo, sacrificata per dar voce ad un’enorme quantità di soggetti, tra cui è difficile trovare un protagonista. Forse nemmeno Apperbohr, il cinghiale - bestia arcaica per antonomasia - che assume gradualmente coscienza di sé e dei sentimenti umani, perché egli è più una metafora incarnata che il vero protagonista di questo romanzo corale. I suoi fugaci avvistamenti danno significato e risolvono di volta in volta le vicende narrate, come un deus ex machina munito di vello e zoccoli. Per quanto riguarda gli umani, ogni personaggio sembra preso in prestito dalla commedia all’italiana, il residuo di un immaginario datato, inattuale, confinato a una frontiera in via di trasformazione e in procinto di perdere la propria identità, come accadeva ai malinconici cowboy del film a cui ruba il titolo, il western più crepuscolare di John Ford. La pellicola e il romanzo quindi tendono alla fusione, fino a condividere le tematiche e persino i ruoli, come si evince in modo programmatico sin dalla copertina, raffigurante John Wayne a cui si sovrappone un cinghiale, presumibilmente Apperbohr.
Sarà divertente per il lettore, ma soprattutto per il cinefilo, individuare dove le trame coincidono, dove divergono e carpire l’equivalente cinghialesco del celebre Think Back, Pilgrim!, pronunciato da Wayne verso il finale della pellicola. Mai un grugnito è stato così pregno di amore.