La città della tremenda notte

Rudyard Kipling

Curatore: O. Fatica
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2007
In commercio dal: 10 gennaio 2007
Pagine: 271 p., Brossura
  • EAN: 9788845921339
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Descrizione
Queste storie raccolte in ogni luogo e da ogni sorta di persone - dal santone, dall'intagliatore, dal falegname, da sconosciuti su piroscafi e treni annunciano la nascita di uno scrittore che rivelò un intero subcontinente e diede voce alla sua stessa gente: gli angloindiani.

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    Simone

    02/05/2007 09:43:41

    E' una raccolta di racconti brevi e brevissimi, scritti dall'autore all'inizio del secolo scorso. Quasi sempre appassionanti, pur con qualche eccezione, narrano storie di un'India quotidiana. Alcuni racconti sono scritti con intenti moralistici, e qua e la' si notano affermazioni ormai politicamente scorrette. Qualche lentezza stucchevole, compensata da racconti piu' dinamici e godibili.

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"La crassa calura madida, sospesa come una coltre sulla superficie della terra, toglieva ogni speranza di dormire". Così comincia il racconto che dà il titolo a questa raccolta (che, a differenza di quello che potrebbe far pensare la bella copertina, non è la traduzione del volumetto "ferroviario" del 1891 The City of Dreadful Night and Other Places).
E c'è già tutto il libro in questo incipit così ben scritto – e ancor meglio tradotto. I racconti di Kipling scelti per questo volume, e disposti dal curatore con una certa sapienza compositiva, hanno infatti un indefettibile elemento notturno, insonne, allucinatorio, torrido quando non febbricitante. E non è quello che ci si aspetterebbe dall'araldo della missione civilizzatrice dell'uomo bianco, né dall'ecumenico cantore delle virtù umanitarie di predicozzi lirici come If.
Ma nelle brevi storie date alla stampa tra Allahabad, Calcutta e Londra da un Kipling poco più che ventenne, ancora oscuro giornalista angloindiano, i bei valori dell'impero sono esattamente quel che vuol fare intendere l'incipit sopra citato: un sogno che si potrebbe anche fare, se solo la "crassa calura madida" non impedisse di dormire. Si legga allora il seguito, con il protagonista – impossibile, come sempre in questi racconti, non identificarlo con lo stesso autore – che vaga per una Lahore immersa in una lugubre tenebra, dove i dormienti si distinguono a stento dai cadaveri e l'aria "risuona di rumori indistinguibili". Unico insonne, il protagonista decide di "salire in cima ai grandi minareti e da lì posare lo sguardo sopra la città", ed è, apparentemente, la classica scena dell'eroe che dall'alto di una posizione privilegiata padroneggia con gli occhi il territorio delle sue gesta (ne è forse archetipo la pagina finale di Père Goriot). Soltanto che qui il presunto eroe non fa altro che assopirsi, per trovare poco dopo al suo risveglio la città già affaccendata – "Il Sahib vuole avere la cortesia di scansarsi" – a cremare i corpi degli abitanti morti "per il gran caldo".
Viene in mente il diario di viaggio di Pasolini l'Odore dell'India (1962; Guanda, 1990), in cui l'autore compie ossessivamente il movimento opposto, quello di scendere dal piedistallo dei suoi alberghi da occidentale per immergersi nella folla notturna delle metropoli indiane. Sempre in dissidio con l'illuministico distacco del suo compagno di viaggio Moravia, Pasolini non sa "dominare la bestia assetata chiusa dentro di me" e ha bisogno del contatto fisico con i corpi di chi lo circonda. Ebbene, se Kipling vorrebbe tanto identificarsi con lo sguardo superiore del colonialista ma non riesce a liberarsi, se non per pochi istanti di torpore, da quella "vampa soffocante" che lo abita, per Pasolini è vero il contrario: vorrebbe tanto contaminarsi con l'"odore dell'India", ma il suo sguardo resta malgrado tutto quello dell'occidentale borghese ed esotista.
Ed è qui forse la profonda inattualità e insieme lo straordinario interesse di questo Kipling. Con il suo sguardo allucinato noi non possiamo identificarci, sia per i valori di cui vorrebbe farsi portatore, sia per la disinvolta leggerezza in cui la scrittura li svuota dall'interno. È a questo forse che pensava Renato Serra quando scriveva (in Kipling, 1908; Fara, 1996): "Egli non è e non può riuscir retorico mai". Affermazione che sa di paradosso a chi pensa alla produzione poetica kiplinghiana, ma che a queste pagine si applica di sicuro.
Prendiamo un altro racconto, Il marchio della bestia (e vengono di nuovo in mente Pasolini e la sua "bestia assetata"…). Un gruppetto di funzionari britannici festeggia il capodanno con grandi bevute, e dopo aver cantato come di dovere Auld Lang Syne, i più sobri accompagnano a casa i più sbronzi. Ed ecco che, di passaggio davanti a un tempio di Hanuman, uno di loro va a spegnere il sigaro sulla fronte del dio scimmia. Segue un concatenarsi di gotici episodi di bestialità e possessione, con il virile servitore dell'impero che va tramutandosi in un animale bavoso e famelico. Di nuovo: se Pasolini in India vorrebbe dar da bere alla sua bestia assettata, ma non ci riesce, il funzionario britannico secondo Kipling vorrebbe essere un portatore di civiltà, ma non può che diventare una bestia.
E se in Kipling malgrado tutto non troviamo esotismo, è anche per la sua tecnica narrativa, per il suo precipitare il lettore in medias res senza alcun indugio, senza preoccuparsi affatto di sollazzarlo con bellezze naturali o bizzarri usi e costumi. L'India infatti non è qui un sogno di evasione. Al contrario, l'India è la realtà da cui il sogno imperiale non riesce a portar via. "Un uomo non dovrebbe discostarsi, a nessun patto, da casta, razza e stirpe originarie. I bianchi con i bianchi. I neri con i neri". In quest'altro incipit (da Oltre il limite) non c'è soltanto l'ovvio razzismo dell'epoca, quanto ancora una volta il pio desiderio di un idillico ordine che non c'è. In tutti questi racconti, infatti, l'unico amore di cui si parla è proprio l'amore interrazziale, un amore che non ha nulla di romantico (tra le tante cose che Kipling non è, c'è anche questa: Kipling non è un romantico) e che non sfugge mai ai condizionamenti sociali (quando, in Amore senza privilegi, Ameera dice a John Holden, "Sono la tua schiava", intende davvero; Holden se l'è comprata). E tuttavia un amore che contrasta in tutto e per tutto con il presunto principio ordinatore dell'impero, come quando Ameera dice, "Sono solo una ragazza dalla pelle scura", e il narratore commenta, "Era più chiara dei lingotti d'oro della zecca".
Qualche anno dopo il frutto maturo di queste allucinazioni e di questi amori sarà Kim: "Pur essendo un tizzo nero almeno quanto un indigeno (…) Kim era bianco". Parole che nel nostro mondo ormai sfacciatamente neocoloniale e nient'affatto idillico assumono un inedito sapore.
  Norman Gobetti