Città di Dio - Paulo Lins - copertina
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Città di Dio Paulo Lins
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Descrizione

Nel 1997, Cicade de Deus, un quartiere popolare di Rio de Janeiro costruito dopo la grande alluvione che colpì la città nel 1996, diviene lo scenario del romanzo omonimo di Paulo Lins. I suoi protagonisti sono i malandros, bande di ragazzini di vita, adolescenti e adulti che percorrono la spietata carriera criminale di borseggiatori, ladri, rapinatori, spacciatori e trafficanti di droga.
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Dettagli

1999
4 maggio 1999
534 p.
9788806148515

Valutazioni e recensioni

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PeneEquino
Recensioni: 5/5

Non l’ho letto, però è davvero un bellissimo libro, lo consiglio a tutti, soprattutto alle nonnine anziane di 90 anni che vogliono rilassarsi verso sera prima di andare a dormire.

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Patrizia
Recensioni: 3/5

Una lettura difficile sia per la violenza onnipresente dalla prima all'ultima pagina (e sapere che si tratta più di una cronaca che di un romanzo non aiuta) sia per l'interminabile numero di personaggi (poliziotti e banditi indistintamente) che si avvicendano con nomi che sembrano tutti uguali e che fanno tutti (o quasi) la stessa cosa (ammazzano, rapinano, spacciano, violentano, si ubriacano, si drogano). “Città di Dio” è una favelas (una delle molte) di Rio de Janeiro e leggere questo libro è come entrare in un altro mondo: in certi momenti mi sembrava di leggere un romanzo distopico, uno di quelli in cui le regole della convivenza come la conosciamo noi non esistono più e tutti possono commettere i più efferati delitti senza che questo crei grossi problemi di coscienza o abbia conseguenze di alcun tipo sugli assassini. Uno degli aspetti più sconvolgenti è l'assenza di quella fase della vita che noi conosciamo come "infanzia": i bambini già a otto/nove anni spacciano e commettono violenze di tutti i tipi e, ovviamente, vengono uccisi per i loro errori senza alcuna considerazione per la loro età. La polizia è talmente corrotta che, pagando, si può non solo evitare l'arresto ma addirittura uscire dal carcere come se niente fosse. Gli unici che hanno qualche possibilità (scarsa) di modificare la loro sorte sono quei pochi che si convertono alla religione protestante: abbandonano i loro luoghi di origine e anche tutte le loro vecchie abitudini riuscendo a vivere di stenti e acquisendo, in cambio, la possibilità di morire a un'età superiore ai trenta. La scuola è un'istituzione praticamente inesistente.

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Silvia
Recensioni: 4/5

Dopo aver attraversato in macchina (barricati) un passo di strada di Cidade de Deus, non ho potuto fare a meno di immergermi nel libro di Lins. Si tratta di un lavoro coraggioso, per l'epoca, sicuramente romanzato a un certo punto, ma per questo più digeribile. Inutile dire che le cose a Cidade de Deus sono cambiate poco, almeno a detta dei carioca. Questo libro mette una gran voglia di aiutare la gente a non cadere nel baratro, almeno a me! La traduzione è ben fatta considerando la lingua "da rua" nella quale Lins scrive, forse i regionalismi a volte sono eccessivi.

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Recensioni

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scheda di Martinetto, V. L'Indice del 1999, n. 12

In questo romanzo, Lins non narra una storia, ma diverse storie - parallele, mescolate, giustapposte -, tante quanti sono i personaggi, che rappresentano un campionario di un'intera popolazione. Si tratta degli abitanti di Cidade de Deus, una delle più grandi favelas di Rio de Janeiro, e le storie di ordinaria delinquenza che vi sono ambientate sono frutto della fantasia dell'autore che ha elaborato una vastissima banca dati ricavata dal reale. Come si legge nella nota in appendice, il libro ha richiesto otto anni di lavoro, e l'idea del romanzo è nata in seguito a un progetto di ricerca intitolato Crimine e criminalità a Rio de Janeiro, cui l'autore, che è poeta e insieme antropologo - e a sua volta originario di Cidade de Deus - ha partecipato.
Sebbene
Città di Dio sia suddiviso in tre parti - La storia di Cabeleira, La storia di Bené e La storia di Zé-Pequeno -, ognuna intitolata a un personaggio dalla cui vicenda ne irraggiano altre, il protagonista è un'intera popolazione, e gli episodi sono così tanti che è impossibile trovarne uno centrale. Inoltre diversi personaggi, con i loro curiosi nomi da tribù metropolitana - Sandro Cenoura ("Sandro Carota"), Busca-Pé ("Cerca-Piede"), Chinelo Virado ("Ciabatta Rivoltata"), Zé das Alfaces ("José delle Insalate"), Sergio Dezenove ("Sergio Diciannove") ecc. -, si spostano liberamente lungo tutto il romanzo, senza soluzione di continuità. Ma che cosa accade? Niente di straordinario: furti e rapine eseguiti sistematicamente come se si trattasse di un impiego, con refurtive distribuite come salari; spari al cuore per dirimere oziose discussioni; vendette raccapriccianti contro adulteri o slealtà; lotte fra bande per avere il monopolio del traffico di droga; scene d'amore che assomigliano a stupri e stupri che si trasformano in passionali scene di sesso; vicende di ordinaria prostituzione o travestitismo. Ma anche baldorie al suono di samba, cocaina e birra, amicizie per le quali si dà la vita, episodi di una "Resistenza" contro un sistema - rappresentato dalla polizia - altrettanto corrotto o,
forse, di più, perché coinvolto in un doppio gioco
tra "mondo di fuori" e "mondo di dentro".
Questo romanzo, che è di denuncia senza proporselo, è, in sostanza, l'epopea di una razza di antieroi, che ha creato un mondo a sé stante, con regole proprie e con una propria etica di sopravvivenza difficile da accettare per chi sta fuori.
Città di Dio ci permette di avere accesso a un mondo altrimenti vietato e a una logica altrimenti incomprensibile. Si tratta di un romanzo che potrebbe catalogarsi con l'etichetta tanto attuale di "pulp" se le intenzioni dell'autore fossero state furbescamente commerciali.
In realtà,
Città di Dio è, in principio, un romanzo tutt'altro che commerciale: non solo e non tanto per la sua mole, ma per la qualità della scrittura. L'indiscutibile abilità di Paulo Lins nel riprodurre in modo straordinariamente vivido il gergo, la sintassi e le modalità di espressione di questo mondo, ha costretto il traduttore a peripezie verbali talvolta un po' forzate, ma nel complesso - vista la difficoltà del testo - ben risolte senza cadere in regionalismi, se si pensa che in romanzi come questo la lingua è più che mai insostituibile per ricreare un ambiente e un'atmosfera.

Vittoria Martinetto

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