La città interiore

Mauro Covacich

Editore: La nave di Teseo
Collana: Oceani
Anno edizione: 2017
In commercio dal: 19 gennaio 2017
Pagine: 233 p., Brossura
  • EAN: 9788893441070
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Descrizione
Finalista Premio Campiello 2017.

Un "romanzo di formazione" tra le pieghe della città di Trieste, dalla memoria del padre nel 1945 a un attentato del 1972.

«Mauro Covacich è uno scrittore lucidamente inquieto, consapevole che il suo mestiere è una continua ricerca, una perenne salita verso quote di perfezione oltre le quali non c'è comunque la pace dei traguardi raggiunti, ma solo altra faticosa strada da affrontare.» - Sergio Pent, TuttoLibri La Stampa

«Per godere in pieno de "La città interiore", bisogna lasciarla depositare. Ci vogliono due giorni di riposo. Allora le immagini diventano tridimensionali.» - Cristina Battocletti, Domenica - Il sole 24 ore

È il 4 aprile 1945. Quel bambino sta trasportando una sedia tra le macerie della città liberata dai nazifascisti ed è diretto al comando alleato, dove lo attende suo padre - dal cognome vagamente sospetto, Covacich - sottoposto i un interrogatorio. E quella sedia potrebbe scagionarlo. Sempre Trieste, 5 agosto 1972. I terroristi di Settembre Vero hanno fatto saltare due cisterne di petrolio. Un bambino, Vlauro Covacich, tra le gambe di suo padre (il bambino che trascinava la sedia ventisette anni prima nella Trieste liberata), contemplando le colonne di fumo dalle alture carsiche sopra la città, chiede: "Papà, sento in guera?" Mauro Covacich torna nella sua Trieste, con un libro dal ritmo incalzante, avventuroso romanzo della propria formazione, scritto con la precisione chirurgica di un analista di guerra e animato dalla curiosità di un reporter. "La città interiore" è la cartografia del cuore di uno scrittore inguaribilmente triestino; è il compiuto labirinto di una città, di un uomo, della Storia, che il lettore percorre con lo stesso senso di inquieta meraviglia che accompagnava quel bambino del 1945 e quello del 1972; un labirinto di deviazioni e ritorni inaspettati, da cui si esce con il desiderio di rientrarci.

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    Amalia

    18/09/2017 12:41:29

    Sembra davvero incredibile che a questo punto ci sia ancora chi scrive "romanzi di formazione", che ben poco portano alla formazione del lettore e anzi lo inducono a pensare: ma chi se ne importa, di come si è formato questo signore? Sono giunta a questa conclusone attorno alla pagina 50.

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    DIDO

    04/09/2017 11:20:21

    ho fatto fatica a finire di leggerlo: un insieme di episodi che si presentano lineari solamente nella testa dell' autore.Non mi ha arricchito

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    paolo

    27/07/2017 14:42:43

    Sono grato a questo romanzo alcuni motivi: 1) Perché torna a raccontare Trieste, che considero la mia città anche se non ci vivo, né ci sono nato 2) Perché in quella che è la parte migliore del racconto, la prima, vi è una ricchezza di annotazioni autobiografiche di Mauro Covacich che mi hanno fatto ricordare perché, tanti anni fa (sono nato pochi mesi prima di lui) anch'io ho sperato, attraverso la scrittura, di poter fare della mia vita quel che volevo, prima di narcotizzare per sempre questa speranza 3) Perché da parecchio tempo non leggevo un racconto che, ripreso in mano dopo ogni obbligata interruzione, mi trasmetteva sempre piacere e desiderio di continuare la lettura. Ne ho letti molti altri in questi ultimi anni, probabilmente talvolta migliori di questo, incapaci di darmi questo piacere. Ce n'è quanto basta, per quel che mi riguarda, per premiarlo con una valutazione elevata. Peccato che il suo autore ceda qua e là ad una certa vanità, che si traduce in parte in una scrittura troppo controllata, in dialoghi talvolta privi di spontaneità, in una esibizione di cosmopolitismo culturale non sempre giustificato dalla trama ed anche in qualche manierismo esterofilo (es. "l'odore di frittura che usciva dai dehors dei ristoranti"...dico, Mauro, se togli "dehors dei" la frase non va benissimo lo stesso? Qualche "aggettamento" di troppo e pure Deleuze lo avrei lasciato a casa. Ho trovato fiacco e un po' fastidioso anche il capitolo dedicato al nonno (mi pare) del cognato, quello che si prende la casetta nell'isoletta siciliana....Voler vedere anche in piccoli episodi una conferma della vocazione della citta al melting pot è stata una scelta non sempre felice. Ma sono piccole pecche, Molto bella la storia del bosniaco martire Goran, le parti dedicate a Joyce, a Svevo (era davvero così esuberante nella realtà? E così ricco? Non lo credevo...), alla nonna trapiantata, tutto sommato infelicemente, dalla lontana Calabria. E poi il tormentato, grande Fulvio Tomizza.

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    Loris

    28/06/2017 09:49:47

    Covacich ancora una volta parte dal vissuto personale, ma etichettare questo libro come autofiction sarebbe fuorviante. Certo, numerose pagine sono dedicate ai genitori e ai nonni, con aneddoti e ritratti che si impongono per vivideza e partecipazione emotiva, a partire dalla camminata del prologo attraverso la città liberata. Lo stesso autore si mette in scena in svariati contesti, oscillando tra il diario e la raccolta di appunti e interviste per un documentario che si trasformerà in testo scritto. Il fulcro di tutto però è Trieste, raccontata attraverso i filtri privilegiati della Storia e della letteratura. Le vicende familiari sono inserite nel racconto collettivo del ‘900, nel confronto/conflitto tra italiani e slavi, fascisti e titini, segnato da persecuzioni e violenze, espropri e fughe, forni crematori e foibe. Gli abitanti di Trieste sono italiani ‘sbagliati’, identità meticce la cui lingua comune è il dialetto. L’italiano è la lingua ufficiale, quella da cui sgorga una ricca letteratura ‘minore’, dove l’aggettivo non ha valore qualitativo ma sottolinea la volontà di espressione di chi non è integrato nella cultura egemone e pure deve adottarne la ‘voce’ per essere ascoltato. Tra le pagine scorrono nomi noti come Svevo, Saba e Joyce (esule tra gli esuli, convertito al dialetto e spinto dalla distanza a rimodellare la lingua madre), insieme ad altri forse poco conosciuti come Quarantotto Gambini e lo slavo Kovacich, quasi omonimo dell’autore e fonte di un poema che rende intenso e drammatico il pre-finale.

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    Walter Cecchini

    13/02/2017 19:05:42

    Ha affrontato con garbo ed equilibrio temi molto difficili della Trieste del '900. Ha saputo descrivere il vissuto dei suoi personaggi con grande conoscenza di ogni momento storico nel quale via via si sono svolte le vicende, presentando eventi drammatici con amore sincero di chi ha compreso. Bravissimo Mauro!!

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Le prime frasi del romanzo

Il bambino cammina sui vetri in frantumi. Finestre, bottiglie, un tappeto croccante, pieno di luce, sul quale le sue grosse scarpe avanzano a passo di marcia. Ha sette anni, regge una sedia rovesciata in testa e sorride al mondo. È quella scintilla negli occhi a essersi conquistata la prima pagina. Lo sguardo di uno scugnizzo triestino in preda all'euforia nonostante il peso della sedia e il compito da portare a termine. I fratelli hanno mandato lui. Un moccioso intenerisce, rallegra, ha più probabilità di successo. Il fotografo l'ha colto quasi alla fine del percorso - la modanatura sullo sfondo appartiene senza dubbio a un edificio del centro - ma le sue zampe tutte ginocchia sono in movimento da almeno un paio d'ore.
È partito da San Luigi, il rione in collina dove stamattina ristagnava ancora l'odore di pirite, peggio che uova marce. Le camionette e le BMW tonanti degli ultimi tedeschi, i pochi a non essersi arresi sulla rocca di San Giusto, sono sfilate dietro casa l'intero pomeriggio di ieri, mentre gli scalmanati giocavano a tiro a segno dalle finestre. Di là verso nord si va in Slovenia, ancora più a nord in Austria. Ma ormai non serve a nulla scappare.