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Anno edizione: 2008
Anno edizione: 2015
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Come in Kafka, a cui Bruno Schulz è paragonato a giusto titolo (del resto tradusse “Il processo”, prima opera di Kafka pubblicata in Polonia), la figura paterna è onnipresente nella sua opera. Ma il mercante Jakub, il padre di Schulz, non è uno spauracchio dominatore, bensì un omino malaticcio e inoffensivo: è lui a trasformarsi in scarafaggio, in uno dei racconti. Nello stesso tempo, il vecchio mercante di stoffe è “uno stratega dell’immaginazione, che difende la causa perduta della poesia”. Mentre sfilano le stagioni con il loro corteo di cieli e colori cangianti, lo scenario dei racconti è sempre la città di Drohobycz, dove l’ebreo Bruno Schulz è nato austriaco, è vissuto polacco ed è morto ucraino, assassinato da una SS nel 1942. E centro della città è la grande casa familiare, nei cui innumerevoli cantucci si anima la vita di oggetti comuni o dimenticati che sembrano in conversazione tra loro, cosicché, in un’atmosfera magica e deformata, il meraviglioso duetta con il banale, il grottesco strizza l’occhio all’arcano (Chagall non è poi lontano). Il tutto è affidato a un linguaggio simbolista in cui si affollano immagini poetiche senza la minima stonatura retorica. E anche se talvolta si stenta a comprendere fino in fondo il vorticoso girotondo visionario di Schulz, la sua opera, quantitativamente esigua, è di una qualità eccelsa.
Non mi spaventano i libri strani, particolari. Amo Kafka Vonnegut e Peake. Purtroppo, pur riconoscendo la bellezza dello stile di Schulz e le sue meravigliose descrizioni, non sono riuscito a capire l'intento dell'autore. Pur affascinato da certe atmosfere, la lettura non mi ha soddisfatto fino in fondo, lasciandomi una sensazione di occasione mancata.
Indubbiamente Schulz sapeva scrivere, e molto bene. Le sue pagine sono poeticamente perfette. I racconti sono surreali, ecco, forse troppo visionari per me: mi vergogno un po' a dirlo, ma la maggior parte dei brani non l'ho capita fino in fondo, non ho compreso dove l'autore volesse andare a 'parare. Ma questo è un mio limite
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