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Ho voluto leggere questa scrittrice che non conoscevo il cui nome recentemente ho spesso visto su giornali e riviste specializzate. Non male , però per me finisce qui.
È la narrazione autobiografica della detenzione subita dall’autrice nel carcere romano di Rebibbia. Spinta a rubare gioielli in casa di amiche, per far fronte a difficoltà economiche, la protagonista è arrestata e condannata all’inizio degli anni ’80. Le si apre così un mondo parallelo, nel quale si immedesima poco alla volta e che si manifesta ricco di un’umanità variegata e dotato di una impensabile vitalità. L’iniziale impatto con regole e privazioni di ogni tipo sono descritte con crudezza anche lessicale, dalla perquisizione corporale all’impossibilità di lavarsi, dalla fatiscenza della cella all’inflessibilità delle guardiane, ma tutte si rivolgono a lei con l’appellativo di “signora”, con il rispetto per una donna che percepiscono come altolocata. Con sua grande sorpresa, inoltre, Goliarda scopre che le celle, durante il giorno, restano aperte e di fatto le detenute vivono in comunità, una comunità che può ben definirsi “Università Rebibbia”. Familiarizza così con le compagne di cella, la tossica Marrò e la rude Annunciazione, insinuandosi nelle loro debolezze e fragilità, ma conosce anche le detenute “politiche”, capaci di sorprendenti abbellimenti negli spazi comuni, al punto che il loro soggiorno sembra avere ben poco della cupezza che solitamente si associa alla condizione detentiva. Un affresco dal vivo della situazione carceraria del tempo, ancorché limitato alla detenzione al femminile, notoriamente meno dura della maschile, per qualità del trattamento e quantità delle recluse, ma tratteggiato con rara abilità e capace di indurre il lettore alla rivalutazione di un mondo dannato per definizione.
In L'Università di Rebibbia, romanzo-verità di Goliarda Sapienza (1924-1996) di recente ripubblicato (2012) assieme a tutta la sua produzione, l'autrice documenta la sua reclusione in carcere avvenuta negli anni Ottanta per aver rubato dei gioielli a una conoscente. La descrizione dell'ambiente carcerario al femminile è ancora di stretta attualità. La Sapienza scrive della diffidenza, innata, che le carcerate nutrono nei confronti di chi viene da fuori. E' come se le nuove recluse dovessero subìre un esame da parte di coloro che abitano le celle da più tempo. Una volta superato con successo tale esame, l'umanità nascosta dell'ambiente della prigione si rivela, assieme a una verità che l'autrice ci tramanda. Ovvero che soltanto in carcere si ritrovano genuina umanità, solidarietà e verità, senza gli infingimenti della società reale. Prova ne sia che alcune cosiddette delinquenti abituali non recuperino, una volta scontata la loro pena, un proprio ruolo all'esterno, scontrandosi con solitudine ed emarginazione. Ecco perché molte di loro ,deliberatamente, reagiscono a questo disagio commettendo nuovi reati, nell'intento di rientrare in un mondo protetto fatto di aspri riti e di ruoli scomodi , ma nel quale esse si sentono pienamente accettate. In carcere vigono le differenze di classe che la società tende a stemperare. E così chi è "signora" per nascita o intellettuale, come la Sapienza, viene rispettata o invece vista con sospetto se indugia troppo in lavori manuali. Goliarda sembra quasi un'Alice nel Paese delle Meraviglie il cui candore ha un limite: l'esaltazione in alcune pagine di una realtà comunque cupa, estrema e brutta, in quanto negazione di libertà. Ad ogni modo l'opera supera l'esame del tempo, promuovendo la Sapienza grande scrittrice, in un riconoscimento purtroppo postumo.
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