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Anno edizione: 2020
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"Mamma! Abbi pietà del tuo bambino malato!... Ma lo sapete che il re di Francia ha un bitorzolo proprio sotto il naso?" (p. 208) Di solito chiudo le mie recensioni con una citazione che sia emblematica del libro in questione, ma questa volta preferisco invertire l'ordine degli addendi sperando che il totale non cambi. Le due frasi che chiudono "Il diario di un pazzo", l'ultimo dei cinque "Racconti di Pietroburgo", avvicinano infatti in un folle e per me ora comodo ossimoro di registri stilistici i due estremi dell'opera, l'alto e il basso, il tragico e il comico, il serio e il ridicolo. Manca il terzo ingrediente, cioè il realismo, termine sempre scivoloso e ambiguo, e qui nasce forse proprio dalla continua compresenza degli estremi, che si passano continuamente la palla in un tiki taka a tratti nevrotico ma che non sfugge mai di mano all'autore. Si può descrivere l'anima di una città in duecento pagine scarse senza paludarsi del nobile mantello del romanzo, ma avvolgendosi nel più dimesso cappotto del racconto ora più ora meno breve? Sì, a condizione di averla vissuta sulla propria pelle e, soprattutto, di chiamarti Gogol'. Quale dei cinque racconti è il più bello? Il sesto, che ti sarebbe piaciuto incontrare, ma di cui sai benissimo che non sarebbe stato necessario vista la qualità dei precedenti. Gran libro, ed ora torniamo alla tradizione, cercando di far stare in tre frasi l'alto, il basso e il medio, cioè Pietroburgo, cioè la Russia, cioè l'umanità. "Ci sono vecchie che pregano; vecchie che bevono; vecchie che pregano e bevono" (p. 130)
"Siamo tutti usciti dal Cappotto di Gogol".. Se a dirlo è Dostoevskij bhe, che dire, non vi resta che leggerlo..!
Una piacevole lettura
Recensioni
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