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A volte le versioni d'autore deturpano la voce originale dell'opera; altre volte la esaltano. Il secondo caso si applica alla presente traduzione: Nori, che più volte ha assimilato la Romagna a una piccola Russia, si cala perfettamente nei panni dello scapestrato Erofeev: lisergico come lui, funambolico, esagitato e contorsionista nello stile e nella narrazione, in questa grande, memorabile apologia dell'Alcol, che come epigrafe avrebbe potuto ospitare un detto di Majakovskij: "meglio morire di vodka che di noia". Il libro riunisce due delle grandi tradizioni letterarie russe: il viaggio in treno come denuncia e incursione in un altrove altrimenti irraggiungibile, e la propensione all'alcol come tendenza dell'anima. "Giacché la vita umana non è forse una momentanea ubriacatura dell’anima? E’ un eclisse dell’anima pure. E’ come se tutti noi fossimo ubriachi, solo che ognuno lo è a modo proprio: c’è chi ha bevuto di più e chi di meno. E su ognuno fa un effetto diverso: c’è chi ride in faccia al mondo e c’è chi piange in seno".
Nulla da dire. Sulla traduzione: può risultare fastidiosa, ma la trovo molto calzante e intelligente. Dà un sapore molto diverso dalla classica traduzione (non ricordo di chi) che qualcuno avrà già letto e restituisce diversi aspetti. Una traduzione che si fa vedere, io il russo non lo so e quindi non posso far finta di saperlo, né posso far finta che Eroféev scrivesse in italiano. Mi af-fido a Paolo Nori.
Tour de force alcolico in Unione Sovietica. Se vi aspettate il corrispettivo russo di "Paradisi artificiali" vi anticipo che non regge il confronto.
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