Colossus. Ascesa e declino dell'impero americano

Niall Ferguson

Traduttore: V. Pecchiar
Editore: Mondadori
Collana: Saggi
Anno edizione: 2006
In commercio dal: 09/05/2006
Pagine: 401 p., Rilegato
  • EAN: 9788804553410
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Nel 2002 il politologo neoconservatore Robert Kagan, con l'articolo Power and Weakness, propose l'ormai celebre distinzione tra un'Europa "venusiana" e un'America "marziana"; poi, nel suo volume del 2003, Of Paradise and Power, ribadì sostanzialmente lo stesso concetto, contrapponendo al postmodernismo del Vecchio continente l'hobbesianesimo d'oltreoceano. Nel corso delle successive dispute transatlantiche sulle divergenti identità politiche dell'Europa e degli Stati Uniti, è emersa, tra gli altri temi, l'antitesi tra il modello "imperiale" e quello "statale-nazionale". Il libro di Ferguson, per molti versi, rientra in questa querelle. L'Unione Europea, afferma l'autore, è un impero non riuscito, le cui istituzioni non sono concepite per imbrigliare ed esercitare un potere, come dovrebbe avvenire in un impero, bensì per distribuirlo tra gli stati membri all'interno dei suoi confini. Essa è dunque "una confederazione che sogna di essere una federazione senza mai diventarlo". Le preoccupazioni americane per l'ascesa degli "Stati Uniti d'Europa" sono pertanto, a giudizio di Ferguson, immotivate: il Vecchio mondo rimarrà ancora l'"Europa degli Stati".
Ugualmente antieuropeista è la posizione espressa da Jeremy Rabkin, insegnante alla Cornell University, nel volume Law without Nations? Why Constitutional Government Requires Sovereign States (Princeton University Press, 2005). In questo caso, però, la nozione di "impero" viene ribaltata e vista come la pretesa utopica, da parte degli europei, di costruire una Torre di Babele, ovvero di sostituire con un progetto umano unitario la potenza divina, in modo da dettare legge al mondo. Rabkin delinea così, per certi versi, la contrapposizione tra un'Europa "romana" e un'America "greco-giudaica", che ha assorbito l'amore per la libertà e l'indipendenza dalle poleis greche e, nel contempo, l'idea ebraica di un singolo popolo come modello o esempio per le altre nazioni. Ora, mentre l'impero è per Rabkin un sogno, antico ma anche "postmoderno", che nega l'unico presupposto sicuro della liberaldemocrazia, vale a dire la sovranità degli stati-nazione, Ferguson scorge proprio in quest'ultima il maggior limite della politica europea (incapace di realizzare un vero federalismo di fronte agli interessi nazionali), e invita gli americani a volgere lo sguardo verso un modello imperiale del passato, europeo sì, ma anche anglosassone, ossia quello britannico.
Il mondo, secondo Ferguson, ha infatti bisogno di un "impero liberale efficace", in grado di dispensare il libero commercio, la legalità, l'integrità delle strutture amministrative e i necessari investimenti per infrastrutture, sanità pubblica e istruzione. Gli Stati Uniti sono, a suo avviso, il migliore candidato per questo compito, sulle orme della Gran Bretagna di inizio Novecento, giunta a concedere un "governo responsabile" alle colonie che dimostravano un chiaro progresso verso la modernità economica e la stabilità sociale. In un contesto internazionale nel quale le più gravi minacce alla pace provengono da stati falliti o deboli, Ferguson è quindi convinto che un siffatto impero liberale produrrebbe enormi vantaggi, tanto nella prospettiva degli interessi americani quanto in una logica altruistica.
  Giovanni Borgognone