Editore: Barbera
Collana: Centocinquanta
Anno edizione: 2013
Pagine: 256 p., Brossura
  • EAN: 9788878996083
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Recensioni dei clienti

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    Silvia De Angelis

    19/02/2014 18:54:09

    Non sono una critica letteraria o cos'altro, sono però una lettrice appassionata. Il libro di Andrea Carraro è bellissimo!, scritto magnificamente, è un'Esperienza da fare. L'ho divorato in due giorni, anzi un giorno e mezzo per la precisione, tra pagine dove ho sentito le vite dei protagonisti e un po' anche la mia. Nel mio piccolo sottoscala di niente mi assumo la responsabilità - impudica - di dire che so riconoscere il respiro della letteratura quando è grande, quando le parole schiudono, forzano, liberano, reificano il mistero che ci abita e ci divora. E' un grande libro.

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    Patrizia

    07/02/2014 10:58:48

    Ho appena finito Come fratelli. Mi è piaciuto molto e, cosa rara, la presentazione del libro ha aiutato la lettura. Non tanto per una guida esegetica che non mi appassiona quasi mai, ma per ricordare, mentre leggevo, il racconto delle intenzioni dell'autore, della necessità di una struttura più libera rispetto ai canoni imperanti. Insomma un romanzo proprio bello, classico e moderno, o almeno così mi viene da dire ché non sono brava nella materia di "e adesso spiega che hai capito". Basta e supera che il libro mi abbia offerto una possibilità autentica di altrove e questo fatto o succede o non succede. Se succede, preferisco non vivisezionare il dato.

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    Ilaria Paloma

    22/11/2013 08:27:11

    ho letto Come fratelli in un paio di giorni, mi ha rapito. Poi ho riletto nei giorni successivi i primi e gli ultimi due capitoli. Anche se spesso abbiamo gusti letterari diversi ammetto che è uno di quei libri che avrei voluto un giorno scrivere io (d'altronde tu sei il mio mentore). Dario è un personaggio meraviglioso in qualche modo vittima di se stesso ma innocente, di quell'innocenza purissima di coloro che sono convinti di possedere gli assoluti, le verità uniche della fede, ma poi scoprono di esserne posseduti loro stessi. Una critica al misticismo irrazionalista ma anche sottile ammirazione nei confronti di chi decide di dedicare la vita agli altri, secondo i veri insegnamenti di Cristo, traditi dalla chiesa e applicati invece da altre forme di religiosità, con tutte le contraddizioni che poi l'attenzione mediatica comporta. È incredibile come tutto avvenga secondo quel disegno superiore, oppure si tratta del filtro fatalistico con cui lui stesso interpreta gli avvenimenti, sempre al limite tra fede e delirio. E il cinismo di Andrea che forse è un modo per scongiurare l'autoinganno. Questa sua repulsione per il sacro è forse allo stesso tempo una sottile forma di fascinazione. Mi sono chiesta, come avranno fatto in molti, quanto ci sia di autobiografico nel romanzo e se Dario sia realmente esistito o se appartenga in qualche modo a quella parte intima e inconfessabile di Andrea... il doppio, l'opposto, la negazione. Mi ha ricordato vagamente la storia di Narciso e Boccadoro ma è come se qui i ruoli fossero invertiti: la fede è perdizione e la vita borghese un qualcosa di già dato, senza nulla di eccitante per davvero. La fede come pericolo costante, distruzione, in parte autoinganno e in parte un giocare con il fuoco, qualcosa di terribile e pericoloso. La morte come liberazione dalla sofferenza. La morte come sacrificio (giusto? ingiusto? o forse oltre ogni giudizio) per accedere a una qualche forma di santità. Mi ha molto intenerita l'incontro con Saverio.

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    Romano De Marco

    28/09/2013 20:21:56

    Uno di quei romanzi che hanno il potere di riconciliare con il puro e semplice gusto della lettura. Nel narrare la storia di Dario e Andrea, due amici prima inseparabili, poi divisi da varie vicissitudini e, alla fine, riuniti dalla vita in maniera casuale e disperata, Carraro ci regala una riflessione disincantata ma non forzatamente cinica del concetto di amicizia. E c'è spazio anche per tematiche che vanno dal trascendente alla religiosità al fenomeno della new age spirituale. La Roma che fa da sfondo al romanzo, poi, è quanto mai lontana dagli stereotipi a cui siamo abituati, è un luogo reale, vivo, la cui disgregazione sociale e culturale rispecchia uno stato dell'anima che, inevitabilmente, si riflette sulle persone che la vivono e viceversa. Un grande, grande romanzo. Super-consigliato.

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    Giuliana

    24/09/2013 14:36:50

    Un perenne déjà vu, non in senso negativo s'intende. Un'atmosfera Reale del visto, sentito e vissuto (sensazioni, immagini, luoghi, riflessioni, ecc). E dentro una storia attraente, seducente, feroce, raccontata con un linguaggio che muta costantemente in tutto il romanzo e che corre di fianco alla continua evoluzione (o involuzione) psicologica dei personaggi. Stile di certo cinematografico (ricordi confusi, appannati, di scene di film di Fellini, Sorrentino, Kubrick, W. Allen, Spielberg...). Belli e piacevoli i rimandi soprattutto alla musica (dal sublime, dionisiaco, rock progressivo all'autenticità di alcuni cantautori italiani) ,alla letteratura del '900, come Kafka (che amo particolarmente) citato più di una volta e al cinema, da Pasolini a Nanni Moretti. Sarcasticamente ironico l'approccio al sacro, alla religione, che sfocia inevitabilmente nel magico, nel fantastico ma che ha sprazzi di ragione e utilità civile, sociale, come nella figura di Padre V. (per me Vincenzo),una sorta di Don Gallo, nella mia bella e struggente Napoli. La speranza quindi di un mondo migliore, che non sia alimentato dalla corruzione e dal degrado: c'è chi, pessimista, crede che non possa avvenire qui in terra vera e chi invece adotta "la politica del fare" affinchè le cose possano cambiare, seppur in un processo lento e tortuoso. La solitudine, l'inadattamento sociale, al di fuori del "branco" dei due protagonisti, Dario e Andrea che cercano "la salvezza", la Verità, chi attraverso la scrittura, chi credendo in un mondo immaginario per i soli fortunati eletti. C'è però un fatto che mi ha commosso ed intenerito particolarmente: la rincorsa spietata, ossessiva e disperata di un'amicizia, l'unica, quella di Andrea per Dario. Quest'empatia estrema ma forse, paradossalmente, unidirezionale. Il bisogno di colmare questo vuoto, dovuto all'assenza di Dario, attraverso la creazione di un libro su di lui, forse per dare l'eternità a un'Idea, quella dell'amicizia incondizionata di Andrea.

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  Andrea Carraro, sin dal suo esordio, ha mantenuto sempre una coerenza di temi e, soprattutto, di stile, con un conio realistico neo-pasoliniano che lo connota e un'attenzione molto forte nei confronti della violenza nei rapporti di gruppo o individuali, politici o personali. Il ritmo dei suoi romanzi è serrato, un corpo a corpo con i fatti che la materia narrativa lavora senza mai virtuosismi; la lingua è volutamente dimessa, spogliata di ogni eccesso o leziosità, a volte calata nei gerghi di personaggi marginali della sottocultura metropolitana, trucidi, selvatici, nati nell'antropologia un po' fascistoide della provincia laziale, dominati da impulsi vitalistici. Ma proprio in virtù di tutto questo, Carraro riesce a ottenere un effetto di realtà che pochi scrittori della sua generazione sono stati in grado di raggiungere. È nella lingua, in questo lavoro di ricomposizione del parlato, nell'impasto complesso che ne deriva (esemplare nel libro che più di altri lo ha fatto conoscere al grande pubblico, Il branco, pubblicato da Gaffi nel 2005 e da cui Marco Risi ha tratto un film) che questo scrittore della realtà concentra l'azione della scrittura, riuscendo a mettere in luce aspetti di verità che, sottraendosi al dato sociologico, diventano cifra esistenziale di un'epoca. Anche in Come fratelli, che esce in una collana coraggiosa, "Centocinquanta", diretta da Davide Bregola, il mondo di Carraro torna in un romanzo di formazione dove la componente autobiografica non è neanche troppo mascherata dalla fiction: si tratta principalmente di un libro sull'amicizia, come ben evidenziato dal titolo. Andrea e Dario, dal liceo San Gabriele, dove si conoscono, al Paris Bar del quartiere Parioli, integrati in un gruppo di ragazzi della destra romana, fin sulla soglia dell'ingresso alla vita, non si perdono mai di vista. In queste frequentazioni si avverte il suono della colonna sonora di un'epoca, quella politica degli anni settanta, che però sfiora appena i due protagonisti, con i suoi miti e i suoi riti, la musica dei Genesis, Lou Reed, e persino gli amatissimi Joy Division, e il suo leader Ian Curtis, dark e maledetto; un sound che fa di questo libro anche un romanzo generazionale, di chi si è formato nella temperie degli anni di piombo ed è entrato nel mondo degli adulti in quelli, ben più terribili, di Reagan e della tanto odiata signora Thatcher, simboli del conservatorismo politico e del neoliberismo economico. Ma Come fratelli è anche un libro in cui Andrea, scrittore e autore di reportage, enuncia la sua poetica realista, nei fatti come nei concetti: " È una cosa da cui non si può prescindere un po' come per te la fede. È un realismo che viene ineluttabilmente dopo, beninteso, dopo il naturalismo, dopo i moderni, dopo il neorealismo, dopo le avanguardie, dopo qualunque avanguardia". I due amici sono caratterialmente molto diversi e avranno anche un differente destino, quando le loro strade, irreparabilmente, si separeranno ognuna compiendo quel deragliamento esistenziale che ogni generazione conosce. Andrea è più docile, più fragile, scrivendo guarda la vita e la racconta più che viverla, mentre Dario è dominato dall'irresolutezza e dall'inquietudine, che lo porteranno a invischiarsi con una setta religiosa sul cammino di Xiva, che predica il suicidio di massa per avvicinarsi a dio, e a compiere un gesto folle e sconsiderato. Come in quasi tutti i romanzi di Carraro c'è sempre un personaggio che a un certo punto compie un gesto estremo, di svelamento, diventa il pharmakòs greco, il capro espiatorio, colui che si sacrifica in nome della verità. Un gesto di ribellione nei confronti della vita, dei suoi conformismi e delle sue ipocrisie, fatto da personaggi che davvero ricordano il grande cinema neorealista, Rocco e i suoi fratelli, certo, ma anche alcune pellicole di Pietro Germi, L'uomo di paglia, per esempio, di cui l'autore di questo libro pare aver colto la tensione tragica. Dario continua ad allontanarsi, diventando una specie di santone sclerotizzato, prodotto degli irrazionalismi che stiamo vivendo in un concentrato di follia mistica e tecnologia mediatica, ma Andrea non smette di incontrarlo. Quando la moglie Valeria gli chiede sgomenta perché si ostina a cercarlo, lui gli risponde senza battere ciglio: "Come perché? Dario è il mio migliore amico, ecco perché!" Carraro continua con questo libro la ricerca coerente e onesta di una letteratura che non abdica mai, mai si sottrae alla sua funzione, che è quella di trovare una forma dalla forma della vita, capace di aprirci gli occhi, farci vedere quella luce che le tenebre del chiacchiericcio mediatico e della cattiva fiction artatamente occultano.   Angelo Ferracuti