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Luca Canali

Editore: Bompiani
Collana: Tascabili. Saggi
Anno edizione: 2007
Formato: Tascabile
Pagine: 151 p. , Brossura
  • EAN: 9788845259180
Nella collana "Come leggere…", diretta da Giovanni Reale per i "Tascabili" Bompiani, è apparso un volume su Virgilio, a firma Luca Canali. C'è di che rallegrarsi. I testi precedenti erano dedicati a filosofi; ora tocca a un poeta, e a Virgilio viene riconosciuta una Weltanschauung degna di tale compagnia. La scommessa era scrivere un libro serio ma non serioso, per tentare un dialogo a distanza con dei lettori "generici", così da chiarire i concetti essenziali senza appesantirli di note. Canali è la persona adatta all'impresa: Virgilio lo ha tradotto, studiato, prefato. L'immagine che propone dell'autore è lontana da quella, ancora troppo diffusa, del letterato di corte, il cantore di Augusto e di Roma, non si sa bene se per convinzione o per servilismo verso il potere. Già dalle prime pagine del volume sentiamo perciò parlare di "sublime ambiguità" del canto virgiliano, di una sensibilità acutissima ma "umbratile e schiva", di "continue contraddizioni", anche metafisiche, che costituiscono il fascino maggiore dell'autore "forse più delicato" della letteratura latina. Emerge in questo modo una figura dominata da un pessimismo "profondo" e "inconsolabile", eppure capace di trasfigurare le proprie incertezze fino a condensarle in un'opera che "ogni pensiero filosofico, politico, morale riassorbe e in un certo senso trasferisce nel piacere estetico". Il che significa uno stile puro, essenziale, atticista (Canali allude qui a una frattura della cultura latina di I secolo a.C., quella fra oratoria asiana e oratoria atticista, ridondante di forme e di effetti la prima, semplice e schietta la seconda, ma non per questo meno capace di pathos).
Tutto bene, dunque? Nel valutare il volume occorre distinguere tra involucro e contenuto. Perché il lettore che si addentra nel libro scopre una cosa singolare. La quarta di copertina cita alcuni fra i contributi più significativi dello studioso, ma dimentica il più interessante, L'eros freddo. Studi sull'Eneide, pubblicato dalle Edizioni dell'Ateneo nel lontano 1976. Testo anomalo e provocatorio, specie per la sua epoca, L'eros freddo coltivava l'ambizione di soddisfare allo stesso tempo il lettore colto e quello comune, offrendo una visione del poeta mantovano davvero innovativa. "È possibile parlare dell'Eneide a uno studente, a un impiegato, a un operaio, a un manager, a un professore, a un filologo, riuscendo a farsi intendere da ognuno, sia pure a un diverso livello di fruibilità e di scoperta?" si chiedeva Canali.
Il tentativo non sembra avere riscosso troppo successo, almeno non nei circoli eruditi: parlando del libro sulla rivista belga "Latomus" (l'unica recensione registrata nel repertorio bibliografico di "L'Année Philologique"), Filippo Capponi aveva usato toni piuttosto duri. "Non saprei sino a qual punto il tentativo dell'autore possa felicemente realizzarsi. Se il filologo può cogliere, anche senza l'aiuto di un repertorio bibliografico, i problemi di critica testuale, il lavoratore può veramente prendere dimestichezza con il testo virgiliano?". Tanto più che la forma adottata da Canali risultava tutt'altro che semplice: lo stile è ellittico, procede per accensioni, ama l'accumulo retorico, la domanda senza risposta, il giudizio mascherato da proposta. Ma, scrive ancora Capponi, "i grandi concetti per poter essere compresi non hanno bisogno di essere adorni di forme complesse". Quanto al resto, silenzio.
E fu un peccato, perché il libro di Canali meritava ben altra considerazione, fosse pure per discuterlo. Ci sono infatti illuminazioni folgoranti, ma ci sono anche (sovra)interpretazioni in chiave psicologica, quando non psicanalitica, con concessioni tutte da verificare alla sociologia e alla politica. Un esempio per tutti: la regina Amata, nel Lazio, non vuole che il marito dia in sposa la figlia a Enea, e si lamenta: "Nessuna pietà della madre che il perfido predone lascerà, / al primo aquilone, riprendendo il largo, rapita la fanciulla?". È un colpo di genio di Virgilio. Nello stile di una suasoria, Amata si rivolge al consorte e parla di sé in terza persona, sottolineando la propria funzione materna; presenta il legame di Enea con la figlia sotto l'immagine di un ratto; evoca (perfidus praedo, eco catulliana) il ricordo di Teseo che abbandona Arianna e, soprattutto, di Paride che porta lontano Elena, a sottolineare l'illegittimità delle nozze; evidenzia la desolazione dell'abbandono, sorta di rottura dei vincoli sacri della famiglia, quasi si trattasse di un divorzio sentimentale; assegna ogni agire a Enea (è lui il soggetto della frase), totale passività alla figlia, funzione d'oggetto a se stessa – sembra perfino che l'eroe troiano stia fuggendo da lei, e che non si tratti di una figlia che, secondo l'uso e la logica delle cose, lascia la casa paterna per quella coniugale.
Tutto in poche, semplici parole, in uno stile asciutto e lineare, denso di forza emotiva. Un capolavoro, insomma, al quale nessuno dei commenti d'uso rende completa giustizia. Gliela rende invece Canali, che sa ben cogliere il valore della scena; ma poi si spinge più in là: "È una sua [di Amata] intima fusione con la figlia che la induce al pensiero dell'abbandono da parte di Enea, o è una torbida attrazione per lo sconosciuto, che mette in disparte la figlia con un ablativo assoluto (abducta virgine), e stabilisce un rapporto agonistico e potenzialmente erotico anche con Enea?". Una torbida attrazione? Un rapporto potenzialmente erotico? Questo è forse portare le cose oltre il lecito. Una curiosità: una decina d'anni dopo R.O.A.M. Lyne, con gli stessi mezzi, sarebbe arrivato a parlare di una Amata innamorata di Turno! Povera Amata, priva di pace…
Il lettore si chiederà perché tanta insistenza su L'eros freddo. Perché i sette capitoli dedicati all'Eneide nel testo edito da Bompiani altro non sono che la ristampa, con minime correzioni, di quel libro. Pochissime le variazioni, pressoché tutte confinate al paratesto: c'è una nuova premessa, nella quale Canali si interroga circa lo status dei suoi probabili lettori; due capitoli si occupano brevemente di Bucoliche e Georgiche, con belle intuizioni; otto pagine riassumono alla fine le Chiavi di lettura dell'intera opera virgiliana; un'appendice a cura di Maria Pellegrini offre traduzione e testo della Vita Vergilii di Elio Donato, usando l'edizione di Colin Hardie (1960), non quella più recente (1997) di Giorgio Brugnoli e Fabio Stok; da ultimo, una rapida Bibliografia essenziale non aiuta granché a orientarsi nella selva di lavori su Virgilio – basti dire che alla voce Studi su singole egloghe sono citati quattro contributi, l'ultimo dei quali risale al 1964!
Una sola mutazione è davvero significativa: nel 1976 Canali citava Virgilio in latino e riportava in nota la traduzione dei versi citati, prodromo alla traduzione di tutto il poema edita poi dalla Fondazione Lorenzo Valla; oggi, mette direttamente nel testo la traduzione e tralascia il latino…
Ma torniamo all'involucro: una simile ristampa, infatti, sarebbe ottima cosa, da salutare con il massimo favore, se si fosse rimesso in circolazione, e magari debitamente storicizzato, un libro di così grandi meriti. Ma nel colophondella Bompiani si dice che il volume è stato pubblicato in prima edizione nel settembre 2007, senza far cenno al precedente del 1976; di modo che non è possibile inserire questo novello Eros freddo nella temperie culturale di metà anni settanta, alla quale pure tanto vistosamente appartiene. E allora, poiché è lecito pensare che il lettore erudito sarà comunque al corrente di ciò, mentre è il lettore "generico" a essere sprovvisto dei mezzi per valutare quanto si trova davanti, viene spontanea una domanda: perché mai "divulgazione" in Italia deve essere spesso sinonimo di "assenza di criteri scientifici", perfino dei criteri minimi, le esatte indicazioni bibliografiche? È sicura Bompiani che si tratti davvero del modo migliore di "leggere Virgilio"? Massimo Gioseffi

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    Isa

    07/09/2007 18.32.57

    Conosco Virgilio e secondo me nessuno lo legge perché è ritenuto troppo enfatico, retorico e scolastico, un po' alla maniera di Manzoni. Questo libro purtroppo non aiuta a capire la bellezza di Virgilio perché esso stesso troppo enfatico retorico e scolastico. Un'occasione perduta.

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